Vito Bruschini.
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Il romanzo del boss dei boss.
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Da Corleone alla conquista del potere.
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Parte 1.
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2018. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un'imperdibile saga che racconta, con un tessuto narrativo sorprendente e un'accurata aderenza alla Storia del nostro Paese, la nascita e l'espansione capillare del fenomeno mafioso in Italia e nel mondo. A Corleone non ci sono vie di mezzo: o nasci cappeddu o morto di fame. Il piccolo Saro appartiene alla seconda categoria. Ma a uno con la sua intelligenza ci vuole un batter di ciglia a capire che derubare, ricattare, uccidere sono attivit mille volte pi remunerative di qualsiasi lavoro di fatica. Al seguito di Ninuzzo, un piccolo boss, Saro inizia la sua carriera di mafioso.
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Ma ben presto le ambizioni crescono, e Corleone non basta pi a soddisfarle:  tempo di lanciarsi alla conquista di Palermo, con una brutalit che supera ogni immaginazione. Impressiona persino gli stessi capi mafia, che non hanno esitazioni a servirsi delle prestazioni dei Corleonesi, veri e propri killer senza scrupoli.  cos che Saro, strage dopo strage, guadagna un tale potere da sbaragliare tutti gli altri capi della Cupola, arrivando a trasgredire le leggi dell'Organizzazione stessa: prima tra tutte, quella che impone di non uccidere un rappresentante dello Stato, a meno che non sia la stessa Commissione mafiosa a deliberarlo. Saro Rano, senza pi nemici interni,  ormai il monarca di Cosa Nostra, il capo dei capi.
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L'AUTORE.
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Vito Bruschini  giornalista professionista, dirige l'agenzia stampa per gli italiani nel mondo Globalpress Italia. Ha scritto testi per il teatro e per la televisione. Con la Newton Compton ha pubblicato, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico, The Father. Il padrino dei padrini; Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno; La strage. Il romanzo di piazza Fontana; Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi; I segreti del club Bilderberg, I cospiratori del Priorato, Il monastero del Vangelo proibito e La verit sul caso Orlandi. In versione ebook ha pubblicato Il romanzo del boss dei boss. Rapimento e riscatto  il nuovo romanzo sul sequestro di John Paul Getty. I suoi libri sono tradotti all'estero.
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Il presente romanzo, seppur prenda spunto da fatti di cronaca,  un'opera di mera fantasia. Pertanto, qualsiasi riferimento a fatti, luoghi o persone reali  puramente casuale.
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Indice di questa parte.
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LIBRO 1.
L'ascesa dei corleonesi.
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1. Corleone animosa civitas
2. Palermo o cara
3. L'eredit della guerra
4. Come nasce un padrino
5. Gli eroi di Corleone
6. Fine di un sogno
7. Prima visita all'Ucciardone
8. Anche i mafiosi s'innamorano
9. Vertice all'hotel delle Palme
10. Fine dell'onorata societ
11. A Tombstone arriva lo sceriffo
12. L'assalto a Palermo
13. La prima guerra di mafia
14. Sicilia sotto assedio
15. L'uccellino in gabbia
16. E ora tocca al boss
17. Il processo di Catanzaro
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LIBRO 2.
Alla conquista di Cosa nostra.
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1. In attesa di giudizio
2. Il canto dell'usignolo
3. La legge non vive nei tribunali
4. L'inizio della lunga latitanza
5. Ma la felicit non  di questa terra
6. Il summit di Zurigo
7. La lunga notte del massacro
8. Istituzioni allo sbando
9. La cupola s'interroga
10. Mai fare promesse
11. Le coincidenze del destino
12. Le manie di un boss
13. Il giudice e Ninetta
14. La mafia e il principe
15. Morte di un reporter d'assalto
16. Tanti soldi e subito
17. Non giurare mai sui santi
18. C' sempre una prima volta
19. Requiem per un procuratore
20. L'orgoglio delle donne siciliane
21. La stagione dei sequestri
22. Sul trono di Corleone
23. Troppi cadaveri per caso
24. Fine di un boss
25. L'elogio funebre del giaguaro
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FINE Indice.
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LIBRO 1.
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L'ascesa dei corleonesi.
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1. Corleone animosa civitas.
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Corleone, Sicilia, maggio 1943.
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Giovanni spingeva il suo vecchio carretto, risalendo la polverosa Strada provinciale che, subito dopo la Villa comunale, s'immetteva tra le prime casupole di mattoni e fango alla periferia del paese. A quel tempo Corleone era un abitato desolato, popolato da anziani, donne e pochi uomini. La fame atavica, il lavoro mal pagato nei campi, le ingiustizie dei gabellotti e dei padroni, il peso del potere mafioso, avevano spinto i pi giovani e ardimentosi a emigrare a nord, in Liguria e Piemonte, dove c'era bisogno di braccia per lavorare la terra e muscoli per spalare la sabbia dei fiumi.
Eppure Corleone era pur sempre una capitale. Adagiata in una conca naturale dominata dalle Rocche Soprana e Sottana e dalle balze della Montagna Vecchia, sorgeva nel cuore delle pianure della Sicilia occidentale e sin dai tempi pi antichi, in quel territorio abbandonato dagli uomini e da Dio, era assurta a capitale della mafia del feudo del Principe Licata.
Risalendo la Provinciale, senza stancarsi mai di spingere il carretto carico di paglia e ortaggi, Giovanni pass davanti alla chiesa Matrice, caratterizzata dalle due lunghe scalinate che confluivano, come una V rovesciata, al grande portale, e arriv a Piazza Garibaldi, l'ombelico del paese. Qui, all'ombra della chiesa Madre si apriva uno slargo dove era riconoscibile il palazzo del Comune con la scritta di vernice nera. Di lato, a chiudere la piazza, c'era la tenenza dei carabinieri e di fianco i locali del Banco di Sicilia. Accanto c'era il bar Centrale. Qui gli uomini si ritrovavano la sera per bere un bicchiere di vino e giocare a carte, prima di ritirarsi a casa per andare a cena.
Nella piazzetta, poco pi di uno slargo rettangolare, erano dunque riuniti i poteri che dominavano la vita di quei poveri cristiani: il potere della Chiesa, quello dello Stato e quello economico.
L'antico palazzo a due piani dove si trovava la tenenza dei carabinieri, era abitato dal dottor Nazzaro, il mammasantissima che imperava su Corleone. Cosicch nella piazzetta era rappresentato anche il potere mafioso che, per una incredibile beffa del destino, in paese sovrastava fisicamente, e anche psicologicamente, quello dello Stato.
Giovanni era un contadino e neppure il pi povero tra i suoi compaesani. In Sicilia le classi sociali erano costituite dai nobili latifondisti, dai professionisti, dai gabellotti, dai campieri e ai gradini pi bassi, dai mezzadri, che operavano sui terreni dei latifondisti e infine dai braccianti che lavoravano, quand'erano fortunati, a giornata. La maggioranza della popolazione apparteneva alle due ultime categorie. Non la famiglia di Giovanni per perch il padre gli aveva lasciato in eredit quattro tumuli di terra distribuiti in diverse contrade intorno a Corleone. Cos Giovanni trascinava la sua vita correndo dall'uno all'altro terreno, spezzandosi la schiena per coltivare un po' di frumento, fave, patate e verdure che, oltre a sfamare la famiglia, utilizzava per barattare un sacco di lana di pecora per i maglioni invernali o con qualche attrezzo per il lavoro dei campi.
Aveva cinque figli Giovanni, tre maschi e due femmine e un sesto era in arrivo. Il pi grande, che tutti chiamavano Saro, era un ragazzo robusto, mani forti e un carattere estroverso... ma era piccolo di statura. Aiutava il padre nei campi fin dall'et di sette anni. E non era un'eccezione perch a quel tempo a Corleone i figli maschi dei contadini e dei pastori, dopo la seconda o terza elementare, il periodo necessario per imparare a vergare la propria firma, erano costretti ad abbandonare la scuola per aiutare la famiglia.
A chi faceva notare alla mamma quanto il figlio maggiore fosse corto, lei ribatteva piccata che il ragazzo aveva soltanto tredici anni e che doveva ancora sviluppare. Il tempo le avrebbe dato torto perch Saro tale rest anche dopo l'adolescenza.
Il ragazzo non lo dava a vedere, ma soffriva per la condizione di estrema indigenza in cui versava la sua famiglia. La madre, malgrado l'ultima gravidanza avanzata, continuava a recarsi alle fontane per lavare i loro poveri panni, raccoglieva cicoria, erbe e carrube per la minestra e la sera faceva consumare l'olio della lucerna filando la lana per i maglioni invernali.
La guerra volgeva al suo terzo anno e l'insipienza e la codardia dei pubblici amministratori, avevano esasperato la popolazione che ormai si lamentava apertamente e inveiva contro Mussolini e i suoi gerarchi, senza pi preoccuparsi delle rappresaglie delle Camicie nere del paese. L'illuminazione, l'acqua, i trasporti, il rifornimento alimentare, niente pi funzionava da quando le incursioni dei bombardieri americani sulle citt siciliane avevano seminato lutti e rovine.
I corleonesi erano da sempre gente agguerrita e ostinata. Questo loro carattere derivava da una lunga serie di violenze e ingiustizie che avevano dovuto subire del corso dei secoli. Pi volte riuscirono a riscattare l'indipendenza feudale, tanto che il comune fu insignito dal titolo di Animosa Civitas, attribuitogli dall'imperatore Carlo V.
Dopo che a maggio le basi nazifasciste nordafricane erano state conquistate dagli eserciti alleati ed erano cadute anche Pantelleria e Lampedusa, la Sicilia stava per diventare il nuovo teatro di guerra, in previsione dell'imminente invasione.
A difendere l'isola erano rimasti pochi aerei da caccia e una contraerea del tutto inefficiente. Senza pi nessuno in grado di contrastarle, le squadriglie dei bombardieri anglo-americani scorrazzavano nei cieli siciliani anche di giorno.
Saro aveva imparato a riconoscere il ronzio dei motori quand'erano ancora sulla linea dell'orizzonte e indicava al padre le formazioni alte nel cielo. Un reduce della campagna d'Africa gli aveva insegnato a riconoscerli. I B-24 Liberator erano quelli con i doppi piani di coda, mentre i P-38 Lightning avevano la doppia fusoliera. I Wellington erano inglesi e avevano due motori. Nel cielo sembravano tante croci nere, ma nel momento che passavano sopra le teste erano ben riconoscibili nei loro colori di guerra.
A volte si dirigevano verso Agrigento, altre volte tornavano dai bombardamenti di Palermo dove alcuni compaesani aveva raccontato storie tremende di morte e disperazione.
La madre di Saro ringraziava il Signore che li aveva fatti nascere a Corleone, dove non c'era niente da bombardare e pregava di preservarli ancora da quegli orrori.
Ma le preghiere non sempre vengono ascoltate.

Soluq, Libia, maggio 1943.

Il capitano pilota Ralph Jackson, un giovane californiano di Riverside, sentiva la responsabilit del comando in modo esasperato. Aveva fama di essere molto prudente e qualcuno mormorava forse nemmeno troppo coraggioso, ma non si trattava di avere pi o meno ardimento, a lui stava a cuore sopra ogni cosa la vita dei suoi uomini. Pi volte aveva dichiarato di preferire tornare da una missione a mani vuote, piuttosto che lanciarsi in imprese disperate, confidando soltanto nella fortuna. Ralph Jackson aveva raggiunto i trent'anni, e non dimenticava che gli altri nove membri del suo equipaggio erano tutti ragazzi dai ventidue ai ventisei anni, in pratica poco pi che adolescenti.
Apparteneva al 512 Squadrone del glorioso 376 Gruppo di bombardamento pesante, il primo ad aver sganciato una bomba in Europa e in Italia.
Alla testa del suo equipaggio si stava recando nell'hangar dove era stato convocato il briefing per la missione del giorno. Erano le prime ore dell'alba e il freddo notturno del deserto li costringeva a coprirsi con i pesanti giubbotti di pelle foderata.
Il comandante del 376, colonnello Keith K. Compton, come al solito era stato tra i primi ad arrivare all'appuntamento. Sorseggiava una tazza di caff in compagnia dei suoi luogotenenti. Sulla parete alle loro spalle era stata affissa la grande cartina del Mediterraneo meridionale dove al centro era ben visibile la Sicilia.
La sala era gremita dai capi squadriglia, piloti, bombardieri e navigatori. C'era un'atmosfera rilassata, sembrava pi una riunione tra amici che un meeting per organizzare un bombardamento a tappeto.
Il brusio fu interrotto dall'entrata del comandante della base.
Il colonnello Theodor Brandon si rec a passo spedito verso la cartina geografica. Rispose al saluto del comandante del Gruppo e, rivolgendosi agli equipaggi disse: Il nostro obiettivo  Palermo, si volt verso la carta e segn con l'indice la citt a nord ovest dell'isola. Oggi sono stato autorizzato a comunicarvi che lo sbarco delle nostre truppe in Sicilia  imminente, un mormorio di soddisfazione si alz nell'hangar. Il colonnello riprese a parlare: Prima di ora lo Stato maggiore aveva mantenuto segreta l'Operazione Husky per il timore che italiani e tedeschi rafforzassero questo quadrante di guerra. Abbiamo fatto di tutto per ingannare il nemico. I nostri uomini dell'OSS hanno persino abbandonato in mare il cadavere di un uomo con un biglietto crittografato nascosto nei risvolti della giacca, dove si annunciava che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia o in Sardegna. Il riserbo sembra aver avuto successo. Hanno lasciato a difendere la Sicilia quattro divisione italiane dotate di pochi pezzi di medio calibro, e due tedesche composta da veterani dell'Africa senza nessuna voglia di combattere ancora. Le loro aeronautiche sono a pezzi. Poche decine di caccia funzionano ancora. In queste settimane i vostri raid hanno distrutto sulle piste oltre duecento velivoli. Ottimo lavoro! I bombardamenti sulle citt hanno piegato il morale della gente. Dobbiamo portare l'Italia fuori dal conflitto o con una pace separata o con una sollevazione popolare che costringa i tedeschi a un'occupazione totale della penisola, cos da obbligarli a spostare le truppe dagli altri fronti. Dai nostri agenti segreti abbiamo saputo che la popolazione  stanca della guerra e di Mussolini. L'Office of Strategic Services ha spianato la strada ai due contingenti che sbarcheranno sull'isola. Hanno preso accordi con i boss mafiosi per non avere intralci durante l'avanzata. Noi dovremo continuare a martellare il nemico fino al giorno dello sbarco. Il vostro comandante vi comunicher i piani di volo. Signori, vi auguro buon lavoro.
Al suo saluto tutti scattarono sull'attenti, mentre il comandante inizi a fare l'elenco delle squadriglie che, a gruppi, sarebbero decollate in testa allo stormo.
Il B-24 Liberator di Ralph Jackson prese il volo dopo il quarto squadrone. I ragazzi scherzavano e prendevano in giro i superstiziosi. Non c'era l'atmosfera cupa delle missioni sulle citt tedesche. Sapevano che non avrebbero avuto un forte sbarramento contraereo, anche se il pericolo poteva concretizzarsi da un momento all'altro nel moderno caccia italiano, il Macchi 205, veloce come lo Spitfire, molto manovriero, ma soprattutto dotato di due micidiali cannoni da 20 mm e due mitragliatrici da 12,7.
Tre ore e mezzo dopo il decollo la formazione arriv in vista dell'isola. La squadriglia vir sulla sinistra e inizi il periplo della costa occidentale. Il loro obiettivo era il porto di Palermo ed Ernest Clark, il navigatore, doveva dirigerli sulla citt dalla direzione nord-nord-ovest. Spettava poi a Denton McAfee, il bombardiere, centrare il bersaglio.
Jackson e il copilota, John Crosby, identificarono la rocca di San Vito Lo Capo. Si diressero sull'isola delle Femmine, l'altro riferimento visivo. La lasciarono alla loro destra, quindi iniziarono un'ampia virata di novanta gradi verso sud ed entrarono nel corridoio disegnato da Clark. L'obiettivo era stato raggiunto senza alcuna reazione da parte del nemico.
Bombardiere, stiamo arrivando su Palermo, avvis il comandante con largo anticipo.
Denton Mc Afee si chin sul mirino di puntamento, il nuovissimo Sperry. Liber dalla sicura il pulsante rosso, lo impugn e si concentr sul visore.
La contraerea italiana era entrata in azione e gli spostamenti d'aria delle esplosioni faceva sobbalzare il B-24.
Il loro Liberator arrivava dopo altri quattro squadroni che, sganciato il loro carico di bombe, si trovavano gi sulla rotta di casa.
Il fumo e il polverone provocato dalle deflagrazioni ricopriva totalmente la citt e la periferia come un grigio sudario.
McAfee, il bombardiere, non riusciva a individuare il porto.
Non vedo niente, url.
Da dietro Ernest Clark ad alta voce gli disse: Ci sei! Secondo i miei calcoli sei sull'obiettivo. Sgancia!.
I proiettili della contraerea continuavano a esplodere sempre pi vicini.
Chi ha detto che doveva essere una passeggiata?, si lament il secondo pilota.
C' troppo fumo. Non vedo niente!, url McAfee. Il pollice fremeva sul pulsante, ma non osava sganciare cos, alla cieca. Per quanto ne sapeva potevano trovarsi su un ospedale.
Sgancia! Sgancia!, grid il navigatore. Ci hanno preso di mira!.
Jackson, il comandante, continuava a mantenere la rotta. Parl nell'interfono: Denton, vuoi mollare quelle cazzo di bombe?
Comandante il fumo e la polvere mi impediscono la visuale. Non percepisco niente, replic il bombardiere con l'occhio incollato al mirino dello Sperry.
Siamo fuori, siamo oltre l'obiettivo!, grid Clark misurando con il regolo velocit e rotta sulla cartina.
Ok, ho capito, disse risoluto il comandante. Facciamo un altro passaggio.
L'ennesima esplosione fece sbandare paurosamente l'aereo. L'equipaggio, al colmo della tensione, ebbe un soprassalto.
Ci hanno colpito?, domand Clark, guardandosi intorno per scoprire se c'erano fiamme nella carlinga.
Calmati Clark,  tutto sotto controllo, gli rispose uno dei mitraglieri. Ci hanno solo sfiorato. Forse il prossimo sar quello buono, sorrise sarcastico.
Il navigatore lo mand a quel paese.
John Crosby, il secondo pilota, strinse la cloche per assecondare l'imminente manovra. Jackson, riproviamo il passaggio?, domand inutilmente.
Non hai sentito?, rispose nervoso il suo comandante.
Ma se non vedeva il terreno prima, non lo vedr neppure ora, comment concentrandosi sugli strumenti il secondo.
Ma Jackson non lo stava pi a sentire, preso com'era a virare. Ernest, dammi le coordinate per il rientro. Facciamo una manovra a 360 gradi.
Jackson prima del B-24 aveva pilotato i B-17, le Fortezze volanti. Non c'era paragone con la facilit d'impiego del Liberator. Quell'aeroplano era in grado di operare manovre molto strette, ottime per sfuggire agli assalti dei caccia nemici e della contraerea.
Al termine della virata il navigatore gli comunic la nuova direzione da tenere per incrociare il porto.
Occhio, Denton, perch tra trenta secondi dovresti avere nel mirino le murate dello scalo, gli comunic Ernest Clarke.
Denton McAfee era rimasto attaccato al mirino. Il vento stava spostando verso l'entroterra le nubi delle esplosioni. Finalmente riusciva a vedere porzioni di terreno. Riconobbe le strutture di uno stadio, poi alcuni palazzi... erano di nuovo sulla citt. Il fumo si era diradato e lo Sperry inquadr le inequivocabili strutture del porto. McAfee aspett che le linee del mirino inquadrassero il molo centrale, poi schiacci con tutta la forza il pulsante. I portelloni si aprirono automaticamente e le rastrelliere si liberarono del carico.
Il Liberator ebbe un sussulto. Jackson era abituato a quel sobbalzo. Voleva dire che le bombe stavano andando a segno e che la missione era compiuta: potevano tornare a casa. Sent alle sue spalle le urla di gioia dei ragazzi.
Presto, si rientra!, url di gioia John Crosby, il suo secondo. Ma l'entusiasmo dell'equipaggio fu gelato dalla voce del bombardiere.
Comandante! Emergenza!, disse nel laringofono.
Che succede adesso, McAfee?
Il portellone del vano delle bombe  rimasto aperto.
Sento una turbolenza. Vai a vedere cos' successo e cerca di chiuderlo. Porta William con te, ordin il comandante.
McAfee chiam l'ingegnere, si fece aiutare ad aprire la botola e insieme si calarono nel pozzetto che comunicava con il deposito. Quella via era anche l'uscita d'emergenza in caso d'incidente.
Presto l'arcano fu svelato. Una delle bombe era rimasta incastrata nella paratia di destra e impediva ai portelloni di chiudersi.
McAfee e William si guardarono preoccupati. Non c'era modo di arrivare alla bomba e comunque era molto pericoloso muoversi con il vuoto sotto i piedi. William Linton, l'ingegnere dell'equipaggio tent di aprire manualmente il portellone forzandolo dalle scanalature sul fianco della fusoliera. Ma era un'impresa impossibile in quelle condizioni. Il vento che entrava nel vano creava dei vortici che costringeva i due a sorreggersi per non precipitare nel vuoto.
La rotta del Liberator scendeva perpendicolarmente all'isola per arrivare alla costa meridionale. William, aggiornami, s'inform Jackson.
Comandante, dobbiamo trovare il modo di disincagliare quella maledetta bomba. Non possiamo atterrare in queste condizioni, rispose l'ingegnere. La spoletta sporge verso il basso. Come tocchiamo terra saltiamo tutti in aria.
Non voglio sentir dire queste cazzate! Ingegnere, ingegnati! Trova una soluzione!, ordin perentorio il comandante.
William si avvicin al collega. Denton, l'unica soluzione  che uno di noi si cali fino alla bomba e la liberi dal portello. La lasciamo cadere fuori dall'aereo.
Ma sei pazzo! Rischiamo di precipitare anche noi!
No, se ti lego.
Bestemmiando Denton McAfee si lasci legare con una cima attorno alla vita. Il capo della fune fu fissato a un robusto corrimano, poi William lo aiut a calarsi fino al vano delle bombe, tenendo la corda per non farlo cadere.
Non mi mollare!, gli grid per superare l'ululato del vento.
Pensa alla bomba. Io penso a te!, gli rispose l'amico.
McAfee raggiunse finalmente l'ordigno. Sull'ogiva qualcuno dell'equipaggio aveva scritto con la vernice bianca Hallo Mussolini!. McAfee continu a borbottare contro tutto il mondo e in particolare contro Mussolini. Prov a muoverla con le mani, ma i pannelli scorrevoli la serravano.
Quei maledetti si aprivano e si chiudevano in automatico. Questa volta dovevano essersi chiusi prima del previsto, pens McAfee. Stramaledisse i congegni non comandati dalla mano dell'uomo. Continu a tentare di smuoverla con tutte le forze, ma quella non si spostava di un millimetro. Allora al colmo della disperazione, cominci a prenderla a calci. Dopo un po' di quella ginnastica, allo stremo delle forze, finalmente la sent spostarsi. Moltiplic le forze e alla fine la bomba scivol sulla lamiera e precipit nel vuoto. Istantaneamente i portelloni si richiusero e il bombardiere McAfee pot tirare un sospiro di sollievo.
Questa volta, per molti gi in basso, il destino piomb dal cielo.

2. Palermo o cara.

Quella mattina del 9 maggio il podest di Palermo aveva deciso di insignire la citt della medaglia di mutilata, per le distruzioni subite durante il bombardamento di tre settimane prima. Furono sganciate 1200 bombe che avevano devastato corso Vittorio Emanuele e via Cavour, gli scali ferroviari di Brancaccio e piazza Ucciardone. Alcune bombe avevano centrato il deposito dei tram mettendo in crisi i trasporti cittadini.
Nei mesi precedenti, Palermo aveva subito numerosi raid aerei. Ma le missioni avevano sempre preso di mira le postazioni strategiche come il porto, la ferrovia, le fabbriche. Quello del 18 aprile invece era stato diretto volutamente contro la popolazione. Per questo molte famiglie di palermitani avevano deciso di lasciare la citt e di sfollare nei paesi vicini.
In tutti c'era lo scontento di una guerra che non sentivano propria, di una guerra che stava portando via le forze migliori.
Il palco per la cerimonia dell'assegnazione della medaglia alla citt martire era stata organizzata in piazza Bologni, ma sin dalla mattina Radio Londra aveva avvisato la popolazione che Palermo stava per subire una nuova e pi massiccia incursione. Consigliava di disertare la cerimonia e di andare a ripararsi nei ricoveri antiaerei.
I rifugi, come in tutte le citt italiane, erano dei ripari improvvisati: palestre, cantine dei palazzi, gallerie stradali, depositi merci. Queste trappole fecero pi morti delle stesse bombe. Quello di via Monte Pellegrino fu centrato in pieno nel bombardamento del 15 aprile e in un istante morirono le 98 persone che vi si erano rintanate.
Quel giorno le prime formazioni di bombardieri arrivarono a mezzogiorno e trentacinque minuti, puntuali come aveva predetto Radio Londra. Erano cos tanti da oscurare il sole: 222 aerei sganciarono sulla citt 1500 bombe. Palermo sub, tra tutte le citt italiane, il primo bombardamento a tappeto avvenuto sul suolo italiano. Furono colpiti molti quartieri, monumenti, scuole, ospedali. Non si salvarono neppure le chiese. In via Candelai fu preso l'Oratorio della Compagnia di S. Francesco di Paola. In piazza Ponticello, la Chiesa della Madonna di tutte le Grazie. In via Maqueda, la Chiesa di S. Croce.
Il cielo luminoso di quella giornata primaverile fu oscurato da una massa impenetrabile di fumo e polvere. All'improvviso si fece buio. Da mezzogiorno si pass in un baleno all'oscurit della mezzanotte. E lo scempio non fin l perch, dodici ore dopo, una seconda ondata di 23 bimotori Wellington completarono il lavoro dei loro colleghi, gettando bombe a grappolo e due ordigni da 1814 chilogrammi che distrussero quel poco ancora rimasto in piedi.
I palermitani si stancarono di contare i morti. Forse erano tremila o forse pi. Nessuno dimentic pi quell'infausto giorno.

A Corleone, a soli sessanta chilometri dal capoluogo della regione, gli echi della guerra arrivavano appena riverberati. Nelle campagne la miseria si annusava nell'aria.
Principi, baroni e aristocratici avevano affidato la gestione dei loro latifondi alla cura dei gabellotti, i quali a loro volta per lavorarli si avvalevano di braccianti e contadini stringendo con loro patti di mezzadria assolutamente esosi.
Chi, come Giovanni, aveva appezzamenti propri, anche se di dimensioni ridotte, era considerato fortunato. Ma, con sei bocche da sfamare, stentava ugualmente a portare a casa di che nutrire i propri cari. Saro, che era un ragazzino attento e acuto osservatore, aveva notato che pi di una sera il padre trovava scuse per allontanarsi dalla tavola. Questo lo faceva soffrire, ma non poteva rinunciare a quel boccone in pi che l'uomo si toglieva di bocca per offrirlo ai suoi figli.
Saro insieme agli altri due fratelli, Gaetano e il piccolo Francesco, di appena sette anni, accompagnavano tutti i giorni il genitore nei campi per aiutarlo a dissodare, zappare, seminare, innaffiare.
A volte, per raggiungere l'appezzamento pi lontano, Giovanni si faceva prestare da un suo compare un mulo sul quale caricavano gli attrezzi e al ritorno Francesco e Gaetano litigavano per chi doveva cavalcarlo.
Nei giorni liberi Saro aveva cominciato ad avvicinare un certo Antonino Rizzo, che gli amici chiamavano Ninuzzu, un ragazzo di diciotto anni, ma lui non si accorgeva neppure della sua presenza. Ninuzzu era una testa calda. Litigava con tutti e non aveva paura di nessuno, nemmeno delle Camicie nere della locale sezione della Milizia. Saro ammirava quel suo modo di fare spavaldo. Da grande voleva diventare cos, non come suo padre che, appena incrociava un cappeddu, si chinava fino a terra per ossequiarlo.
Ci fu un episodio in particolare che innalz definitivamente Ninuzzu sugli altari degli eroi di Saro e fu quando un pomeriggio il giovane mostr a tutti i ragazzini della compagnia una vecchia Mauser C96, che aveva rubato in casa di un ex marinaio. La pistola, con il caratteristico serbatoio delle munizioni anteriore al grilletto e il calcio tondeggiante con l'anello per il coreggiolo, era un vero gioiello ed era carica. I ragazzini, attirati come api al fiore, gli si fecero intorno per vederla da vicino e poterla almeno toccare, ma Ninuzzu li scans con il braccio aprendosi un varco. Infil la pistola nella cinghia dei pantaloni come fanno i briganti.
State lontani, scimuniti.  pericolosa. Aggiunse poi: Ma se state buoni e fermi, vi faccio sentire come canta.
Saro e gli altri ragazzi di Corleone, si misero a sedere nella polvere, eccitati di poter assistere a quell'improvvisato spettacolo. Ninuzzu raccolse da terra un ramo e lo port al centro della piazzetta. Poi arretr di qualche passo. Estrasse la Mauser dalla cinghia, mir con calma e spar. Il proiettile centr in pieno il ramo che salt in aria diviso in due. I ragazzini esplosero in grida di gioia e batterono le mani al loro beniamino che gonfi il petto di orgoglio. Ma l'allegria si spense con l'arrivo dei tre giovani della milizia: Damaso, Toni e Salvatore. Erano poco pi grandi di Ninuzzu, avevano vent'anni o poco pi, ma si davano arie di eroici condottieri. Per la verit era la divisa che indossavano a dar loro una sicurezza e un'arroganza che nella vita civile non si sognavano di avere. I tre infatti erano figli di poveri bovari e contadini che si erano convertiti al fascismo quando qualcuno, anni prima, spieg loro i vantaggi che avrebbero ottenuto da una simile posizione. S'infilarono la camicia nera e non se la tolsero pi. In paese per erano in netta minoranza. Chi comandava veramente era il dottor Nazzaro, i gabellotti Salvatore Malta e Vanni Sacco e non certo tre ragazzini vestiti da pagliacci. I mafiosi gliel'avevano fatto capire e loro avevano accettato il consiglio di non strafare e di non intralciare i traffici degli uomini d'onore, e cos avevano indirizzato la loro frustrazione contro i ragazzini e i picciotti come Ninuzzu.
Quella pistola  requisita, Ninuzzu.  proibito sparare dentro il paese, disse il capo dei tre, Damaso. Si avvicinarono al giovane fendendo la folla dei ragazzini. Toni e Salvatore gli camminavano ai lati con aria truce. Ma secchi com'erano, i pantaloni corti e la camicia sbrindellata, sembravano la parodia dei film di gangster. Ninuzzu infil la pistola nella cinghia. Damaso, dovrai venire a prendertela.
Damaso fece un cenno ai camerati e Toni e Salvatore si lanciarono contro Ninuzzu per immobilizzarlo. Il giovanetto fu svelto e schiv la presa. Riusc a dare una gomitata a Toni che cominci a sanguinare dal naso. Ma Damaso, che dei tre era il pi robusto, lo caric di corsa e gli diede una gran spinta che sbilanci Ninuzzu facendolo cadere a terra, nella polvere. Salvatore approfitt della sua posizione svantaggiata e gli sferr un calcio che lo prese alla gamba. La pistola si sfil dalla cinta e scivol lontano. Damaso segu l'esempio di Salvatore e lo colp con una serie di calci, mentre l'amico si chin per colpirlo in faccia con una scarica di cazzotti. Ninuzzu si chiuse a riccio, ma dalle spalle arriv Toni, con il volto inondato di sangue, inferocito per il naso rotto. Lo colp alla schiena con tutta la sua forza. La massa dello scarpone fece il resto. Ninuzzu cadde a faccia in gi tra la polvere, dolorante e disorientato. Saro fiss la pistola che era scivolata a un passo da lui. Usc dal cerchio formato dai compagni e le diede un calcio per avvicinarla a Ninuzzu. Lui vide l'azione e quando la Mauser fu a portata di mano, l'impugn come un fulmine e la punt su Damaso che stava tornando alla carica insieme ai due camerati.
Vuoi assaggiare un po' di piombo?
I tre si bloccarono. Respiravano con affanno.
Ninuzzu, stai attento a quello che fai perch ti potremmo denunciare ai carabinieri, lo avvis il capo manipolo.
Comincia a darmi i tuoi calzoni. E anche voi!, url a Salvatore e a Toni che continuava a tamponarsi il naso sanguinante.
Non fare minchiate, camerata. Te ne potresti pentire, continu conciliante Damaso.
Ho detto i calzoni e poi anche le camicie!. Sottoline l'ordine sparando a un palmo dal piede di Damaso. Una fontanella di terra gli sferz le gambe e il giovane si affrett a sfilarsi i pantaloncini, imitato dagli altri due. Poi fu la volta delle camicie. Erano rimasti praticamente soltanto con un paio di mutande lerce e mille volte rammendate, tra le risate volgari e le battutacce dei ragazzini di Corleone.
Ninuzzu ordin infine ai tre di tornare a casa, poi accese un fiammifero. Lanci un'occhiata a chi gli aveva avvicinata la Mauser. Riconobbe Saro, il figlio di Giovanni. Noi due dobbiamo parlare, ragazzino.
Non sono un ragazzino, rispose risentito Saro. Ho tredici anni e lavoro da sette.
Ninuzzu sorrise a tanto orgoglio, e gett il fiammifero sul cumulo degli stracci che in un baleno presero fuoco tra il tripudio della giovane teppaglia.
Ninuzzu non sapeva di aver fatto un bel favore ai tre miliziani, perch, in mancanza di altre camicie di colore nero, tornarono a vestire panni civili e quando, qualche settimana pi tardi il fascismo cadde, nessuno si ricord pi di loro e cos evitarono le rappresaglie che invece in quei drammatici giorni molti fascisti dovettero subire dalle loro vittime.

3. L'eredit della guerra.

Corleone, settembre 1943.

Il mondo continuava a girare vorticosamente in quella caldissima estate del 1943. La vita si alternava alla morte, la guerra in qualche regione era finita, in altre divampava pi dolorosa che mai.
Dove tutto era immobile e statico come dall'inizio dei tempi, era proprio a Corleone.
Giovanni continuava a spostarsi da un appezzamento all'altro delle sue terre. La mattina si recava a Marabino, dove possedeva due tumuli. Poi si spostava a San Cristoforo dove lo aspettava la cura di tre tumuli, nel frattempo lasciava i suoi figli a Frattina, qui i tumuli erano quattro. Infine, se c'era tempo, si spostava ai quattro tumuli di Mazzadiana. Era una vita di dolore, di grandi sacrifici, non c'era niente che potesse alleviarla, nessuna speranza, nessun sogno, nessuna aspettativa. Ma a volte la fortuna si ricordava anche di lui. Nel campo di Frattina, Giovanni sent il chiodo dell'aratro infrangersi contro qualcosa di molto resistente. Pens subito a una roccia. Ordin al figlio maggiore, a Saro, di trattenere il mulo, mentre lui tentava di sbloccare il ferro. Sfil da terra il vomere e nell'eseguire la manovra una zolla salt via e scopr un cilindro color del bronzo. Giovanni grid al figlio di andarlo ad aiutare, aveva trovato qualcosa. Scavarono con le mani nude l'arida terra del campo e a poco a poco fecero tornare alla luce una bomba. Si trattava di un ordigno di duecento libbre. Giovanni non ce la faceva a sollevarlo da solo. Chiam anche gli altri due figlioli, Gaetano e il piccolo Francesco.
Sull'ogiva c'era una scritta di vernice bianca. Qui cosa c' scritto?, chiese a Saro.
Il ragazzo, che aveva completato soltanto la seconda elementare, faticava a leggere. Cerc d'ignorare la richiesta del padre. Che vuoi che ci sia scritto, saranno i numeri di matricola.
Questi non sono numeri, li so riconoscere i numeri. Di, leggi cosa c' scritto, si ostin il padre.
Saro si avvicin di malavoglia all'ordigno. Con l'indice segu l'andamento circolare della scritta e lesse: Hallo Mussolini!.
Perch lo hanno scritto?, domand candidamente Giovanni.
 come un saluto, s'intromise Gaetano.
Qui dentro c' tanta polvere da sparo da riempire migliaia di cartucce per la caccia. Siamo stati proprio fortunati. Dopo averla svuotata potremo rivendere la bomba ai ferri vecchi. Saro non aveva mai visto tanta felicit negli occhi del padre.
Decise che per quel giorno il lavoro dei campi poteva aspettare. A fatica sollevarono la bomba e la caricarono sul carretto. Giovanni fremeva dal desiderio di aprirla per raccogliere la polvere nera.
La parte alta di Corleone, dominata dal Castello soprano,  una ragnatela di stradine e vicoli che rinserrano le povere abitazioni ammassate l'una all'altra, un po' per conservare il calore nei lunghi inverni, un po', specialmente nei tempi antichi, per rendere la vita difficile agli ipotetici invasori. La casa della famiglia di Giovanni si trovava proprio nel cuore di questo rione formato da case con poche suppellettili, i muri miseramente intonacati e le finestre spesso senza vetri, e rattoppate con cartoni e teli. Qui in via Rua del Piano, in due stanze, abitavano in sette, per non contare l'ottavo neonato in arrivo e il mulo che, quando il compare glielo faceva usare, aveva la sua stalla nella corte prospiciente all'abitazione. Giovanni e i figli depositarono la bomba sul terreno del cortiletto e, mentre Saro scioglieva i finimenti del mulo, Gaetano and a prendere uno scalpello da muratore e un mazzuolo. Giovanni si chin sulla bomba per cercare la filettatura che bloccava il cilindro che consentiva di accedere alla carica esplosiva. Il piccolo Francesco osservava ogni mossa del genitore, ammirandone l'abilit e gli faceva mille domande alle quali il padre rispondeva distrattamente.
Per coinvolgerlo nel lavoro, il padre gli chiese di accovacciarsi sull'ordigno per non farlo oscillare. Il bambino fu felice di sentirsi utile e abbracci la bomba per bloccarla. Gaetano intanto aveva portato gli attrezzi al padre, poi cerc di accostare il carretto al muro.
Giovanni punt lo scalpello sulla filettatura e assest un colpo secco al mazzuolo, senza per alcun risultato. Ripet l'operazione pi volte, nel tentativo di smuovere i cilindri.
Saro spingeva il mulo verso l'angolo del cortile dove si trovava il cesto con le carrube, ma l'animale non ne voleva sapere di muoversi. Allora Saro lo prese per il collo e con tutte le sue forze lo tir a s.
L'esplosione fu devastante. Il boato fece oscillare e crollare alcune delle povere case della strada. Sventr diverse pareti e rese pericolanti le abitazioni confinanti. Fiamme e una colonna di fumo nero si sollevarono dal cortiletto di via Rua del Piano.
Tutti gli abitanti accorsero con brocche e secchi d'acqua e, dopo aver domato l'incendio, agli occhi dei primi testimoni si present una scena raccapricciante. Le donne costrinsero Maria Concetta, la moglie di Giovanni e le altre due figlie ad allontanarsi dal luogo del disastro per non vedere lo scempio dei corpi. I pochi resti del piccolo Francesco furono ricomposti nel cassetto di un comodino. Anche il corpo di Giovanni era stato dilaniato. I carabinieri del paese lo chiusero in un lenzuolo. Gaetano, l'altro figlio giaceva in un angolo del cortile. Fu trovato disteso sotto il carretto che continuava a bruciare. Le schegge della bomba l'avevano colpito alla gamba, al volto e alla gola, ma era salvo. I soccorritori cercarono Saro, ma non lo trovavano. Poi qualcuno si avvicin al mulo che giaceva a terra con il collo e il dorso squarciati dall'esplosione. Saro giaceva schiacciato a terra, sotto la carcassa dell'animale. Sembrava respirare ancora, anzi, si lagnava per il dolore. Si affrettarono a spostare l'animale e sollevarono il ragazzo. Il ragazzo era annerito dalla vampata dell'esplosione, ma non aveva un graffio. Il mulo gli aveva fatto da scudo, salvandogli la vita.
Due giorni dopo furono celebrati i funerali di Giovanni e di suo figlio Francesco. La vedova era l'immagine della disperazione. Stringeva le mani delle due ragazze. Tre settimane pi tardi avrebbe dato alla luce la sua terza figlia femmina. Gaetano giaceva in ospedale. La responsabilit della famiglia ora ricadeva sul figlio maschio pi grande, su Saro.
Malgrado i soli tredici anni, il ragazzino sent subito su di s la gravit del ruolo. Da quel momento, lui che aveva un carattere sempre aperto e disponibile allo scherzo, divenne taciturno e sfuggente. Pochi poterono dire, a partire da quel giorno, di averlo mai visto sorridere o piangere.
Dopo l'episodio della Mauser, Ninuzzu lo era andato a cercare e gli aveva fatto un ragionamento molto semplice: Ho bisogno di gente sveglia come te. Ho in mente dei progetti e, se vuoi, potrai fare parte della mia banda.
Saro gli rispose con un laconico: Qui sono.
Ma non fece molto affidamento su quella vaga promessa, infatti continu a lavorare nei campi, aiutato da Gaetano, il fratello minore azzoppato dalla scheggia della bomba.
In quei primi anni del dopoguerra la gente di Corleone, come in gran parte della Sicilia, si affannava a cercare di che sfamare i propri figli. I braccianti, quelli che non avevano terreni propri e si assoggettavano a lavorare quelli degli altri, erano piegati sulle zappe e spingevano gli aratri per dodici ore al giorno. Tutto per un pugno di frumento. Partivano dal paese con il buio e si ritiravano con il buio. Portavano con loro i figli, nella speranza di aumentare il salario della giornata. Tra questi c'era un certo Angelo con i suoi due figli Piddu e Salvatore. Spesso incrociavano Saro, anche lui in cammino con il fratello Gaetano per raggiungere i campi da lavorare. Ma la fatica era enorme e il risultato sconfortante.
Osservare i terreni gi a valle abbandonati, infestati da gramigna e cardi spinosi era insopportabile. Erano anche terre grasse, per niente argillose. Qualcuno cominciava a parlare di riforma agraria, di terre ai contadini, ma erano soltanto chimere. La realt era il pugno di grano che si riusciva a racimolare alla fine della giornata.
Ninuzzu un giorno incontr Saro al ritorno dai campi.
Ninuzzu, anche se era figlio di contadini, non aveva mai preso in mano una vanga in vita sua, non aveva mai arato un campo. Eppure non se la passava male. I guadagni arrivavano dalla sua abilit a sparare con la pistola. Questa prerogativa a Corleone era pi che sufficiente per ottenere il rispetto della gente.
Questa notte ho un affare in contrada Manganelli, gli disse Ninuzzu dall'alto del suo morello, razziato in una delle incursioni ai pascoli vicini al bosco della Ficuzza. In un'ora ti far guadagnare quanto in un mese a spaccare le pietre della tua terra.
Saro non volle sapere neppure in cosa consisteva l'affare. Accett senza fiatare.
Quella notte in contrada Manganelli, Saro arriv su un carretto, scortato da Ninuzzu. Nella spianata i fasci degli steli di grano, legati e impilati tre a tre per arieggiare la granella e favorire il suo essiccamento, erano allineati, pronti per essere trebbiati.
Saro cominci a caricarli sul carretto, mentre Ninuzzu, senza scendere dalla cavalcatura, accese un toscano e rest a fare la guardia. Per Saro, abituato a ben altre fatiche, fu uno spasso impossessarsi di tutto quel ben di dio. Rappresentava il raccolto di un anno, per la sua famiglia. Poche nottate cos e poteva poi fare la bella vita...
Da quella notte i due divennero inseparabili.
Ninuzzu aveva cominciato a razziare capi di bestiame, che pascolavano allo stato brado, nelle vicine contrade di Corleone.
Non bisognava essere un genio per capire che un solo bovino rendeva dieci volte pi di un carretto di covoni di grano. La sola incombenza era quella di portare la bestia al mattatoio clandestino che in quegli anni, all'interno del bosco della Ficuzza, lavorava a pieno ritmo.
Il bosco della Ficuzza  la superficie boschiva pi ampia della regione. Qui, tra lecci, sughere e roverelle, i banditi della Conca d'oro nascondevano il bestiame rubato agli allevatori delle vicine contee. Era un luogo sconsigliabile da frequentare perch vi si nascondevano i briganti e i latitanti braccati dalle forze dell'ordine.
I carabinieri non osavano penetrare nell'intrico dei sentieri della Ficuzza per non cadere in rischiosi tranelli. La foresta era dominata dai bastioni rocciosi della Rocca Busambra. Un rilievo molto frastagliato, con pareti a strapiombo di altezza impressionante. Il terreno era costellato di forre e inghiottitoi profondissimi. Secondo le voci dei bene informati, quelle gole erano state usate in passato come tombe della malavita. Vista da lontano la rocca suggeriva l'idea di un'isola galleggiante sulle verdi colline della Ficuzza.
Nel bosco l'animale veniva macellato e poi portato al mercato di Palermo dove la domanda sopravanzava di molto l'offerta. Chi guadagnava pi di tutti in questo traffico erano i trasportatori che si assumevano il rischio di essere intercettati dai carabinieri prima di arrivare a Palermo.
Gli allevatori tolleravano queste rapine e sapevano perfettamente che tra i responsabili c'era Ninuzzu. Ma lo lasciavano fare perch sapevano che era una testa calda e che usava la pistola e il fucile come pochi, con una disinvoltura inquietante.
La fama di Ninuzzu affascinava le giovani menti dei ragazzi. Il lavoro nei campi non dava loro dignit e rispetto. L'onore invece veniva riservato a uomini come lui.
Anche Saro, da quando aveva cominciato a seguirlo, aveva abbandonato il lavoro nei campi. A poco a poco, intorno alla figura di Ninuzzu si form una corte di giovani corleonesi che avevano visto nel suo esempio un modo per evadere dalla loro vita di povert e umiliazioni.
In quegli anni la condotta medica del paese se l'era aggiudicata il dottore Michele Nazzaro. Corleonese purosangue, il medico era di estrazione piccolo borghese, ma aveva una grande volont di raggiungere i gradini pi alti della scala sociale.
Nazzaro badava alla sostanza delle cose. Aveva un abito per tutti i giorni e uno per le feste comandate. Una corporatura robusta, un folto paio di baffi alla Stalin e uno sguardo che incuteva soggezione. Nella sua professione aveva fama di abile diagnostico.
Ma la sua fortuna ebbe inizio grazie a un incontro con il governatore Charles Poletti. Il colonnello, che nei primi anni del dopoguerra gest il potere politico e amministrativo dell'Italia occupata dagli Alleati, gli accord l'autorizzazione a raccogliere tutti gli automezzi militari utilizzati per l'invasione dell'isola. Il dottore fece gestire questa attivit dal fratello Peppuccio. I due fratelli trasformarono i camion militari in autobus, rimodernarono le vecchie corriere d'anteguerra e crearono un'azienda di trasporti, chiamata in onore degli amici americani International Transport che per molti anni facilit gli spostamenti della gente da un paese all'altro.
Il colonnello Poletti, che non aveva rinunciato a entrare nell'affare, qualche anno dopo fece acquistare l'azienda alla Regione. Inutile dire che l'International fu valutata molto pi del suo valore reale.
Michele Nazzaro aveva tutto per essere felice, se non fosse stato per un unico sogno che ancora non riusciva a concretizzare: la direzione dell'ospedale di Corleone.
Quel posto era occupato da un suo valente collega, il dottor Carmelo Nicolai. Da dieci anni Nazzaro rincorreva quel disegno e il Nicolai non ne voleva sapere di andare in pensione.
Un giorno Ninuzzu si rec alla sua condotta medica perch accusava dei lancinanti dolori alla colonna vertebrale che lo facevano zoppicare. Il dottore lo sottopose alle analisi di rito e gli comunic il responso.
Purtroppo non ho buone notizie, Ninuzzu, esord guardando in controluce la lastra radiografica. Le tue vertebre sono state aggredite dal morbo di Pott.
E chi sarebbe questo fottuto bastardo?, domand Ninuzzu.
 un bacillo. Ti dar dolore alla schiena e alle gambe. Per si pu guarire, se lo curiamo in tempo. Gli prescrisse alcune medicine, segnandole sul ricettario. Prendi queste pasticche per venti giorni. Poi torni e controlliamo se hanno fatto effetto. Altrimenti gli americani hanno una nuova medicina che fa miracoli. Per  difficile da ottenere.
Dottore, non c' problema che non si possa risolvere. Mi dica dove si trova e la vado a prendere.
Non  cos facile. Purtroppo c' un ostacolo, caro Ninuzzu, disse con tono di complicit. Si chiama Carmelo Nicolai.  il direttore del nostro ospedale. Lui ha questa medicina. Ma lo conosci Nicolai, non guarda in faccia nessuno. Se potessi essere al suo posto, quella medicina la distribuirei a tutti. Invece lui la tiene gelosamente nascosta come se fosse una sua propriet.
Ninuzzu era un giovane smaliziato e comprese perfettamente l'allusione del dottor Nazzaro. Ammettiamo che quel dottore decida di scomparire, il suo posto chi lo prenderebbe?, domand per essere sicuro di aver capito bene le sue intenzioni.
Quel posto spetterebbe a me. Senza alcun dubbio, rispose Nazzaro con decisione.
Dopo una giornata d'ospedale, il dottor Nicolai aveva preso l'abitudine di tornare a casa a piedi. Scendeva fino alla piazza del Comune dove spesso incontrava gli amici con cui si intratteneva a scambiare qualche chiacchiera sulle notizie del giorno.
Quel 29 aprile del 1946 il vento fresco portava dalla Conca d'oro il profumo delle zagare. Ormai la temperatura preannunciava l'arrivo dell'estate. In quelle tiepide serate la gente si tratteneva fuori casa pi a lungo. Frotte di ragazzini rincorrevano vecchi cerchioni di auto militari o giocavano con le trottole di legno che facevano roteare strattonando uno spago attorcigliato al cilindretto. Il dottore li osservava benevolo, andando con il pensiero al suo nipotino di pochi mesi.
Stava per arrivare alla piazza, quando un bambino gli si avvicin e lo tir per i pantaloni. Dottore, una donna sta male. L in cima a via Roma, indic la strada e scapp via senza dargli il tempo di domandargli chi fosse.
Il dottor Nicolai era un professionista scrupoloso, molto amato dai corleonesi per la sua umanit. Si avvi dove il bambino gli aveva indicato. Sulla destra della piazzetta del Comune, via Roma si arrampicava lunga e stretta circondata da un bastione di casette grigie a un piano con i balconcini di ferro battuto. Dopo poche decine di metri in una rientranza della strada si trovava la facciata della cappella del vicino collegio con l'edicola del Ges Incoronato. Un'immagine sacra molto venerata dalle donne del rione.
Dietro l'angolo c'era qualcuno ad attenderlo. Una figura coperta da un lungo mantello nero, la raffigurazione perfetta della morte.
Il dottor Nicolai spuntando dalla via not che all'improvviso la strada si era svuotata. Vide l'uomo, ma l'imbrunire e il cappuccio calato sugli occhi non gli consentirono di riconoscerlo.
Dottor Carmelo Nicolai, disse il misterioso figuro.
Sono io, rispose ingenuamente il dottore, che non poteva pensare mai di avere nemici sulla faccia della terra. Sei tu il marito della donna che sta male?, chiese all'uomo.
Ninuzzu fece uscire dal pastrano la mano che impugnava la Mauser e la punt contro il dottore. Spar. Il colpo entr e usc dalla spalla sinistra dell'incredulo dottore. Il secondo lo centr al cuore. Nicolai cadde a terra senza rendersi conto perch moriva. Nessuno pot dirgli che il suo posto di direttore dell'ospedale di Corleone da quel giorno sarebbe stato occupato dal dottor Michele Nazzaro.

4. Come nasce un padrino.

Quelli del dopoguerra furono gli anni dell'assalto al latifondo. Il clima di anarchia, tipico di ogni dopoguerra, minacciava le propriet terriere. Banditi e contadini diventavano sempre pi audaci e arroganti. Questi ultimi, spinti dalle associazioni dei reduci, dalle sinistre e dal Partito popolare di don Sturzo, in base al fondamento giuridico della legge del 2 gennaio 1940, reclamavano l'esproprio delle terre incolte o mal coltivate.
L'aristocrazia agraria, vista la mala parata, decise di abbandonare le campagne. La violenta repressione del fenomeno mafioso, messa in pratica dalle operazioni poliziesche del Prefetto Mori negli anni Venti, aveva debellato quasi del tutto la figura del soprastante. L'organizzazione mafiosa per un po' di tempo si era nascosta, in attesa di tempi migliori. Clati jonco ca passa la china, Chinati giunco che passa la piena, era diventato il loro motto.
Gli agrari si erano impossessati di nuovo dei loro palazzi, erano tornati a popolare le campagne, diventate ora pi sicure, grazie alle guardie regie di Mori.
Ma ora che era tornata a dominare l'anarchia e lo Stato sembrava pi lontano, decisero di ritirarsi nei loro palazzi di citt e tornarono ad affidare la conduzione delle terre ai loro delegati.
A Corleone questa incombenza, da parte del Principe Licata, proprietario del feudo, fu affidata al dottore Michele Nazzaro.
Nazzaro fu un padrino anomalo nella storia della mafia perch la sua passione primaria era la medicina. In pochi anni riusc ad attribuirsi una gran quantit di onorificenze e uffici pubblici. Oltre che medico condotto, fu medico fiduciario dell'Inam, direttore dell'ospedale, medico delle Ferrovie dello Stato, ispettore della Mutua dei coltivatori diretti e direttore del Preventorio antitubercolare. Come potesse conciliare tutti questi impegni con quello di capomafia rimane un mistero. Ma il dottore era anche un ottimo organizzatore. Seguendo l'insegnamento dei Romani, divide et impera, suddivise l'abitato di Corleone in due zone. Quella superiore l'affid a un suo fedele amico, Antonino Governali e quella in basso a Vincenzo Campo, un mafioso di ritorno dall'America, raccomandato da Lucky Luciano. Il famoso boss di New York, era stato spedito in Italia dagli americani come indesiderabile, ma con la medaglia del Congresso per meriti speciali conseguiti nella guerra contro i nazifascisti.
Il dottor Nazzaro non si dimentic del favore che Ninuzzu gli aveva fatto liquidando l'ostacolo alla direzione dell'ospedale e lo nomin gabellotto del feudo di Strasatto. Infine, per preservare il proprio primato di padrino di Corleone, si circond di picciotti che in qualche modo aveva aiutato affidando loro compiti di campieri nei diversi feudi della provincia amministrata. Non pi briganti di vecchio stampo, quindi, ma giovani criminali cresciuti con gli esempi e le tecniche dei cugini americani, transfughi dalle gang d'oltreoceano.
Una notte di fine gennaio, con la temperatura che sfiorava lo zero, cinque cavalieri s'incontrarono alla stele che segna il bivio Lupetto a una decina di chilometri da Corleone, ai confini del bosco della Ficuzza. Ninuzzu, Saro e Piddu arrivavano dal paese, mentre gli altri due, Vito e Nin, provenivano dalle fattorie vicine. Ninuzzu, dall'alto dei suoi 23 anni, era il pi anziano. Mentre il pi giovane era Piddu. Non aveva neppure quindici anni, li avrebbe compiuti qualche giorno dopo.
I cinque cavalieri, tutti armati di doppiette, sollevarono sul naso i fazzoletti e spronarono i cavalli verso la vicina fattoria di Vincenzo Bellotta, il pi famoso allevatore di cavalli della regione.
Costui, aveva avuto il coraggio di negare a Michele Nazzaro un purosangue, nero come la notte, snello e sinuoso come una donna. Il cavallo aveva una folta criniera, anch'essa nera e una stella bianca a illuminargli la fronte, per questa sua caratteristica veniva chiamato Macchia.
Il dottore, un amante dei cavalli se ne era innamorato a prima vista e aveva chiesto all'allevatore di volerglielo cedere. Avrebbe pagato qualsiasi somma. Ma Bellotta gliel'aveva negato con il pretesto di averlo destinato alla monta.
Quella notte i cinque corleonesi andavano a ripulire l'onta del rifiuto subita dal dottor Nazzaro. Appena si avvicinarono allo stazzo i cavalli cominciarono a innervosirsi. Quattro di loro scesero dalle cavalcature e si avvinarono a piedi alla fattoria. Soltanto Ninuzzu rest in sella, a godersi lo spettacolo. Nin tratteneva i loro quattro cavalli per le briglie, mentre Saro, Piddu e Vito si avvicinarono alla casa pronti a usare le doppiette.
Dalle finestre videro il figlio dell'allevatore che dormiva in una stanza. Vincenzo Bellotta e la moglie si trovavano nella camera accanto. Anche loro dormivano e non furono svegliati dallo scalpitare nervoso dei cavalli nello stazzo.
Vito apr le porte nella vicina stalla dove scorse Macchia e altri due cavalli che erano evidentemente quelli di maggior pregio. Appena varc la soglia le bestie diventarono inquiete. Si misero a nitrire, come se avessero fiutato il pericolo. Vito sal sulla staccionata del box di Macchia, tolse da tracolla la zucca secca e vers il contenuto sul dorso dell'animale che al contatto del liquido scalci e sbuff vigorosamente.
Bellotta spalanc gli occhi. Tese l'orecchio e percep l'insolito nervosismo dei cavalli. Si alz dal letto e, cos com'era, senza preoccuparsi del freddo, afferr la doppietta appesa a un attaccapanni. Il movimento svegli la moglie.
Pietro, perch ti sei alzato?, domand lei ancora intorpidita dal sonno.
Ma il marito non le rispose. In camicia da notte usc dalla stanza e chiam il figlio: Domenico, alzati, c' qualcuno fuori.
Senza aspettare che il ragazzo lo seguisse, spalanc la porta di casa con la doppietta in pugno, pronto a difendersi.
Ma si sent premere un fianco dalle canne di un fucile. Bellotta, dammi l'arma. Disse con voce tagliente Piddu.
In quell'istante comparve sullo specchio della porta il figlio dell'allevatore, anche lui con un fucile in mano. Ma appena vide il padre minacciato e un altro uomo che gli puntava addosso una doppietta, alz le mani senza che nessuno gli avesse detto nulla.
In quell'istante dall'interno della casa la donna url impaurita. Vito entr nella casa e la fece tacere imbavagliandola. Vito poco dopo usc e sequestr i fucili dei due uomini.
Chi siete?, domand Bellotta, che non era tipo da mettersi paura facilmente. Poi in lontananza, accanto allo stazzo, vide l'uomo che era rimasto a cavallo. Era sicuramente il capo di quella banda di balordi. Gli grid: Ditemi cosa volete e ve lo dar.
Saro, che teneva sotto mira il ragazzo gli fece cenno di dirigersi verso la stalla. Piddu, appena il figlio si mosse, spinse la canna del fucile tra le costole di Bellotta che cap che doveva seguire i due. Non ho contanti, ma potete prendervi i cavalli che volete, disse Bellotta avvicinandosi alla stalla. Ma non dovete fare del male alla mia famiglia.
Saro lasci il controllo del ragazzo a Vito ed entr nella stalla.
Poco dopo anche gli altri comparvero sospinti da Piddu e Vito.
Bellotta ebbe come una folgorazione: Ora ho capito. Siete venuti per Macchia.  lo stallone che v'interessa. Va bene, potete prenderlo. Ma finiamola di recitare questa tragedia.
Il morello sgambava nello stretto box, voleva uscire, ma andava a cozzare contro la staccionata. Saro raccolse da terra una manciata di paglia e la compatt come per farne una torcia.
Colpito da un drammatico presentimento, Bellotta cominci a urlare: Non lo fare! Ti prego. Non lo fare! Prendilo  tuo, te lo regalo! Vale un patrimonio.
Ma Saro estrasse dalla tasca un fiammifero, lo sfreg sulla tela dei pantaloni accendendolo.
No!. Questa volta al suo urlo si aggiunse quello del figlio. Vigliacchi!.
Saro diede fuoco alla paglia e la gett sul dorso dell'animale che, al contatto dell'alcol, divamp improvvisa sulla criniera e sul manto del povero cavallo.
Un urlo disumano risuon nella stalla. Bellotta, senza preoccuparsi delle conseguenze si lanci verso il box, super la staccionata e tent di spengere il fuoco a mani nude. Ma l'incendio si stava propagando ai legni e alla paglia. L'animale scalciava e nitriva, come impazzito, soffrendo le pene dell'inferno.
Saro e gli altri arretrarono per non restare coinvolti nelle fiamme. Uscirono di corsa e si diressero verso lo stazzo.
Aprirono la staccionata e fecero uscire i cavalli, avviandoli in branco verso il vicino bosco della Ficuzza.
Questi non gli serviranno pi, sentenzi Ninuzzu.
Mentre si allontanavano, entrando nei sentieri del bosco, nel silenzio della notte sentivano ancora le urla disperate dei due uomini e i nitriti selvaggi dei cavalli bruciati vivi, mentre i bagliori rossastri dell'incendio illuminavano la volta del cielo di quella notte maledetta.

5. Gli eroi di Corleone.

Ninuzzu aveva imparato presto la lezione. I maggiori guadagni nell'affare delle carni, non erano di coloro che rischiavano la pelle, assalendo i bovari e i pastori, bens di coloro che provvedevano alla vendita clandestina sul mercato di Palermo. Ma perch lasciare il miglior incasso a chi in fondo rischiava davvero poco nel trasporto delle carni? Decise di fare entrare nell'affare il dottor Nazzaro, per due motivi: primo perch lui era il padrino della zona e in secondo luogo perch possedeva camion che gi facevano la spola dall'entroterra a Palermo, quindi non avrebbero dato nell'occhio quei continui viaggi.
Prima di dare il via ufficiale al nuovo commercio, Ninuzzu dovette regolare alcuni conti con chi gi faceva da tempo quello stesso servizio.
Nel frattempo si era sparsa la voce che la sua banda era determinata e feroce come mai si era visto in quelle zone. Neppure lo spietato Candina della banda Maurina si era mai mostrato cos crudele. Cosicch, quando diede appuntamento ai fratelli Di Salvo per un accordo, questi mandarono a dire che stavano per partire per l'America e negli anni a venire nessuno li vide pi dalle parti di Palermo.
Gli affari cominciavano a girare alla grande. Ninuzzu gestiva il feudo di Strasatto e aveva nominato i suoi uomini pi fedeli, Saro e Piddu, come campieri. Con il trasporto delle carni potevano finalmente vivere tutti un po' decentemente.
Ma si sa, la pace  una predisposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia, attivit che l'uomo pratica in misura ridotta.
I nostri amici si stavano godendo quei successi, quando il feudo di Strasatto una domenica mattina fu invaso da una folla di contadini che sventolavano bandiere rosse. Alla loro testa c'era un sindacalista socialista, Placido Rizzotto.
Anche lui era nato a Corleone, anche lui discendeva da una famiglia di umili origini. Primo di sette figli, dovette occuparsi della famiglia perch perse la madre quando era ancora piccolo e il padre, accusato di aver preso parte a un delitto di mafia, fu arrestato lasciando i fratelli alle cure del fratello maggiore. Come molti altri compagni del paese riusc a riscattarsi con il duro lavoro dei campi, scegliendo la strada della legalit. Al ritorno dalla guerra si era scritto nel partito socialista, ereditando le idee e l'impegno di quel Bernardino Verro che all'inizio del secolo aveva guidato le lotte dei contadini contro gli agrari.
Rizzotto, trentaquattro anni, baffetti malandrini e capelli divisi a met da una scriminatura, magro, ma dai muscoli possenti per il gran lavoro speso da quando era ragazzino, come segretario della Camera del lavoro di Corleone, guidava i contadini di Corleone e Godrano nella lotta per la proroga dei contratti e per una pi equa divisione del raccolto.
Di lui si era innamorata perdutamente Sabedda, una bella ragazza dai tipici lineamenti isolani: lunghi capelli corvini, il volto di un'attrice, con due occhi penetranti e labbra carnose. Proprio come piacevano a Rizzotto che ricambiava il suo amore. I due giovani avevano promesso di fissare le nozze al pi presto. Sabedda era la pi invidiata tra le ragazze di Corleone. Non si perdeva nessuna delle riunioni, sia per sentirlo parlare, sia per restare un po' con lui, dopo l'assemblea.
Non  facile quello che ci accingiamo a fare, esord Rizzotto, quel pomeriggio. Dobbiamo lottare contro persone che da millenni si sentono gli assoluti padroni. Ma io vi dico che la terra  di chi la lavora. Ma non sono soltanto loro quelli contro cui dobbiamo combattere. Noi dobbiamo lottare anche contro le nostre paure. La paura di dovere affrontare una cosa che nessuno prima ha mai fatto. Ma ricordatevelo, non siamo i primi. Meno di cinquant'anni fa, eroi come Bernardino Verro lottarono con i vostri antenati per questo sacrosanto diritto. Lo facciamo, lo fate, per il futuro dei nostri figli.  per togliere loro quella puzza di miseria che ha accompagnato la nostra giovinezza e la nostra vita fino ad oggi. Dobbiamo lottare per la speranza di un futuro migliore. Ma per fare questo dobbiamo essere tutti uniti. Da soli non riusciremo a costruire niente, ma tutti insieme vinceremo. Perci non dobbiamo avere paura di denunciare Ninuzzu e i suoi amici campieri quando vengono nelle nostre case a pretendere l'impossibile, gridava nella sede del sindacato, sfidando l'ira dei mafiosi. Dobbiamo denunciarli ai carabinieri quando commettono abusi e prevaricazioni. Non dobbiamo aver paura dei tutori dell'ordine. Sono loro, i mafiosi, che debbono aver paura di finire in galera.
Quella sera, nel corso della riunione, il dottor Nazzaro entr nella sezione della Camera del lavoro, cosa che non aveva fatto mai. Erano con lui Ninuzzu, che quando il dolore alla colonna vertebrale si faceva pi acuto si aiutava sorreggendosi a un bastone, Saro, Piddu e un altro picciotto del paese.
I contadini appena lo videro si alzarono in piedi ossequiosi.
Seduti! Non vi muovete, grid Rizzotto costringendoli a restare a sedere. Poi si avvicin al dottore fronteggiandolo con spavalderia. Dottore, ha sbagliato porta?
Non  questa la Camera del Lavoro?, domand Nazzaro per nulla intimidito.
Volete forse la tessera del sindacato?, ribatt sarcastico Rizzotto.
Ce l'ho gi la tessera da sindacalista. Non lo sai? Sono il presidente della Federazione dei coltivatori diretti, rispose Nazzaro.
Bravo. Immagino che si tratti della Federazione che tutela i privilegi degli agrari, cio dei padroni, non certo di chi lavora veramente la terra!. Rizzotto alz la voce e subito Ninuzzu e Saro lo spinsero indietro, per proteggere il loro padrone.
Sabedda si avvicin a Placido e gli sussurr: Lascialo stare, non ti far provocare.
Nazzaro spalanc le braccia in un gesto remissivo: Ma perch tanto livore, Rizzotto. In fondo lottiamo per la stessa causa. Non sarebbe meglio parlarne da galantuomini?
Dottor Nazzaro non offenda la mia intelligenza. Noi non lottiamo per la stessa causa, ripet Rizzotto.
Peccato. Comunque ero venuto per un altro motivo. Tu sei anche il presidente dell'Associazione combattenti e reduci, ecco io vorrei iscrivermi all'associazione.
Nazzaro, lei mi sta provocando. Ma non cado nella sua trappola. S,  vero, sono il presidente dell'Associazione reduci. Ma non vedo combattenti qui dentro.
Senti, ragazzino, hai davanti uno che ha servito il regio esercito come ufficiale di complemento della sanit militare. Ero sottotenente al 10 Artiglieria pesante di Trieste. Congedato con onore nel 1931. Se c' uno che ha diritto alla tessera, quello sono io.
Mi dispiace. Nella lista non c' posto per i mafiosi. La risposta arriv come una scudisciata.
Saro ebbe un moto d'ira che il dottore blocc prontamente. Non qui!, disse.
Poi Nazzaro si rivolse a Placido Rizzotto fissandolo negli occhi. Continua pure la tua battaglia per la terra, amico mio. Ma attento perch la terra rischi di vederla dalla parte delle radici. Cos dicendo gli gir le spalle e si diresse lentamente verso la porta.
Rizzotto stava per reagire, ma Sabedda lo blocc abbracciandolo stretto a s. Lascialo dire, amore mio. Non ti mettere contro di lui.
Rizzotto, pur bloccato dalle forti braccia di Sabedda, gli grid dietro con la voce rotta dall'emozione: Nazzaro, non ho paura n di te, n dei tuoi bravacci.
Ninuzzu si gir e stava per colpirlo con il bastone, ma si ferm e gli sussurr le stesse parole del suo padrone: Non qui.... Guard la giovane fidanzata, come a volerla spogliare. E poi non davanti a una bella femmina, come lei. Con la punta del bastone cerc di toccarle i capelli, ma Rizzotto lo allontan con violenza. Ninuzzu sorrise mellifluamente, si volt e segu claudicante il gruppo dei suoi compari.

Corleone, Sicilia, 10 marzo 1948.

Una settimana dopo quell'incontro, i contadini di Corleone invasero l'ex feudo di Strasatto, proprio quello di cui Nazzaro aveva affidato la gabella a Ninuzzu.
I contadini avevano portato gli aratri e provocatoriamente si misero ad arare la terra per dimostrare che doveva appartenere a chi la sapeva lavorare.
Ninuzzu, Saro e Piddu videro da lontano quella allegra invasione e Ninuzzu giur che Rizzotto avrebbe pagato con la vita l'affronto.
Non contenti dell'esibizione, i contadini raggiunsero il vicino castello di Strasatto e l'occuparono pacificamente. Poi qualcuno si arrampic sul tetto della torre di guardia e iss sul pennone una grande bandiera rossa.
Quella sera i contadini tornarono in paese, felici e pieni di speranze per il futuro. N i padroni, n il gabellotto e neppure i campieri si erano fatti vedere per non rischiare un confronto che avrebbe portato sicuramente a qualche luttuoso evento.
Ninuzzu, circondato dai suoi uomini, era seduto a un tavolo della bettola di Toni. Piddu vers il vino. Ninuzzu afferr il suo bicchiere e vedendo arrivare dal centro della piazza Placido Rizzotto che parlava accalorato e raggiante per l'entusiasmo con cui i suoi contadini avevano partecipato alla manifestazione, lo apostrof: Rizzotto, vieni a brindare con noi. Picciotti, riempite un bicchiere per il nostro condottiero.
Rizzotto lo fiss, ma non rispose all'invito e continu a parlare con i suoi amici, dirigendosi verso la Camera del lavoro.
Ninuzzu allora si alz e per quanto il dolore alla gamba glielo consentisse, gli corse dietro fino a raggiungerlo e a battere con il legno del bastone dietro alla spalla.
Rizzotto, maleducato sei? Non ti fermi quando ti chiamano gli amici?.
Il sindacalista si gir repentinamente afferrandogli la punta del bastone che, con uno strappo prepotente e improvviso, gli sfil dalla mano. Ninuzzu si sbilanci e cadde all'indietro, sul selciato della piazza. La gente intorno non pot fare a meno di ridere.
Non ridete, li rimprover Rizzotto. Non vedete che  un povero sciancato? Dovete compatirlo e non deriderlo.
Quelle parole furono ferro rovente e marchiarono a fuoco vivo la mente di Ninuzzu. Si rialz, rifiutando la mano di Saro che era accorso insieme a Piddu in suo soccorso.
Saro si fece sotto a Rizzotto. Ma era alto poco pi di un metro e mezzo, contro il metro e ottanta dell'altro e la sproporzione fece sorridere la folla dei contadini che avevano nel frattempo riempito la piazza centrale del paese.
Rizzotto, con quella lingua un giorno ci far un cappio che ti strangoler, gli soffi Saro sotto il naso.
Per tutta risposta Rizzotto rise e mostrandolo ai paesani lo present: Signori, ha parlato u curtu. I contadini risero, godendo nel vedere ridicolizzati i loro padroni.
Quella gogna di Rizzotto bruci Saro come le fiamme che aveva gettato sui purosangue di Bellotta.

6. Fine di un sogno.

Quella sera stessa, sebbene stanchi ed estenuati dalla lunga dimostrazione di protesta, Placido Rizzotto e gli amici dell'associazione si concessero un bicchiere di vino in pi e tirarono fino a tardi commentando la giornata, ricordando le facce furiose dei gabellotti, i tirapiedi degli agrari, e le urla dei contadini, i loro canti patriottici. Quanta soddisfazione avevano provato a gridare i loro diritti in faccia ai poliziotti che avevano avuto l'ordine di non reagire. Le ore di quella giornata per il movimento dei contadini furono indimenticabili. Il confronto tra Rizzotto e Saro era il pezzo forte delle rimembranze. Grandi risate al pensiero della sua faccia e delle sue parole farfuglianti, fino a farle diventare una barzelletta.
Si era fatta l'una dopo mezzanotte e Toni, il padrone della bettola, li costrinse ad andar via. Rizzotto, insieme a Peppuccio Siracusa e Ludovico Benigno decisero che era arrivata l'ora d'incamminarsi verso casa.
Le loro rivendicazioni avevano suscitato il risentimento dei ricchi agrari, dei gabellotti, dei campieri e della mafia. Una settimana prima a Petralia Sottana era stato ucciso un sindacalista, Epifanio Li Puma. Quel precedente avrebbe dovuto metterli sull'avviso. Non dovevano sottovalutare i loro avversari. Eppure quella sera commisero una grave leggerezza.
I tre amici incontrarono Pasquale Serra, un personaggio equivoco, che di giorno bazzicava i braccianti, dando a vedere di stare dalla loro parte, ma di notte frequentava Ninuzzu e gli altri compari della banda, affiancandoli spesso nelle loro scorrerie.
I due amici di Rizzotto conoscevano perfettamente l'ambiguit di Pasquale Serra, perci non avrebbero dovuto abbandonare il responsabile del sindacato. Eppure Peppuccio Siracusa dichiar di essere stanco e lasci la comitiva avviandosi verso casa.
Poich si trovavano nelle vicinanze dell'abitazione di Ludovico Benigno, anche lui decise di ritirarsi. Rizzotto lo salut con la promessa di rivedersi l'indomani. Nella via deserta di Corleone restarono Rizzoto e Serra.
Rizzotto s'accese una sigaretta e s'incammin risalendo lo stradone di via Bentivegna. Era felice per come si era svolta la dimostrazione. Voleva imprimere in mente ogni istante di quella giornata. La compagnia di Serra per lo disturbava perch scherzava, faceva discorsi senza capo n coda, le sue parole suonavano false. Arrivarono allo slargo della chiesa di San Leonardo e qui la tragedia di Serra fin perch tre uomini lo stavano aspettando. Tre ceffi che sembravano partoriti dal diavolo. Tre ghigni che, quando si pararono davanti a Rizzotto, il giovane non pot fare a meno di spaventarsi.
Nessuno parl. I due ai lati lo bloccarono. Rizzotto si divincol con tutte le sue forze che per furono subito dimezzate da un poderoso cazzotto che s'infranse in pieno sulla faccia, facendogli sanguinare il naso. Il personaggio al centro, il pi robusto di tutti, sembrava un pugile per come colpiva preciso e con la forza di un maglio. Un altro pugno gli spacc il labbro, un altro gli centr gli occhi e un altro ancora gli zigomi e poi il volto, il mento, la mascella... Le forze lo stavano abbandonando. Il viso era inondato di sangue. Ancora due pugni e la vista gli si annebbi. La testa ciondol sul collo, come disarticolata.
Il pugile si ferm e disse:  svenuto.
Allora i due che lo trattenevano lo trascinarono verso una Millecento nera parcheggiata qualche metro pi avanti. Al volante c'era Ninuzzu che aveva assistito in silenzio alla scena con un malcelato ghigno di rivalsa.
Aspett che lo caricassero a bordo, poi uno dei due complici disse a Serra: Vattene a casa. Il tuo compito finisce qui. Anche tu, disse rivolto al pugile, vai a casa. Ci si vede domani.
Ninuzzu mise in moto e si diresse verso Rocca Busambra.

Non si nasce pastori, come non si nasce medici o scienziati. Medici o scienziati ci si diventa, se per hai la fortuna di nascere nella famiglia giusta. Ma pastore, se nasci in una famiglia di pastori, ci resti per il resto della tua vita. Le occasioni di emancipazione, in quegli anni di povert assoluta, erano praticamente nulle.
Come molti suoi coetanei, il pastorello Peppuccio Lanari aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare. Ma a differenza dei suoi compagni, Peppuccio amava i libri, amava disegnare, era avido di sapere, di conoscenza. Alla maestra rivolgeva mille domande. Di ogni cosa voleva conoscere il perch.
La maestra ne aveva parlato alla mamma e l'aveva esortata a farlo arrivare almeno fino alla quinta elementare. Ne valeva la pena perch Peppuccio era il pi bravo tra tutti i suoi alunni. Di nascosto dal padre, la donna lo aveva iscritto cos alla quarta elementare, ma un giorno il padre si present in classe. Dalla sua faccia torva Peppuccio cap subito cos'era venuto a fare.
Si alz dal banco e piangendo gli chiese di aspettare ancora qualche giorno. Qualche giorno soltanto. Almeno fino ad arrivare alla spiegazione delle divisioni. Anche la maestra lo spalleggi, ma l'uomo le spieg che era tempo di portare le greggi verso i nuovi pascoli. Non poteva pi fare a meno del suo aiuto.
Si avvicin al banco e lo afferr per il braccio. Il piccolo Peppuccio, umiliato davanti ai compagni, piangeva senza ritegno. Ma il padre non s'impietos. Lo trascin fuori dalla classe e lo condusse direttamente alla trazzera che si trovava sulla cima del monte Busambra.
Erano passati quattro anni da quel giorno, ma per Peppuccio le sensazioni provate quella mattina, erano stampate nei suoi pensieri. Riviveva quella terribile scena ogni anno che tornava nella capanna, nello stesso mese, con le stesse paure e la stessa angoscia.
Per Peppuccio quel lavoro era una violenza. Aveva paura a stare da solo, al buio, lontano da tutti, in compagnia di quelle stupide pecore. L'ossessione cominciava quando scendeva la sera e arrivava il buio. In quattro anni non si era ancora abituato. Si stringeva al suo bastone e pregava la Madonna di proteggerlo, come gli aveva suggerito la mamma. Ma, fino a quando non si addormentava, il terrore era il suo compagno inseparabile.
Quella notte del 10 marzo il rumore di un'auto lo svegli di soprassalto. Chi poteva essere a notte fonda? Usc dal capanno e in lontananza vide un fascio di fari sciabolare per un attimo sulle rocce dove si trovava. Si abbass per non farsi notare, ma era una precauzione inutile: con quel buio era praticamente invisibile.
Si nascose dietro una roccia e vide l'auto fermarsi dove il sentiero finiva, a poche decine di metri dal suo nascondiglio.
Due uomini uscirono dall'auto. Trascinarono un corpo fuori dall'abitacolo. L'uomo aveva il viso sporco di sangue e sembrava morto per la sua immobilit. Peppuccio stava per gridare dallo spavento, ma si tapp la bocca. Poi un altro figuro usc dal lato della guida. Si sorreggeva a un bastone e claudicando leggermente precedette gli altri.
Ma il morto non era morto perch Peppuccio lo sent lamentarsi debolmente. Allora i due uomini che erano scesi per primi dall'auto lo deposero sulla roccia aguzza della forra.
Peppuccio vide lo zoppo afferrare il bastone con entrambe le mani dalla parte del puntale. Lo alz e con tutta la forza colp ripetutamente sulla testa l'uomo a terra. Gli altri due arretrarono per evitare gli schizzi di sangue sui pantaloni. Quando lo zoppo fu esausto, smise di colpirlo e cerc una roccia su cui andare a sedersi. Ripul dal sangue il massiccio pomello con un fazzoletto che poi gett a terra.
Peppuccio sent dirgli: Hai smesso di fare lo sbruffone, amico. Poi si rivolse ai due compari: Cacciatelo all'inferno, quel bastardo.
I due lo presero per le braccia e i piedi e si avvicinarono all'inghiottitoio. Nel trasportarlo per si sfil uno scarpone. Gli diedero un calcio per gettarlo nella forra, poi sollevarono di nuovo il povero cadavere e lo lanciarono nella gola senza fondo.
Quella visione di violenza sconvolse la mente di Peppuccio che cominci a tremare per la paura e la tensione. Per non farsi sentire si accucci sotto la pietra e rest cos rannicchiato, senza neppure accorgersi del gelo della notte.
L'indomani mattina, il padre lo raggiunse per portargli i rifornimenti per il pranzo. Non lo trov nella trazzera. Il gregge era ancora nello stazzo. Lo chiam a gran voce, ma nessuno gli rispose. Vag nei sentieri intorno e finalmente lo vide rannicchiato in posizione fetale sotto una roccia. Un tremore irrefrenabile scuoteva il ragazzo. Il padre sent che era caldissimo. Doveva avere la febbre molto alta. Seriamente allarmato lo avvolse in una coperta, lo prese tra le braccia e si diresse verso Corleone.
Il ragazzo delirava, parlava di un omicidio, di un uomo con un bastone che aveva ucciso un altro uomo che poi era stato gettato dentro l'inghiottitoio del Brusone. Parole apparentemente sconnesse, ma precise nella sequenza dei fatti.
Il padre lo port direttamente all'ospedale dei Bianchi.
Al dottore Nazzaro che lo visit gli parl delle sue visioni.
Dottore, sono preoccupato. Dice frasi senza senso... di un uomo zoppo che uccide con il bastone una persona che poi viene gettata nell'inghiottitoio.  un sogno. Ma lui continua a dire che l'ha visto con i suoi occhi. Dottore, ho paura che mi diventi scimunito, si lamentava il pastore.
Non ti preoccupare, non diventa scimunito.  solo una febbre da polmonite. Lo cureremo noi. Stai tranquillo, ora vai da tua moglie, lo tranquillizz il dottore.
Nazzaro, che sapeva esattamente quel che era successo in contrada Busambra, prese l'estrema decisione di eliminare quel pericoloso testimone. Magari un carabiniere troppo solerte e in cerca di facile gloria avrebbe potuto voler verificare le parole del pastorello e trovare qualche traccia del delitto. Da l ad arrivare a incolpare Ninuzzu, come lo sciancato dell'omicidio, ci sarebbe voluto un attimo. Poteva essere la fine per tutti loro. La decisione era presa.
Quando estrasse la siringa dalla vena, si preoccup soltanto di non fargli uscire il sangue che tampon con una garza. Non gli venne in mente neppure per un istante che stava togliendo la vita a un ragazzo di dodici anni. Peppuccio spir qualche minuto pi tardi. Il referto fu che doveva aver mangiato qualche fungo velenoso raccolto nel bosco.
Il certificato di morte, il dottor Nazzaro lo fece firmare da un altro medico dell'ospedale, il dottor Ignazio De Rosa. Questi scrisse di un decesso dovuto a tossicosi. Il particolare incurios il capitano dei carabinieri che in quegli anni a Corleone era Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il capitano ordin l'autopsia e l'esame autoptico rivel che la morte era sopraggiunta per avvelenamento. Il dottor Nazzaro si disse costernato: Forse qualcuno ha commesso un errore scambiando la fiala.
Il dottor De Rosa aveva capito di essersi cacciato in un brutto guaio. Qualcuno gli sugger di abbandonare l'Italia e di trasferirsi in qualche terra lontana, dove sarebbe stato difficile raggiungerlo. Il dottore non se lo fece ripetere. Chiuse lo studio di Corleone, e qualche giorno dopo s'imbarc per l'Australia e nessuno ha sentito pi parlare di lui.
La scomparsa di Placido Rizzotto gett nella disperazione, oltre che i suoi numerosi amici, anche gli associati delle cooperative che confidavano in lui per portare avanti la battaglia contro gli agrari e i gabellotti. Si formarono squadre di volontari per cercarlo. Fu battuta la foresta di Ficuzze, gli anfratti del Busambra, i casali disabitati dei feudi, ma di Rizzotto non si trov pi traccia.
Il capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa continu a indagare sull'omicidio, ma non riusciva a trovare nessun corleonese in grado di dargli un indizio, anche soltanto un'idea di ci che era accaduto il famoso giorno in cui Nazzaro era andato a provocare Placido Rizzotto alla Camera del lavoro.
Il capitano era fermamente convinto che il mandante di quell'omicidio fosse proprio il Dottore, ma non riusciva a raccogliere lo straccio di una prova. Tuttavia decise di arrestarlo ugualmente, per dare un esempio alla cittadinanza che nessuno poteva dichiarare di essere al di sopra della legge, neppure il potentissimo dottor Nazzaro.
Ottenne dalla Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia il mandato per il confino del dottore in Calabria, a Gioiosa Ionica, per cinque anni con l'accusa di essere un elemento socialmente pericoloso.
Fu un grave affronto per il dottore che per attiv tutte le protezioni politiche su cui poteva fare affidamento. In pratica il provvedimento di confino non fu mai attuato perch appena un mese dopo venne dichiarato decaduto liberando il dottore da quel fastidioso incidente di percorso, come lo chiamava ridendoci su con i suoi accoliti.
Il dottor Nazzaro aveva abbandonato gli amici del Partito liberale, che gli avevano provocato soltanto guai e si era alleato questa volta con il partito di governo, la DC, che sembrava pi forte e meglio guidato.
Grazie al suo considerevole bacino di voti, la DC gli forn una protezione a prova di capitani di carabinieri. Le nomine ufficiali, come presidente della Coltivatori diretti e gli incarichi direttivi del Consorzio di bonifica furono una sorta di sdoganamento dell'Onorata societ presso le istituzioni che guardavano con benevolenza e soddisfazione il suo padrinato. Non pass molto tempo che Nazzaro pot vantare anche l'amicizia con il potente ministro degli Interni dell'epoca e con il segretario provinciale della DC.

7. Prima visita all'Ucciardone.

Corleone, Sicilia, 13 maggio 1949.

Con il passare dei mesi le scorrerie dei giovani corleonesi si fecero sempre pi audaci. Le razzie dei covoni, ma soprattutto quelle del bestiame erano diventate ormai un'attivit quotidiana. Saro, Piddu e Calogero, l'ultimo giovanissimo acquisto della banda, tanto erano sicuri di non essere denunciati che durante le loro scorrerie non nascondevano neppure pi i volti dietro i fazzoletti.
Nella provincia tutti sapevano che erano loro gli autori di rapine e abigeati, ma nessuno osava mettersi contro Ninuzzu e l'autorevole dottore Michele Nazzaro.
Ma, si sa, i giovani non hanno la saggezza e la prudenza dei loro padri e Menicu, il figlio di un bovaro a cui Saro e i suoi amici una notte avevano razziato met gregge di pecore, disobbed al padre che gli aveva proibito di sfidare quelle canaglie e un giorno affront a viso aperto il giovane criminale.
Sapeva dove trovarlo. La mattina i tre amici giravano per il paese senza far niente, poi a met mattinata si recavano al forno di zio Vincenzo che gli regalava una focaccia appena sfornata.
Menicu, accompagnato da due suoi cugini, si avvicin a Saro e l'apostrof: Sei contento di rubare la fatica degli altri?.
Saro guard i due cugini poi fiss Menicu con sguardo torvo. Ma decise di essere gentile e si sciolse in un sorriso. Menicu, ma che dici? Tieni, mangia la focaccia di zu Vicenzu. Prendila  buona.
Ma Menicu con una manata gliela fece cadere a terra. Non la voglio, l'avrai sicuramente rubata.
Saro con un gesto trattenne i suoi amici. Menicu, si fa peccato a gettare il pane per terra. Si chin per raccoglierlo, lo spolver dal terriccio e lo baci.
Stai lontano dalle mie pecore, hai capito?, continu a sfidarlo.
Menicu, mi devo preoccupare? Mi vuoi denunciare ai carabinieri?, fece sarcastico Saro.
Non ho bisogno degli sbirri per raddrizzarti le ossa!, disse Menicu affrontandolo a viso aperto.
Con uno scatto repentino Saro lo spinse ed estrasse dalla cinghia dei pantaloni la Mauser, il regalo di Ninuzzu per la sua affiliazione nella banda.
Nello stesso istante anche uno dei cugini di Menicu tir fuori dalla giacca una vecchia pistola, puntandola contro Saro.
La situazione era paradossale perch Saro teneva sotto mira Menicu e il cugino puntava la pistola contro Saro. Ora non si scherzava pi. I volti dei contendenti erano contratti. Chi avrebbe ceduto per primo? Trascorsero secondi interminabili in quella posizione, poi qualcuno fece una mossa incauta e le pistole spararono simultaneamente. Entrambi i contendenti caddero a terra colpiti.
Menicu fu portato all'ospedale, mentre Saro se lo caric sulle spalle Piddu e lo trasport a casa dello zio Francesco.
Lo zio lo medic alla meglio. Era stato ferito alle gambe, ma per fortuna la pallottola non aveva reciso l'arteria femorale. Lo zio lo caric su un carrettino e lo port all'ospedale dei Bianchi per le cure del caso.
Non fu cos fortunato Menicu. Anche lui era stato colpito a una gamba, ma nel suo caso la pallottola aveva reciso l'arteria e il giovane mor quella notte stessa.
Saro fu accusato di omicidio volontario. Appena fu in grado di camminare, fu condotto all'Ucciardone, il carcere di Palermo e poco dopo processato quale responsabile dell'uccisione del giovane pastore. Gli furono riconosciute le attenuanti generiche e la Corte d'assise di Palermo gli inflisse la sua prima condanna. La pena che doveva scontare era di dodici anni e quattro mesi. A novembre avrebbe compiuto soltanto diciannove anni.

Giovanni Parisi era un killer corleonese. Insieme a Ninuzzu, anni prima, aveva ucciso una guardia campestre, un tale Calogero Caruso, padre di cinque figli.
Calogero, insieme ad altre due guardie in perlustrazione al feudo Malvello, aveva avuto la sfortuna di sorprendere Ninuzzu, allora diciannovenne, insieme a Vito De Leo, mentre arraffava covoni di grano caricandoli sui muli.
Li circondarono e, minacciandoli con le doppiette intimarono loro di arrendersi.
I due manigoldi si fecero arrestare senza opporre resistenza. Ma al momento di mettergli le manette, Ninuzzu gett un'occhiata di fuoco a Caruso, promettendo che gliel'avrebbe fatta pagare.
Il corleonese per quel furto rimase in galera per tre mesi e quando usc avvicin Giovanni Parisi. Scelse lui perch abitava nel centro storico del paese, proprio vicino a Caruso e ne conosceva le abitudini.
Mi devi aiutare ad ammazzare il campiere che mi ha fatto arrestare, gli disse un giorno.
Giovanni Parisi non neg quel favore e insieme pensarono a un piano per uccidere il povero padre di famiglia.
Cominciarono gli appostamenti per sorprenderlo. I momenti pi propizi erano quando usciva di casa la mattina oppure quando vi rientrava. Una sera si present l'occasione che stavano aspettando. Calogero Caruso si era trattenuto pi del solito al bar Centrale e rientr a casa a tarda ora. Le strade erano deserte. Ninuzzu e Giovanni Parisi lo seguirono decisi a chiudere la partita.
Ma Caruso s'accorse dei due uomini incappucciati. Era una tiepida serata di primavera e non erano necessari quei lunghi tabarri invernali. Allung il passo. Lo stesso fecero gli altri due. Fortunatamente riusc a raggiungere la sua abitazione e a sprangare in tempo la porta.
Cal, perch hai l'affanno?, gli domand la moglie.
C'erano due che mi seguivano. Avevano i pastrani e sotto ho visto le canne di due doppiette.
E ce l'avevano con te?, fece incredula la moglie, conoscendo il carattere mite del marito.
Non lo so. Non riesco a capire, rispose smarrito il campiere.
Ma li hai visti in faccia? Li hai riconosciuti?
Uno mi sembrava Giovanni Parisi. Ma io non gli ho fatto niente a lui. Perch dovrebbe avercela con me?.
La mattina successiva si svegli, come al solito, di buon ora per andare a pulire la stalla e strigliare il mulo. Caric lo stallatico su una carriola per gettarlo nella discarica, ma s'accorse di essere pedinato dai due della sera precedente. Cerc di nascondersi nella stalla di un vicino, ma quello gli chiuse le porte in faccia. Allora corse verso casa. Fece per bussare, ma una rosa di pallettoni lo invest in pieno nella schiena. Cadde sulla porta, mentre la moglie la stava per aprire. In quel frangente Giovanni Parisi si avvicin all'uomo che in un ultimo disperato tentativo di difesa si volt. Riconobbe il vicino. Giovanni, piet!, url con le ultime forze che lo stavano abbandonando.
Ma Giovanni non ebbe piet e scaric la pistola in faccia al campiere, sotto gli occhi terrorizzati della moglie.
Ad ammazzare mio marito sono stati Giovanni Parisi e Ninuzzu!, denunci la moglie del campiere ai carabinieri. Ma lo straordinario coraggio della donna non fu sostenuto da quello dei magistrati che non prestarono fede alle sue dichiarazioni.
Io e Ninuzzu, confess Giovanni Parisi agli investigatori, abbiamo atteso Caruso nascosti vicino a casa sua. Avevamo gi provato a ucciderlo la sera precedente, ma lui si accorse di noi e riusc a sfuggirci. Ninuzzu doveva lavare l'offesa che aveva ricevuto dal campiere, quando l'aveva arrestato per il furto dei covoni di grano.
Anche Vito De Leo, il complice di Ninuzzu nel furto dei covoni, conferm quella versione.
Malgrado le testimonianze schiaccianti della vedova che si costitu parte civile e le dichiarazioni stesse dei coimputati, per quelle misteriose alchimie che portano a stravaganti interpretazioni delle leggi, dovute spesso alla caparbia ottusit di certi magistrati, la Corte d'assise di Palermo, con sentenza del 13 ottobre 1955, mand assolti per insufficienza di prove sia Ninuzzu sia Giovanni Parisi.
Il pubblico ministero present ricorso e furono necessari altri dodici anni affinch la Corte di appello di Bari rigettasse definitivamente le accuse contro i due. Tra l'altro Giovanni Parisi, chiamato a confermare le sue dichiarazioni davanti ai giudici, ritratt tutto, sostenendo che la confessione gli era stata estorta dai carabinieri. I giudici non credettero neppure alle accuse della moglie di Caruso perch reticenti, contraddittorie e incerte. In definitiva per i due imputati fu confermata la sentenza d'innocenza del primo grado.

Giovanni Parisi, prima di arrivare alla sentenza d'innocenza dell'omicidio del campiere, trascorse molti anni in custodia cautelare, al contrario di Ninuzzu che si era reso irreperibile sin dal giorno in cui i carabinieri si erano recati a casa sua per arrestarlo.
Il Parisi era ancora detenuto nel carcere dell'Ucciardone quando, per vendicarsi di Ninuzzu che era sfuggito all'arresto, abbandonandolo al suo destino, dichiar di conoscere la verit sulla morte del sindacalista Placido Rizzotto.
Disse che quella famosa sera del 10 marzo, Ninuzzu aveva avvicinato Pasquale Serra, il gabellotto del feudo Drago, e gli aveva ordinato di seguirlo. Stavano andando a fare la pelle a Rizzotto. Con loro c'era anche Vincenzo Campo e un altro picciotto di cui non ricordava il nome.
Raccont per filo e per segno com'erano andati i fatti, cos come glieli aveva raccontati Campo e infine rivel che sulla Millecento nera portarono il corpo di Rizzotto in contrada Casale dove lo gettarono dentro una ciacca.
Per provare che non mentiva, si offr di condurre gli inquirenti sul luogo del misfatto.
In contrada Casale, dalle parti di Rocca Busambra, fece fermare le auto nelle vicinanze di una forra profonda una cinquantina di metri che pochi conoscevano.
Arrivarono i pompieri da Palermo e uno di loro, ben imbracato, si cal nella forra. A pochi metri dall'apertura trov uno scarpone. Fu mostrato a Carmelo, il padre di Rizzotto che lo riconobbe senza alcuna incertezza. Il pompiere scomparve nel burrone e dopo un po' di tempo fece risalire ceste con resti di ossa di muli, di cavalli, di pecore. Furono recuperati anche un portafoglio, una cinta di cuoio e una vecchia pistola del 1899.
La commozione dei paesani accorsi ad assistere al recupero dei resti di Rizzotto tocc il culmine quando nella cesta tornarono in superficie tre mucchietti di ossa umane.
Le ossa erano di colore diverso, a seconda della durata della loro permanenza nella cavit. Gli inquirenti stabilirono quindi che appartenevano a tre persone. Furono recuperati anche alcuni panni ormai consunti e irriconoscibili.
Quel giorno di dicembre fu scoperto uno dei cimiteri della mafia.
Ma quali erano le spoglie di Placido Rizzotto? Non c'era la certezza assoluta che uno di quegli scheletri fosse appartenuto al coraggioso sindacalista, anche se il ritrovamento dello scarpone toglieva ogni dubbio.
Le donne piangevano e si abbracciavano disperate ai loro uomini. Tra tutte si fece largo Sabedda per vedere da vicino le ossa del suo amato Placido. La donna, con le lacrime che le facevano brillare ancor pi gli occhi di fuoco mormor ai poveri resti: Ti giuro che a chi ti ha ucciso gli manger il cuore.
I carabinieri convocarono quattro famiglie di Corleone per identificare i possibili resti dei loro familiari scomparsi: i Creva, i Gullotta, i Rizzotto e gli Strippoli. Quattro famiglie che avevano subito il martirio della lupara bianca.
Era impossibile l'identificazione e fino al 2012 Placido Rizzotto non pot avere una tomba. Con la comparazione del DNA delle sue ossa e quello dei resti del padre morto anni fa e riesumato per l'occasione, la polizia scientifica appur senza ombra di dubbio che i resti umani recuperati dalla forra di Monte Busambra appartenevano all'eroico sindacalista corleonese. Il 24 maggio 2012 finalmente la sua memoria fu onorata con i funerali di Stato a cui presenzi il Presidente della Repubblica.
Se non la giustizia, almeno la pietas aveva chiuso definitivamente la partita con la mafia di quel tempo.

8. Anche i mafiosi s'innamorano.

Saro non scont tutti e dodici gli anni della condanna per l'omicidio del pastore. A met della pena gli fu concessa la libert, con il vincolo di tre anni in libert vigilata. Al carcere della Cavallaccia di Termini Imerese ebbe l'occasione di completare il ciclo delle scuole elementari, ottenendo la licenza che gli fu consegnata con grande soddisfazione dallo stesso direttore, grande sostenitore dell'opportunit che il carcere poteva offrire per il recupero dei detenuti.
Il ritorno nella sua Corleone, dopo sei anni di villeggiatura nelle patrie galere, fu festeggiato dai suoi amici pi cari. Piddu e Calogero si fecero trovare fuori del carcere e insieme andarono a celebrare la ritrovata libert a casa di Calogero dove la mamma e le sorelle avevano preparato un pranzo indimenticabile.
Qui Saro ritrov Ninuzzu. A quel tempo il boss corleonese era latitante. La giustizia lo cercava ancora per l'omicidio della guardia campestre Calogero Caruso.
Ninuzzu lo accolse come un figlio. Caro Saro, ora che sei tornato tra noi, cominceremo a fare sul serio. L'albero sta dando i suoi frutti e noi dobbiamo soltanto coglierli, disse un po' retoricamente.
Avete perfezionato il trasporto del bestiame?, chiese Saro.
Gli amici sorrisero. Calogero intervenne: Quella  acqua passata. Ora i piccioli si fanno con i contributi della Regione.
Fatemi capire. Diventiamo soci degli sbirri?, domand con ironia Saro.
Stanno per costruire a Punta Raisi un aeroporto e ci sar bisogno di camion e mano d'opera, intervenne Ninuzzu. Inoltre  stata approvata anche la costruzione di una diga a Piano della Scala. Sono stati stanziati 40 miliardi di lire. Li gestir un Consorzio di bonifica dell'alto e medio Belice, che  stato gi costituito. E sapete chi ne  il presidente?  il principe Giordano. Un nostro amico. Sta per arrivare una valanga di soldi per chi si accaparrer la concessione dei trasporti dei materiali.
In queste settimane  gi partita la costruzione della diga dello Scanzano. Il costo dell'opera  di sei miliardi, intervenne Piddu, che in genere era quello che si sapeva controllare pi di tutti. Ma persino lui, a sentire quelle cifre, veniva preso dall'eccitazione di futuri astronomici guadagni. Chi poteva pensare a quell'epoca che in una sola vita si poteva guadagnare tanto denaro?
Lucia, la mamma di Leoluca, il fratello di Calogero, entr nella stanza portando in tavola gli spaghetti: Basta travagghiare. Non si pu lavorare bene, se prima non si  mangiato bene.
L'atmosfera dei quattro amici era allegra e spensierata. Nella stanza fece il suo ingresso Antonietta, una delle sorelle minori di Calogero, portando le posate e i piatti. Aveva appena dodici anni, ma era gi sbocciata nelle forme di una donna. Cal not lo sguardo sorpreso di Saro.
Non ti ricordi di Antonietta?, gli domand.
Ma lei  Ninetta?, finalmente la riconobbe. Miii, aveva sei anni l'ultima volta che l'ho vista. Era una cucuzza piccola cos.
Gli anni passano, amico mio e le bimbe diventano fimmine, sentenzi Calogero.
La ragazza arross e chin gli occhi continuando a distribuire piatti e posate. Quando fu accanto a Saro, lui le chiese: Ninetta, aiuterai mamma a fare la parrucchiera?
Veramente voglio studiare.
Ti piacciono i libri?, domand incredulo Saro.
Quest'anno faccio il ginnasio. Vorrei arrivare fino alla laurea, rispose timida lei.
Brava, intervenne Calogero. Ci voleva un azzeccagarbugli in famiglia.
Quel giorno Saro decise che Ninetta sarebbe stata la sua sposa. Le piaceva quella ragazzina cos timorosa, ma anche tanto determinata nelle sue scelte.

Per poter entrare nel business degli appalti era necessario costituire una societ armentizia finalizzata all'allevamento e alla commercializzazione del bestiame da pascolo. Cosa che Ninuzzu fece in contrada Piano di Scala. Coinvolse nella societ numerosi suoi parenti e membri della banda, poich lui non poteva figurare in prima persona, essendo latitante ormai da qualche anno. I terreni della societ, tolti ai legittimi proprietari con azioni di ritorsione, confinavano con quelli di un tale Angelo Vitale, un mafioso amico del dottor Michele Nazzaro.
La societ in definitiva non era altro che una copertura per l'intenso traffico di razzia, macellazione illegale e commercio clandestino del bestiame sul mercato di Palermo.
Ninuzzu fond anche una societ di autotrasporti, serviva per il momento a portare le bestie macellate a Palermo, ma successivamente sarebbe stata utilizzata per il trasporto dei materiali da costruzione necessari per la diga.
La costruzione della diga porter ricchezza alla vallata, diceva ai suoi uomini. La cassaforte degli appalti pubblici  piena di lire e noi ci metteremo sopra le mani. Lavoreremo con i nostri camion. Obbligheremo le societ a far lavorare picciotti nostri e uomini d'onore. Saremo noi a dare loro le liste di chi dovranno prendere e chi no. I gabellotti e i campieri sono con noi perch loro faranno ottimi affari con la fornitura del pietrisco alle imprese di costruzione che faranno raccogliere dai loro mezzadri. Ci sono piccioli per tutti. Sarebbe una fesseria rinunciarvi.
Questo fervore di Ninuzzu e la sua smania di volere a tutti i costi la diga sopra Corleone, fu considerato una sorta di tradimento da parte del suo padrino Michele Nazzaro. Il dottore e i proprietari delle terre vedevano la costruzione della diga come una iattura da scongiurare a ogni costo. Innanzitutto molti terreni sarebbero stati espropriati, inoltre la diga avrebbe portato l'acqua a Bagheria a Ciaculli, a Villabate, a Misilmeri, insomma alle terre della Conca d'Oro, l dove c'era la cosiddetta mafia dei giardini. La diga avrebbe tolto ai mafiosi, proprietari dei pozzi, il potere sui contadini che da oltre un secolo angariavano con il ricatto dell'acqua.
La diga avrebbe creato benessere e liberato i contadini dall'usura e dalla prepotenza dei gabellotti e dei loro padroni.
Questa diga non si far mai, sentenzi Nazzaro. Non permetteremo che vengano stravolte le regole dettate dai nostri padri.
Il problema della diga di Corleone caus per la prima volta una profonda divisione tra le cosche mafiose della Sicilia occidentale.
Il trentatreenne Ninuzzu, esponente della giovane mafia, non era pi alla testa di rozzi campagnoli con gli abiti logori e maleodoranti di stalla. Ma guidava una gang sanguinaria, killer spietati che facevano tremare per i loro metodi radicali.
Il dottore Michele Nazzaro invece, con i suoi 53 anni, rappresentava la vecchia mafia, legata agli antichi schemi dell'Onorata societ. Erano con lui, oltre all'aristocrazia del latifondo, anche i mafiosi della macellazione clandestina di Palermo ai quali Ninuzzu aveva tolto il monopolio della vendita della carne di origine abigeataria.
Lo scontro tra le due fazioni si ebbe in occasione delle elezioni politiche del 1958. Il Consorzio di bonifica del medio e alto Belice era presieduto dal principe Giordano, grande fautore della diga sia per i personali terreni che avrebbero quadruplicato il loro valore, sia per gli eventuali utili che poteva ricavare dallo sfruttamento di una sua cava che si trovava proprio nella zona del futuro invaso. Il principe era candidato per il collegio di Corleone nel Partito liberale. Ninuzzu, Saro e gli altri amici della gang si diedero da fare per tutto il mese di maggio per consigliare amici e nemici a votare il principe Giordano.
Nazzaro si contrappose al principe invitando i suoi amici a votare per tre rappresentanti della DC. Era importante, per il suo prestigio di padrino, non perdere quelle elezioni. Tutti i metodi andavano bene pur di mettere in mostra il suo potere di uomo di rispetto. Arriv persino a certificare la cecit di numerosi suoi pazienti per costringerli a entrare nella cabina elettorale con un accompagnatore, affinch le preferenze fossero indicate nel simbolo giusto.
Il giorno delle votazioni, nelle varie sezioni del paese ci fu una processione di ciechi accompagnati da noti mafiosi. Nessuno delle commissioni scrutinatrici os contestare i certificati medici firmati dal dottor Nazzaro.
Soltanto in una sezione del centro, un rappresentante della lista comunista, conoscendo personalmente la donna cieca, contest la validit del certificato. Per non creare problemi il presidente del seggio invit la donna a entrare da sola nella cabina.
Qualche ora dopo a quello stesso seggio si present Nazzaro in persona. Accompagnava la moglie anche lei fornita di un certificato firmato dal marito in cui le diagnosticava una totale cecit. Questa volta il rappresentante della lista comunista non os contestare direttamente il dottore e lasci che guidasse la moglie nella cabina.
Con quell'atto Michele Nazzaro aveva ristabilito la sua autorit nei confronti dei suoi paesani. Ma le avvisaglie che il suo regno stava traballando cominciavano a essere troppo vistose.
Le elezioni comunque le vinse in modo schiacciante. La DC raddoppi i voti, rispetto a cinque anni prima. Per Nazzaro fu il trionfo e Ninuzzu ne usc sconfitto, ma il solo fatto di aver avuto il fegato di essersi opposto al temutissimo boss di Corleone, gli diede visibilit e rispetto tali da farlo considerare da quel momento uno dei capi riconosciuti della nuova mafia.

9. Vertice all'Hotel delle Palme.

Palermo, Sicilia, 12 ottobre 1957.

Il 12 ottobre di quell'anno era stata organizzata a Palermo un'importante riunione dei pi potenti boss mafiosi dei due continenti. Quel sabato mattina, proveniente dagli Stati Uniti, sbarc al porto di Palermo il fior fiore di Cosa Nostra americana: c'era il capo dei capi, Lucky Luciano, insieme a lui il leggendario Joe Bananas, alias Peppuccio Bonanno. Arrivarono anche Frank Garofalo e John Bonventre. Poi Joseph Palermo della famiglia Lucchese; il sindacalista Santo Sorge e Carmine Galante. John Di Bella e Vito Di Vitale in rappresentanza della famiglia di Vito Genovese.
Il gotha di Cosa Nostra aveva indetto un meeting con i cugini siciliani. A riceverli c'erano i mammasantissima del calibro di Peppuccio Genco Raino, i due fratelli Russo, Salvatore e Michele e una pletora di altri padrini destinati a fare la storia mafiosa dell'isola, come i fratelli Labruna, Peppuccio Cottone, Tano Badaloni, Tommaso Buscemi e Ninuzzu, acquisito ormai dagli altri capi famiglia, come uno dei boss di Corleone.
Il summit, voluto da Lucky Luciano, avrebbe avuto una grandissima importanza strategica per la storia della criminalit mondiale. I rappresentanti di Cosa Nostra, provenienti da New York, da Detroit, da Chicago, incontravano i cugini delle famiglie siciliane per accordarsi sulla questione del traffico di stupefacenti, che per i prossimi decenni avrebbe dominato la scena del business malavitoso internazionale.
I boss americani sapevano per esperienza che gli interessi in gioco avrebbero fatto nascere forti rivalit tra le famiglie mafiose dell'isola, per questo il lungimirante Lucky Luciano voleva convincere i siciliani a costituire una Commissione, simile a quella americana.
Al posto d'onore della lunga tavolata, in una saletta discreta dell'Hotel delle Palme, Lucky si alz e nel suo stentato italiano cominci a parlare: Innanzitutto salutiamo gli amici siciliani che cos benevolmente hanno accettato il nostro invito. Segu un applauso da parte dei padrini italiani. Non voglio fare inutili giri di parole, perci sar molto franco e diretto con voi. Ho fortemente voluto questa riunione perch i tempi stanno cambiando, cari amici. Fino a oggi la nostra organizzazione ha utilizzato Cuba come una delle principali basi per i nostri traffici. Prostituzione, casin, droga, sono le attivit su cui si basa gran parte degli introiti delle nostre famiglie. Ma Castro non tollera pi le nostre attivit. Cosa Nostra ha perso cos una delle principali sedi strategiche per i suoi traffici. In questi ultimi mesi poi si sono deteriorati anche i rapporti con i marsigliesi, che in Francia gestivano il processo di raffinazione dell'eroina. Insomma in poco tempo ci siamo ritrovati senza un posto dove poter distribuire i nostri servizi e senza i laboratori dove raffinare la droga. Abbiamo bisogno di nuovi alleati, di nuovi soci. Allora ci siamo detti perch non stringere i rapporti pi stretti con i nostri fratelli siciliani?. Un applauso fu la migliore risposta dei padrini italiani. Ottenuto di nuovo il silenzio, continu: Sostituiremo Cuba con la Sicilia e apriremo qui nuovi laboratori chimici per la raffinazione dell'eroina. I siciliani approvarono con un nuovo applauso. Il traffico della droga porter una montagna di dollari nelle vostre tasche. Ma..., qui fece una lunga pausa. Ma proprio per questo  necessario cambiare mentalit. Ora dovete pensare in grande. Dovete superare la ristretta visione contadina dei vostri padri. Dovete lavorare come manager di una azienda internazionale. Tutti, noi compresi, dobbiamo superare il modello delle antiche cosche che decidono ognuna per s. Non dobbiamo pi essere delle famiglie autonome, ma un grande, unico arcipelago. Insomma dovete creare, come abbiamo fatto noi in America, una Commissione oppure chiamatela Cupola o come volete voi, che sia costituita dai capi mandamento del territorio e presieduti da un boss super partes riconosciuto da tutti come il pi rappresentativo e il pi saggio che avr il compito di dirimere gli eventuali dissidi tra le famiglie. Soltanto cos riusciremo a svilupparci e a ingrandirci, senza provocare tra noi inutili guerre che non faranno altro che rallentare il business.
I siciliani non ebbero altra alternativa se non quella di aderire alla richiesta di Cosa Nostra americana e cos, al termine dei lavori, si decisero i nomi di coloro che avrebbero dovuto scrivere le regole della Commissione. Per questa fase preliminare furono incaricati Gaetano Badaloni, Salvatore Russo e Tommaso Buscemi.

Ninuzzu soffriva per la menomazione. Il morbo di Pott, per un giovane come lui, era mortificante. Le ragazze lo ignoravano. Aveva difficolt a relazionarsi con loro. Durante le feste patronali, il momento in cui era pi facile riuscire ad avvicinare una giovane senza il controllo dei suoi parenti, gli altri giovani riuscivano a rubare qualche carezza e i pi ardimentosi anche qualche bacio, all'ombra di un vicolo. Ma lui veniva evitato, come se avesse la lebbra. Questo lo faceva soffrire, anche se non lo voleva dare a vedere. Perci promise a se stesso che le avrebbe conquistate con la ricchezza e il potere. D'altra parte non cercano questo le donne?
Ninuzzu inizi la scalata al potere, decidendo di sottrarre al dottor Nazzaro il suo primato. Seguendo il tipico ragionamento di una mente mafiosa, pens di colpire l'odiato dottore indirettamente, andando contro un suo fedele alleato: Vitale.
Fu cos che Ninuzzu radun i suoi fedelissimi, Saro, Piddu e Calogero e con loro organizz un piano per distruggere Angelo Vitale, il vicino di terreno del loro consorzio.
Una notte di fine maggio i quattro corleonesi arrivarono al galoppo nei terreni del gabellotto di Piano di Scala. I vigneti dei terreni di Vitale erano rinomati perch facevano un vino liquoroso di un meraviglioso colore dorato come l'ambra.
Il gruppo di fuoco entr nella ben fornita cantina e cominci a sparare raffiche di mitra contro le botti. Il liquido flu a fiumi, allagando la cantina per buoni venti centimetri. La fattoria puzz di vino per almeno due mesi.
Vitale, dopo aver visto il disastro si rec da Michele Nazzaro per chiedere giustizia. Non aveva visto i manigoldi, ma poteva giurare che si trattava di Ninuzzu e dei suoi accoliti. Quello sfregio alla sua autorit scott a Nazzaro pi della perdita del vino a Vitale. Gli rispose di avere pazienza perch in quel momento, dopo le dimissioni del principe Giordano, era pi importante concentrarsi sul loro uomo da insediare alla presidenza del Consorzio di bonifica del medio e alto Belice.
La notte successiva Saro e i suoi due amici, Calogero e Piddu, spararono alle pecore di Vitale, uccidendo una mezza dozzina di capi.
Trascorse ancora qualche giorno di relativa calma, poi due bombe di tritolo fecero saltare l'abbeveratoio nei pressi dello stazzo.
La guerra era dichiarata.
Ninuzzu si faceva vedere sul suo morello, nelle vicinanze dei terreni del protetto di Nazzaro. I contadini, che lavoravano per Vitale, per timore di rappresaglie, da giorni avevano smesso di recarsi sui campi. Intanto il grano era arrivato a maturazione. Qualcuno ebbe il coraggio di mieterlo di notte. Ma i covoni restarono sui campi per giorni e giorni, senza che nessuno osasse trebbiarli. Poi una mattina non li trovarono pi e tutti furono solidali nel dire che era stato Ninuzzu a farli caricare sui suoi camion.

Il primato di Michele Nazzaro con quelle azioni era stato messo seriamente in discussione. Lo stesso Vitale chiese al dottore una severa lezione a quegli affronti. Era in gioco il suo stesso diritto a essere considerato il padrino della comunit.

Feudo Piano di Scala, Sicilia, 1958.

Una notte di mezz'estate Ninuzzu, Saro e Piddu si riunirono nella masseria di Piano di Scala. Dovevano discutere sulla strategia da mettere in atto per fermare Nazzaro nella sua determinazione nel volere impadronirsi del Consorzio di bonifica. Se fosse riuscito a far eleggere alla presidenza un suo uomo, la diga non si sarebbe pi costruita e allora addio piccioli.
Stavano ragionando su come convincere i piccoli proprietari terrieri a stare dalla loro parte, quando la masseria fu circondata da una squadra di sicari, determinati a uccidere Ninuzzu e chiunque si fosse trovato insieme a lui.
I tre corleonesi apparecchiarono il tavolaccio all'esterno della masseria portando un fiasco di vino, il formaggio, i bicchieri. Intanto Ninuzzu stava accendendo la lampada a petrolio appesa al pergolato, quando all'improvviso si trov sotto il fuoco incrociato dei killer. Fu ferito a una mano, ma fece in tempo a rientrare, mentre i suoi compagni gi rispondevano al fuoco.
Dagli spari degli assalitori, erano in evidente inferiorit numerica. Allora Saro sugger di scappare dalla finestra sul retro e mentre Piddu continuava a tenere impegnati i killer di Nazzaro, Ninuzzu e Saro scavalcarono la finestra e scomparvero nel buio della notte, seguiti poco dopo da Piddu.
Gli aggressori provarono a inseguirli, ma avevano scelto una notte di luna nuova per l'imboscata e il buio era impenetrabile. Rischiavano di finire a loro volta sotto il fuoco dei corleonesi.
Era noto a tutti che Piddu, Saro e in particolare Ninuzzu, erano abilissimi tiratori. Perci rinunciarono all'inseguimento.
L'agguato era fallito. L'effetto sorpresa non si sarebbe pi potuto sfruttare, ora che la banda di Ninuzzu sapeva che Nazzaro li voleva morti. Il futuro si preannunciava davvero pericoloso per i navarriani, conoscendo la ferocia dei viddani.
Trascorse qualche settimana. Il dottor Nazzaro riusc a convincere molti piccoli proprietari terrieri a dare a lui le loro deleghe e cos esoner dalla presidenza il principe Giordano e a nominare presidente del Consorzio di bonifica l'avvocato Giovanardi, genero di Vanni Salacco, il capo mafia di Camporeale, un suo amico.
Quest'ulteriore vittoria di Nazzaro, oltre all'agguato subto, fece decidere Ninuzzu a osare l'impossibile: uccidere un padrino.
Questo atto, inimmaginabile a quel tempo, avrebbe scatenato una violenta reazione, ne sarebbe derivata una vera e propria guerra tra famiglie, esattamente il contrario di quanto Lucky Luciano aveva predicato.

10. Fine dell'onorata societ.

Portella Imbriaca, Sicilia, 2 agosto 1958.

La squadra dei killer era formata da sette uomini. Due di loro avrebbero guidato le auto mentre Saro, Piddu, Calogero, Peppuccio De Santis e Giovanni Parisi avevano il compito di spedire il dottore al cimitero.
Per diversi giorni i corleonesi seguirono ogni suo spostamento. L'agguato doveva avvenire possibilmente quando Nazzaro era solo. L'occasione arriv il 2 agosto quando, alla guida della sua Millecento, decise di recarsi a Prizzi per sbrigare alcune pratiche amministrative.
Ninuzzu cap che era l'occasione che stavano aspettando da giorni. Era senza guardaspalle. Decisero di tendergli un agguato sulla strada del ritorno, poco prima di arrivare a Corleone.
Una parte della squadra sal sul Leoncino rosso, usato per i trasporti del bestiame, mentre Ninuzzu, Saro, Piddu, Calogero e Giovanni Parisi presero posto su una Seicento multipla.
Michele Nazzaro usc dal municipio di Prizzi, soddisfatto per aver concluso la mediazione per la vendita di un terreno. Si stava dirigendo verso l'auto per tornare all'ospedale di Corleone, quando incontr un giovane collega, il dottor Giovanni Russo. Il giovane medico svolgeva servizio nel consultorio di Prizzi, ma viveva a Corleone con la moglie incinta di cinque mesi.
Dottor Nazzaro, lo chiam.
Nazzaro si volt e riconobbe l'amico medico. Russo! Si ricorda che questa sera deve venire da noi con sua moglie?
Come potrei dimenticarlo. Per questo mi sono preso mezza giornata libera, rispose il medico avvicinandosi. Ma oggi  sabato e ho perduto la corriera. La prossima parte nel pomeriggio. Volevo chiederle se sta rientrando a Corleone.
Ma certo. Le do un passaggio. Cos mi fa compagnia. Salga dottore.
Appena l'auto imbocc la discesa dei Carmelitani, da un vicino bar un uomo compose al telefono pubblico un numero e sussurr nel microfono:  partito adesso.
In un altro locale, alla periferia di Corleone, un uomo attacc la cornetta e usc con una certa sollecitudine. Aveva una doppietta a tracolla. S'arrampic su una collinetta che dominava la vallata percorsa dalla strada statale e spar due colpi in aria.
Le due fucilate erano il segnale che il dottore stava per arrivare. L'autista del Leoncino, in contrada Portella Imbriaca, si avvicin alla curva che avevano scelto per l'agguato e rest in attesa che gli segnalassero il momento di muoversi. Piddu e altri due compagni si acquattarono sotto la cunetta di sinistra, anche loro in prossimit della curva, mentre l'altra auto sarebbe intervenuta d'appoggio qualche secondo dopo l'agguato.
Trascorsero venti lunghissimi minuti.
Poi finalmente l'autista del camioncino vide il segnale che uno dei complici gli fece al passaggio della Millecento e spost il Leoncino di traverso alla strada, restando alla guida.
Nazzaro guidava e discuteva con il giovane medico delle recenti elezioni e della diga che non si doveva fare, spiegandone le motivazioni. All'uscita di una curva vide improvvisamente la strada sbarrata da un camion fermo al centro della carreggiata. Fren con decisione e la Millecento sband con le ruote posteriori. In una frazione di secondo tre banditi spuntarono da dietro una cunetta, mentre nello stesso istante sopraggiunse una Seicento Multipla. Dall'auto si catapultarono fuori due uomini armati con mitra e pistole.
Fu un diluvio di fuoco. Il dottor Russo fu trovato con la testa riversa fuori dal finestrino. Nazzaro dopo le prime sventagliate di mitra era scivolato sotto il volante. Gli schizzi di sangue oscurarono il parabrezza e imbrattarono la tappezzeria dell'auto. La carrozzeria fu trasformata in un colabrodo, specialmente nella fiancata sinistra, la parte dove si trovava il padrino. Nel corpo di Nazzaro furono contati 92 proiettili, mentre a terra i poliziotti raccolsero 124 bossoli.
Agli inquirenti non si present neppure un testimone. Gli esami balistici appurarono che l'imboscata era stata portata da almeno cinque persone armate con un Thompson, un mitra Breda calibro 6,35 e tre pistole automatiche.
Due giorni dopo, a Corleone, i funerali del dottor Michele Nazzaro furono imponenti. Arrivarono delegazioni di mafiosi da tutte e quattro le province della Sicilia occidentale. Centinaia di corone di fiori ricoprirono la facciata della chiesa di San Martino. Fu proclamato il lutto cittadino e fu esposta al balcone del municipio la bandiera a mezz'asta. L'impressione di tutti era enorme. Chi avrebbe avuto il coraggio di uccidere in quel modo barbaro il benefattore di tutti, il padrino di Corleone, il dottore degli umili?
Soltanto i suoi pi fedeli uomini erano a conoscenza delle atrocit commesse dal benefattore, ma di quella tragedia quel che pi aveva colpito la sensibilit della popolazione era la morte dell'ignaro e innocente dottor Russo. Mai la mafia aveva commesso omicidi di persone al di fuori delle loro beghe. Qualcosa si era rotto, quello che era considerato un codice d'onore non era stato rispettato e chi l'aveva infranto erano i viddani corleonesi della banda di Ninuzzu.
Un anziano capo mafia di Alcamo, Vincenzo Rizzo, durante i funerali disse a un altro boss di Trapani: La mafia da oggi non esiste pi.  finita con l'assassinio del dottore Michele Nazzaro. Perch assieme a lui  caduto un giovane medico che non doveva essere ucciso perch non era immischiato nelle tragedie di Nazzaro. Quando quei cosiddetti mafiosi hanno ucciso quel povero disgraziato, da quel momento  finito tutto. Perch la mafia, me lo insegnava il mio povero padre, ha delle regole di giustizia e correttezza che deve rispettare e deve far rispettare. Certo in carcere non sarebbe andato nessuno. Ma se qualcuno sbagliava, pagava con la vita, ma solo quello.
Carabinieri e polizia nelle settimane successive batterono a tappeto la zona intorno a Portella Imbriaca e i feudi limitrofi. Cercarono nella masserie di Piano di Scala, a Strasatto, a Malvello, nella contea di Rubinia, frugarono nelle stalle, sotto i covoni, nei fienili, poi perquisirono anche le case di Corleone, i quartieri di San Giovanni, alla ricerca di armi e mafiosi. Ma i nomi che stavano sulle bocche di tutti erano come scomparsi. Non si trovavano pi Ninuzzu, Saro, Piddu, i fratelli Calogero e Leoluca, i Ruffino, Giovanni Parisi, ma anche gli amici di Nazzaro erano scomparsi, come Angelo Vitale.
Le cosche delle due fazioni, i giovani corleonesi e i navarriani, si erano nascoste tra le gole del Busambra o nel cuore pi impenetrabile del bosco della Ficuzza.
Passarono i giorni, passarono le settimane, pass un mese di assoluta quiete. Il paese sembrava ancora sotto shock. La gente usciva da casa lo stretto indispensabile. Le piazze erano deserte. Ai ragazzi era vietato andare a giocare con i loro amici. Sembrava ci fosse il coprifuoco a Corleone.
Intanto, attraverso intermediari, Angelo Vitale e gli altri luogotenenti di Nazzaro fecero sapere a Ninuzzu e ai suoi viddani di essere disposti a incontrarsi per una paciata. In definitiva non volevano una guerra fratricida, ma una tregua e regole per una pace duratura.
Si diedero appuntamento il pomeriggio del 6 settembre all'entrata del paese, sotto i bastioni della rupe che incombe sulle abitazioni nella zona meridionale di Corleone.
Ad attendere la delegazione navarriana c'era il solo Saro. Passeggiava avanti e indietro, prendendo a calci tutti i sassi che trovava sul suo percorso. Finalmente arriv una Fiat Millecento nera. Scesero Pietro Maiuri e i fratelli Marino. I tre percorsero i pochi metri che li dividevano da Saro.
Maiuri parl per primo: Tutto solo, sei?
Dobbiamo soltanto ragionare tra noi, non c' bisogno di troppa gente. Pi siamo e meno ci capiamo, disse saggiamente Saro.
Mettiamo una pietra sul passato. Nazzaro se n' andato e pace all'anima sua, fece conciliante Maiuri.
Concordo con te, Pietro. Chi  morto  morto. Ora dobbiamo pensare ai vivi.
Mi fa piacere che la pensi come noi. Anche i tuoi amici sono dello stesso avviso?
Certamente, altrimenti non sarei qui, rispose secco Saro.
Allora tutto finisce qui, va bene?. Maiuri tese la mano. Ma Saro non si mosse. L'uomo ritrasse la mano deluso e guardingo.
Prima per c' una questione che devo risolvere.
Parla.
Prima mi dovete consegnare quei cornuti che ci hanno sparato addosso a tradimento alla masseria di Piano di Scala, disse con voce tagliente.
I tre si ritrassero, il tono di Saro non lasciava margini alla trattativa. Maiuri stava per replicare, ma dai lati della strada e da dietro una roccia uscirono Piddu e Calogero con le lupare pronte a fare fuoco.
La Mauser comparve come per incanto nella mano di Saro che spar a Maiuri, maciullandogli la faccia. Fu il segnale per Piddu e Cal che fecero fuoco sui fratelli Marino. Questi per, compreso il voltafaccia di Saro, si erano messi a correre verso i vicoli. La rosa dei pallettoni li fer leggermente. Piddu e Cal gli corsero dietro e per qualche minuto ci fu una caccia all'ultimo sangue tra le stradine della periferia di Corleone. I due fratelli chiedevano aiuto, ma tutte le porte delle abitazioni erano sprangate. Non riuscirono a trovare un buco in cui nascondersi. Terrorizzati e senza pi fiato, feriti a morte si abbandonarono al destino. Furono raggiunti dai loro inseguitori. Piddu da distanza ravvicinata spar al pi giovane dei Marino, mentre Cal pens all'altro che fulmin tranciandogli quasi di netto la testa.
La partita  cominciata, disse Ninuzzu quando si riun con i suoi sicari. Non possiamo lasciarne in vita neppure uno di quei bastardi.
Inizi cos la mattanza degli alleati di Nazzaro. Il primo si chiamava Carmelo Lo Bue. Era un ricco proprietario terriero di Campofiorito. Aveva raggiunto la bell'et di ottant'anni e aveva deciso di riunirsi ai suoi figli emigrati in America anni prima. Ma non fece in tempo a rivedere i suoi perch una sera, di ritorno dai campi sulla sua cavalla, Saro lo sorprese alle spalle e gli spar prima nella schiena e poi in bocca.
Stessa sorte accadde a Vincenzo Conte. Questi era il pi pericoloso killer del defunto Nazzaro. Girava sempre armato di pistole ed era sospettosissimo. Quando incontr Calogero e Giovanni, un cugino di Piddu, non aspett che quelli tirassero fuori le pistole, ma spar per primo e corse a nascondersi in un negozio. La sfortuna volle che era entrato nel negozio sbagliato perch era il negozio di un cugino di Ninuzzu e all'interno c'era proprio Saro che appena lo vide gli spar un colpo di lupara in pieno petto. L'uomo cadde a terra boccheggiando e soffocando con il suo stesso sangue.
Altri tre mafiosi, della cosca del dottor Nazzaro, furono uccisi nei giorni seguenti. Gli altri preferirono non affrontare i killer di Ninuzzu, in particolare la ferocia spietata di Saro e Piddu e si dileguarono da Corleone disperdendosi nelle case dei parenti tra le province siciliane. Qualcuno invece prefer emigrare in America.
Con il dottore Michele Nazzaro si chiudeva l'epoca della mafia arcaica. Un'epoca in cui il potere dei capi mafiosi influiva fortemente anche sul tessuto sociale e sulle delibere amministrative dei consigli comunali. Dopo la morte di Nazzaro si venne a sapere che a Corleone il comune aveva costruito un moderno ospedale, da affiancare a quello antico dei Bianchi. Ma l'ospedale, dopo la sua inaugurazione, era rimasto chiuso per ben sei anni soltanto perch Nazzaro non riusciva a ottenere la sua direzione. Tre mesi dopo la sua morte i corleonesi poterono finalmente usufruire della nuova casa di cura.
Stessa sorte era capitata al nuovo macello comunale, costruito per garantire tutte le esigenze igienico sanitarie. Ma la nuova struttura avrebbe azzerato i guadagni mafiosi, legati alla macellazione clandestina e cos anche questo utilissimo complesso fu congelato dal Nazzaro restando chiuso per cinque anni. Venne inaugurato dopo che tutti i corleonesi della banda di Ninuzzu si erano dati alla latitanza. Saro, che proprio nell'estate di quel 1958 aveva finito di saldare i suoi debiti con la giustizia, avendo concluso anche i tre anni di libert vigilata, inizi la sua lunghissima latitanza. Lo stesso fece Ninuzzu, ricercato per la morte di Nazzaro e cos anche Piddu e Calogero.
Naturalmente la diga di Piano di Scala non fu pi costruita, magra consolazione per il dottor Michele Nazzaro che almeno questa battaglia riusc a vincerla, anche se non ne pot gioire.

11. A Tombstone arriva lo sceriffo.

Corleone, Sicilia, 15 novembre 1963.

La corriera proveniente da Palermo, arriva a Corleone alle cinque del pomeriggio, per proseguire e terminare la corsa a Prizzi. Per tutto il giorno era caduta una pioggerellina fine e fastidiosa. Ma con le prime ombre della sera il cielo si era aperto e nel cielo erano ben visibili Orione e a nord le linee dell'Orsa maggiore. Dalla corriera, in ritardo di mezz'ora, insieme a qualche altro paesano scese un signore distinto, con un impermeabile blu e una valigia di cuoio. Con il suo metro e novanta d'altezza faceva sembrare dei nanerottoli gli abitanti del paese. I baffi e un pizzetto alla Balbo, che gli copriva una parte del mento, gli conferivano autorit.
Si guard attorno e subito fu attratto dalle luci proiettate dai vetri della porta del bar Centrale, poco distante dalla fermata della corriera. Not che era pieno di gente.
Entr e spazi intorno con lo sguardo. C'erano avventori davanti al bancone e giocatori di carte distribuiti ai vari tavolini del salone. Qualcuno leggeva Il Giornale di Sicilia.
L'entrata dello straniero fu immediatamente avvertita da tutti i presenti che per un istante si voltarono per squadrarlo. Nel bar scese il silenzio.
L'uomo ne approfitt per avvicinarsi al bancone. Poggi a terra la valigia e rivolgendosi all'uditorio disse in perfetto italiano, malgrado fosse di Giarre: Buonasera a tutti. Sono il dottor Angelo Manfredi, il nuovo commissario di Corleone. Da domani mattina, chiunque lo vorr, potr trovarmi al commissariato. Ma ora, prego, continuate pure a fare quello che stavate facendo prima della mia interruzione.
Il barista si avvicin e pulendogli con lo straccio il bancone gli domand: Un bicchiere di vino, commissario? Offre la casa.
No. Un bel bicchiere di latte tiepido. E, mi scusi, ma preferisco pagare in contanti.
Il commissario Manfredi era un segugio intelligente e determinato. Non aveva paura di nessuno e aveva lo Stato come unico riferimento. Proveniva dall'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno, una divisione molto speciale e poco conosciuta ai pi. Una sorta di servizio segreto della polizia dove i suoi uomini non rispondevano delle loro attivit al ministro, ma esclusivamente al capo della polizia. Era stato spostato da Palermo a Corleone per le sue prerogative di incorruttibile investigatore. Il suo predecessore si era compromesso con il dottor Nazzaro perci il questore aveva chiesto di sostituirlo con un funzionario fedele e onesto.
Manfredi, da buon siciliano, sapeva che nessuno dei suoi concittadini l'indomani sarebbe andato da lui a dargli il benvenuto. Ma si sbagli perch alle nove in punto entr don Pino, il parroco della parrocchia di San Martino, la chiesa che si trovava davanti al bar Centrale.
Don Pino era di origini piemontesi. Le vicissitudini della guerra lo avevano portato gi in Sicilia, e qui, ammaliato dalla magia dell'isola, innamorato del paesaggio e dei suoi abitanti, aveva finito per restare. Ma la mentalit piemontese era ben radicata in lui e buone maniere e moralit erano i suoi capisaldi.
Signor commissario, benvenuto a Tombstone, esord stringendogli calorosamente la mano.
Si chiama cos adesso Corleone?, domand il commissario con un sorriso.
Dopo le stragi degli ultimi mesi i giornalisti l'anno ribattezzata Pietra Tombale, disse il prete. Il suo arrivo  stato provvidenziale. La sua fama l'ha preceduta.
Ho sempre fatto il mio dovere, padre, si schern lui.
I suoi nuovi colleghi, qui al commissariato, erano felici della sua nomina. Vedr che si trover bene, sono ragazzi in gamba e volenterosi, continu il sacerdote.
Sembra che li conosca molto bene.
Parlavo spesso con loro e, senza voler fare pettegolezzi, spesso si lamentavano perch erano costretti ad archiviare casi gi risolti sulla carta.
 un paese difficile questo, comment Manfredi.
La Sicilia  difficile, signor commissario. Un'isola che  un paradiso, costretta a vivere strozzata da un pugno di criminali in giacca e cravatta. Questo  difficile da tollerare.
Mi dica, don Pino,  da un po' di tempo che Ninuzzu e i suoi non si fanno pi vedere in giro. Non ho trovato rapporti recenti su di loro. Si saranno stancati di ammazzare la gente?
Al contrario, commissario. Quelli non si vedono, ma sono in mezzo a noi! Lei sa quello che sono stati capaci di fare.
Mi hanno mandato qui per arrestarli.
Commissario, in chiesa da qualche giorno, anzi da qualche settimana, arrivano donne vestite a lutto. Sono le mogli e le madri di alcuni uomini che appartenevano alla cosca del dottor Nazzaro. Sa cosa significa questo?
Me lo dica lei, padre.
Vuol dire che quella gente  fuori dalla grazia di Dio, si segn, ha smesso di far sparare le lupare. Ora i loro nemici li fanno sparire. Ho saputo delle cose in confessione da rabbrividire. Per non far trovare i corpi li bruciano nella benzina oppure li danno in pasto ai maiali. Senza corpo di reato non c' neppure il reato, ecco quello che dicono e cosa sono capaci di fare.
Quante erano le donne in lutto?
Almeno sei e non ho celebrato alcun funerale, commissario. Dovete fermarli, quelli sono peggio delle bestie. Il prete si avvicin alla porta. Non voglio approfittare della sua cortesia.
Grazie della visita. Ora so che a Corleone ho almeno un amico.
Pu sempre contare su di me, commissario e di nuovo benvenuto.

I corleonesi di Ninuzzu avevano vinto la loro guerra contro la cosca di Nazzaro. Dopo cinque anni tutti i sostenitori del dottore erano stati ammazzati o avevano preferito fuggire all'estero o scomparire nelle province pi lontane dell'isola.
Ora Ninuzzu, Saro, Piddu e Calogero erano i padroni di Corleone, anche se dovevano nascondersi per i numerosi mandati di cattura che pendevano sulle loro teste. Ma erano gente abituata alla fatica, erano cresciuti isolati, nella solitudine della campagna o dei pascoli, lontano dal genere umano con il quale non avevano una grande dimestichezza. Nascondersi per loro era un gioco, anche perch conoscevano molto bene le montagne che circondavano Corleone e tutti i sentieri che conducevano ai paesi dei vari feudi.
Notte tempo i latitanti rientravano nelle loro case, abbracciavano mogli, madri e fidanzate e all'alba tornavano a nascondersi tra le rupi e le vicine Rocche.
I mesi trascorrevano lenti. Saro a novembre avrebbe compiuto 33 anni e non aveva ancora avuto una fidanzata. Lui della famiglia aveva un'idea sacra, legata all'onore e agli insegnamenti dei suoi avi.
Nelle loro sortite a Corleone, in quegli anni di latitanza, spesso Calogero lo invitava a casa sua. Era l'occasione per Saro di rivedere Ninetta, la sorella dell'amico.
La ragazza stava ormai terminando il liceo e la sua intenzione era sempre quella di iscriversi all'Universit. I due, quando s'incontravano nella casa dei familiari di Calogero, si lanciavano occhiate inequivocabili. Pi di una volta Ninetta sorrise con l'intenzione di voler favorire l'approccio. Ma Saro non aveva dimestichezza con i sentimenti. Nessuno in vita sua gli aveva rivolto mai una gentilezza. Semplicemente non sapeva come comportarsi e nell'incertezza di andare incontro a una brutta figura, preferiva restare sulle sue, anche se era evidente a tutti che Ninetta non gli era indifferente.
La ragazza aveva terminato il suo pur misero catalogo di messaggi amorosi. Una volta, a tavola, nel protendersi per prendere un piatto, gli aveva sfiorato la coscia con il ginocchio. Un'altra volta aveva fatto cadere volutamente il suo cucchiaio e Saro, nel raccoglierlo, si era sentito avvolgere dalla mano di lei che gli disse: Dammelo, lo lavo nel catino e te lo riporto pulito.
Finalmente una sera, dopo la cena, Saro chiese il permesso a Calogero di poter uscire sulla strada con sua sorella, per una breve passeggiata.
Va bene. Non ho problemi. Ma a un patto, gli rispose l'amico.
Cosa vuoi?, gli chiese Saro.
Voglio che tu mi dia il permesso di uscire con tua sorella.
E quale? Ne ho quattro di sorelle
Arcangela.
Saro s'illumin di un sorriso perch Arcangela era la pi grande della famiglia e aveva raggiunti i 35 anni. Ormai era considerata una zitella che non sarebbe pi stata richiesta da alcun uomo.
I due amici si abbracciarono felici di unire le loro famiglie con quel doppio vincolo di matrimonio. Era come suggellare un'amicizia per l'eternit.
Fu cos che Saro e Ninetta cominciarono a uscire da soli, senza la presenza dei parenti. Ninetta era una giovane senza esperienza di uomini, ma aveva idee precise sul suo futuro e con Saro volle subito mettere bene in chiaro il loro rapporto.
A me sta bene farmi vedere con te in paese. Ma io mi voglio sposare.
Ninetta, i miei sentimenti sono sinceri. Io ti voglio sposare. Mi devi credere sul mio onore che  la cosa a cui tengo di pi nella vita.
Ma io ti credo, altrimenti non avrei accettato di uscire con te, rispose la ragazza carezzandogli dolcemente il volto.
Ma questo  un momento un po' delicato per il mio lavoro. Non posso affrontare adesso un matrimonio.
Lo capisco. Io so aspettare. Io ti amo, gli sussurr arrossendo.
Anche Saro avvamp. Le guance si colorarono di chiazze rosse. Mai aveva ascoltato quelle parole e avevano un suono bellissimo. Mai aveva provato un sentimento cos nuovo. La sua breve vita dannata era stata assorbita da rancori, odi, vendette, massacri, morte, rivalse contro un mondo che lo aveva relegato nei posti pi infimi della scala sociale. Dopo la morte del padre aveva promesso a se stesso che non sarebbe morto anche lui per la fame e la fatica, com'era stato per il genitore. Avrebbe scalato una montagna di cadaveri, pur di arrivare sulla cima e ottenere il rispetto della gente. Per anni aveva perseguito quell'obiettivo con caparbiet, senza mai avere tempo di guardarsi intorno, senza sprecare un solo momento a contemplare ci che di bello lo circondava. Poi Ninetta, cos bella, cos femmina, lo aveva per un po' riportato con i piedi nella realt anche banale della vita. Aveva preso a considerare il matrimonio, dei figli, una famiglia. Da quel momento la famiglia era diventata la sua ossessione. Ma non poteva mollare proprio ora i suoi obiettivi, la promessa che aveva fatto davanti alla bara di suo padre.
Ora lui e i suoi amici erano diventati i padroni di Corleone.
Ninetta, devi pazientare ancora un po'. Voglio che tu e i nostri figli viviate come principi e baroni. Voglio darvi tutto il meglio che c' nel mondo. Hai fiducia in me?.
Ninetta chin la testa e fece un cenno affermativo. Poi socchiuse gli occhi e avvicin le sue labbra a quelle di lui.

12. L'assalto a Palermo.

Anche Ninuzzu, riconosciuto ormai da tutti i paesani come il nuovo capo mafia di Corleone, aveva cominciato a frequentare donne che ora lo accoglievano nei loro letti senza far caso alla sua menomazione. Persino una baronessa s'interess a lui e pi di una volta lo salv dai carabinieri che in quegli anni non avevano mai smesso di dargli la caccia. La notte si consolava tra le loro braccia e all'alba se ne tornava in montagna. Qualche volta passava a prendere Saro a casa sua e insieme facevano la strada verso Prizzi.
Una mattina, il sole doveva ancora spuntare da dietro le Madonie, Ninuzzu, al volante della Millecento, gli disse: Saro, sai una cosa? Mi sono stancato di questo paese.
Saro sorrise: Pensavo che mi dicessi che ti eri stancato di dormire ogni notte in un letto diverso.
Quello non  un problema, anzi... Ora le signore arrivano come mosche sulla marmellata.
Sono i danni collaterali del potere, caro mio, pontific Saro. Da quando si  saputo che sei entrato nel gotha dei mammasantissima, con la presentazione ufficiale al padrino dei padrini Lucky Luciano, le tue quotazioni hanno fatto un balzo in avanti, nella buona societ corleonese.
Saro, mi prendi per il culo?, rispose con un sorriso Ninuzzu.
Non mi permetterei mai, boss, Saro imit lo slang dei cugini americani.
Qui non c' pi niente da spremere, consider Ninuzzu serio.
Andiamocene a Palermo, allora. I grandi affari si fanno l, lo spron Saro.
Lo so. Specialmente adesso che Lucky Luciano ha chiesto a noi siciliani di fare da sponda al traffico della droga, riflett Ninuzzu.
E che aspettiamo, allora?
E Palermo sia, fece Ninuzzu, deciso a dare una sterzata alla propria vita.
Spostarsi a Palermo significava innanzitutto allentare per un po' la tensione di uno scontro a fuoco con le forze dell'ordine. Ninuzzu, Saro, Piddu e Calogero erano latitanti, e polizia e carabinieri avevano le loro foto segnaletiche nei diari di bordo. L a Corleone a ogni spostamento c'era il pericolo che potessero essere fermati a un posto di blocco. A Palermo invece non li conosceva nessuno, quindi potevano muoversi pi liberamente.
Trasferirsi nel capoluogo inoltre era l'occasione per inserirsi nel tessuto mafioso della citt e tentare di accaparrarsi una fetta degli ingenti guadagni che arrivavano dagli appalti pubblici e dal traffico della droga.
Palermo, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, viveva un boom edilizio che ne stravolse la fisionomia architettonica. Furono demolite vecchie catapecchie della periferia e al loro posto crebbero casermoni di sette piani dotati di acqua, elettricit, cucine, bagni, sanitari, cose mai viste fino ad allora. Vennero compiuti scempi anche in pieno centro, nel quadrilatero di via della Libert dove le caratteristiche villette Liberty, costruite alla fine dell'800, da famosi architetti come Ernesto Basile, vennero sbancate nel giro di una notte per sostituirle con gli attuali palazzoni. Artefice di questa indiscriminata colata di cemento fu opera di un corleonese, Vito Ciarlantini, figlio del barbiere del paese, che aveva studiato da geometra intraprendendo poi una brillante carriera politica fino a diventare assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lanzi.
Ninuzzu e i suoi tre compagni si presentarono a lui per essere introdotti in una delle famiglie di Palermo.
In quegli anni il territorio della citt era diviso in sette dipartimenti, controllati da altrettanti mandamenti. Le famiglie che pi delle altre comandavano in citt erano i Russo di Ciaculli e i fratelli Labruna.
Vito Ciarlantini da bravo politicante sapeva districarsi tra le varie forze in campo. Ma aveva le sue idee.
Un giorno si appart con Ninuzzu e Saro nel retro di un bar del porto e spieg loro come dovevano comportarsi l in citt.
I Russo e i Labruna sono i pi potenti. Ma non crediate che siano delle cime. Lucky Luciano non ha una grande considerazione di loro, inizi a dire sorbendo una granita di mandorle. Lucky vive a Napoli, perch non si fida dei mafiosi palermitani. Dice che sono troppo tammurinari, troppo rumorosi, poco riservati. Di Salvatore Russo dice che  un contrabbandiere di mezza tacca e che non c' da fidarsi di lui perch ogni suo affare va a finire o con la lupara o con il tritolo. Mentre Angelo Labruna lo considera ancora un piccolo venditore di cenere, carbonella e legna da ardere, com'erano i suoi genitori. Il giudizio su Russo  rimasto immutato, tanto che si  sempre rifiutato di riceverlo. Al contrario la stima di Lucky Luciano nei confronti di Angelo Labruna  aumentata nel tempo e ora gli consente di fare affari con lui. Mi fido del suo giudizio e cos ho deciso di presentarvi ai fratelli Labruna. Hanno sempre bisogno di picciotti svegli e di poche parole.
Ma i Labruna ci vorranno nella loro famiglia?, chiese Saro.
Vito Ciarlantini con il suo viso da volpe sorrise. Non mi possono rifiutare un favore. Ho rilasciato licenze edilizie per migliaia di cantieri. Di quelle dei Labruna ho perso il conto. Capite perch non mi possono dire di no?.
E in effetti Salvatore e Angelo Labruna non poterono rifiutare il favore al loro amico Ciarlantini e accolsero nella loro cosca il gruppo dei corleonesi.
I due fratelli avevano cantieri in molte borgate della citt. C'era da controllare l'arrivo dei materiali da costruzione, da inquadrare i muratori ribelli agli orari troppo massacranti, da tenere a bada i male intenzionati, insomma i fratelli li utilizzarono per incarichi di fiducia e sorveglianza. In cambio offrirono loro nascondigli sicuri e una sistemazione dignitosa. I corleonesi si misero umilmente al servizio dei nuovi padroni. Saro in particolare guardava e imparava. Lui sapeva aspettare. Prima o poi sarebbe attivato anche il suo turno. Gli occhi bassi, sempre molto discreto, faceva finta di non sentire, quando gli altri soldati della cosca li prendevano in giro per come andavano vestiti. Li chiamavano in modo dispregiativo i viddani. Per indicare la gente venuta dalla campagna, con camicie logore, giacche di panno rattoppate e di velluto a coste larghe. In citt invece i padrini indossavano camicie di seta e giacche doppio petto, e anche i loro soldati erano eleganti, profumati e imbrillantinati come femminucce.
Sembrano tante puttane, era il commento di Saro, quando incrociava i colleghi della cosca. Per vestiti in questo modo, constat aprendo la giacca di velluto, siamo troppo identificabili. Dobbiamo mimetizzarci come loro, disse una volta all'amico Piddu.
Si tolsero gli abiti di viddani e comprarono vestiti di sartoria per essere all'altezza dei signorini di Palermo.
In quel periodo Ninuzzu decise di andare a nord, a Milano. Un amico corleonese l'aveva chiamato perch l stavano facendo un mucchio di soldi con l'eroina. Lasci a Palermo i suoi compari dicendo che prima o poi sarebbe tornato.
La vita a Palermo scorreva senza troppe emozioni. Le famiglie facevano i loro affari badando a non intralciarsi per non creare attriti che avrebbero rotto quel bel giocattolo rappresentato dalle costruzioni e dal contrabbando delle sigarette e della droga. Ma accadde un fatto che rovin quella pace cos ricca di abbondanza.
Nell'estate del 1962, Salvatore e Angelo Labruna, insieme ai Russo e a Cesare Mambella avevano creato un consorzio per finanziare l'importazione di un grosso quantitativo di eroina proveniente da Alessandria d'Egitto. La merce veniva fatta sbarcare di contrabbando in una delle calette nei pressi di Mazara del Vallo.
Calcedonio Di Meo, il vice capo della famiglia Russo, doveva prenderla in carico e portarla al porto di Palermo dove l'avrebbe consegnata a un uomo di fiducia, un cameriere della Saturnia, la nave passeggeri che faceva la spola tra Palermo e New York. Arrivata a destinazione doveva essere recapitata alla famiglia Bonanno.
Calcedonio era un giovane brillante. Vestiva con giacche di lino e cappotti di cammello. Aveva modi gentili e sapeva ascoltare. Ben presto si era guadagnato la stima di molti costruttori edili e con qualcuno aveva anche fatto affari. Salvatore Russo lo teneva in grande considerazione e ascoltava i suoi consigli. Si fidava ciecamente di lui e per questo gli affidava sempre gli incarichi pi delicati.
Era arrivato a Mazara con una mezz'ora di anticipo insieme a Pippo, un giovane factotum della famiglia. L'appuntamento era alla fine della Strada comunale Costiera, a ridosso della Statale che li avrebbe riportati a Palermo.
Pippo fu il primo ad avvistare il furgoncino, un'Ape della Piaggio con il cassone telato su cui c'era scritto Pesce fresco. L'uomo, un pescatore avanti con gli anni, la barba ispida bianca e una canottiera piena di buchi, scese, gett un'occhiata nell'auto e, dopo aver riconosciuto Calcedonio, gir intorno al furgoncino e da sotto le cassette del pesce estrasse uno zainetto. Pippo nel frattempo aveva aperto il portabagagli della Millecento. Anche Calcedonio era sceso dall'auto e sovrintendeva all'operazione. Il pescatore gli diede lo zainetto. Calcedonio lo apr e cont i dieci sacchetti della droga. Leg di nuovo il cordino e lo incastr sotto la ruota di scorta.
Aspettate, non chiudete, disse l'uomo in canottiera e prese una cassetta di spigole e orate. Le poggi all'interno del portabagagli. Questi sono per don Salvatore, da parte di Spadaro, disse brevemente.
Ringraziatelo da parte di don Salvatore, rispose Calcedonio. Poi richiuse il bagagliaio, si salutarono con un cenno della mano e il pescatore riprese il giro per la distribuzione del pescato alle trattorie della zona.
Pippo mise in moto e imbocc la statale per Palermo.
Quello stesso pomeriggio Calcedonio Di Meo, sempre accompagnato dal giovane Pippo, si rec alla banchina dov'era ormeggiato il Saturnia. Pippo portava un grande cesto di fichi d'india che consegn a un giovane siciliano di nome Carlo. Era uno dei numerosi camerieri del transatlantico al servizio della famiglia Russo. Non era la prima volta che riceveva quell'incarico. Come membro dell'equipaggio nessuno mai aveva frugato nei suoi bagagli e non c'era controllo quando portava all'interno della nave viveri e bevande per la cambusa. Gli consegnarono il cesto e Carlo s'incammin verso la passerella della nave.
Il meccanismo funzionava da molti mesi alla perfezione, ma un giorno accadde qualcosa che lo fece inceppare.
Nell'ultima spedizione, la famiglia Bonanno aveva pagato un terzo in meno del pattuito.
Con molto tatto Salvatore Russo fece domandare a Bonanno quanta eroina era arrivata a destinazione e da New York gli fecero sapere che dei dieci chilogrammi promessi, erano arrivati solo sette e per sette avevano pagato.
Mancavano all'appello tre chili di eroina. I fratelli Labruna pretesero da Salvatore Russo delle spiegazioni e lui chiese qualche giorno di tempo per scoprire l'arcano.
I sospetti caddero immediatamente sul cameriere del transatlantico.
Carlo fu trascinato in un seminterrato, fu spogliato e legato nudo a una sedia. Tre mafiosi erano intorno a lui. In un angolo Calcedonio Di Meo osservava preoccupato.
Inizi il supplizio. Uno dei tre mafiosi gli disse di parlare subito altrimenti l'avrebbero fatto soffrire cos tanto che comunque alla fine avrebbe detto dove aveva nascosto i tre chili di eroina che mancavano.
Carlo piangeva e li scongiurava di credergli. Non era stato lui a pendere la droga. Era pazzo se pensava di poterla fare franca. Ma quelli iniziarono a prenderlo a pugni sul viso. Poi lo colpirono con un tubo di gomma, infine lo rovesciarono a terra, sempre legato alla sedia, gli coprirono il viso con un asciugamano e gli versarono lentamente nella bocca un secchio d'acqua. Ma Carlo, ormai impazzito, tossiva, sbuffava, vomitava acqua, ma continuava a dire che lui non aveva preso la droga. Fu torturato senza piet per pi di un'ora.
Calcedonio Di Meo ordin ai tre di fermarsi. Basta, lasciatelo andare.  davvero innocente. Non  stato lui a rubare i tre chili di eroina, altrimenti avrebbe gi parlato.
Qualche giorno dopo Salvatore Russo s'incontr con i due fratelli Labruna e con rammarico dovette confessare di non essere riuscito a trovare il colpevole.
Angelo Labruna allora ventil l'ipotesi che potesse essere stato proprio il suo secondo, Calcedonio Di Meo, a sottrarre l'eroina. Era l'unico ad aver maneggiato la merce.
Per stabilire la colpevolezza di un vice capo, fu riunita la Commissione.
Calcedonio, sostenuto dalla testimonianza di Pippo, il suo autista, ripercorse momento per momento tutti gli spostamenti di quella giornata. Disse di essere sempre stato in compagnia di Pippo, quindi non ci fu mai un momento in cui avrebbe potuto prenderla e nasconderla. Dopo lunghe discussioni, la Commissione stabil che Calcedonio era effettivamente innocente.
I fratelli Labruna accettarono il verdetto, pur restando scettici della sua innocenza. Comunque dichiararono di voler onorare la volont della Commissione.

13. La prima guerra di mafia.

Il 26 dicembre di quello stesso anno, in piazza Principe di Camporeale, a Palermo, Calcedonio Di Meo, stretto nel suo bel cappotto di cammello, si avvicin al chiosco che vendeva le sigarette. Non s'accorse dell'arrivo silenzioso alle sue spalle di tre uomini vestiti con lunghi pastrani neri. All'improvviso da sotto i cappotti spuntarono due fucili a canne mozze, mentre il terzo uomo estrasse dalla tasca una pistola. Lo colpirono pi volte a distanza ravvicinata, quando Calcedonio cadde a terra, quello con la pistola si avvicin e gli spar alla testa il colpo risolutivo, quindi i tre si allontanarono silenziosi com'erano arrivati.
La gente che a quell'ora affollava la piazza disse agli inquirenti di non essersi accorta di niente e di non aver udito neppure gli spari.
L'omicidio di Di Meo rischiava di innescare una vera e propria guerra tra le cosche mafiose di Palermo.
La polizia denunci alla magistratura i fratelli Labruna per essere i mandanti dell'omicidio di Calcedonio Di Meo avvenuto a opera dei killer Salvatore Gravina, Stefano Giaconia e Rosolino Pagani, loro soldati.
Ma i fratelli Labruna, pi di tutti dovevano temere la famiglia Russo, e in particolare il tribunale delle ombre, cio la Commissione che puniva i ribelli che non rispettavano le loro sentenze.
I Labruna continuavano a proclamarsi innocenti. Lo mandarono a dire sia ai Russo, sia ad alcuni dei componenti della Commissione. Ma nessuno credette loro.
I Russo raccolsero la stima e il sostegno dei principali capi famiglia di Palermo come Mambella e il cugino Salvatore Russo detto u ciaschitettu. Altri tolsero il loro appoggio ai Labruna e si allearono ai Russo. Tra questi ci furono Tano Badaloni, Masino Buscemi e Vincenzo Rizzo.
Saro cap che da l a poco sarebbe scoppiata una guerra fratricida tra le due famiglie rivali e sugger ai suoi compagni di tornare a Corleone. I Labruna gli avevano offerto ospitalit e la possibilit di fare qualche affare a Palermo, ma non voleva rischiare di rimanere impelagato in una faida che non li riguardava minimamente. Con Piddu e Calogero fecero le valigie e tornarono al loro paese.
La previsione di Saro si rivel esatta. Neppure due settimane dopo, quando Salvatore Russo si rec alla fabbrica d'imbottigliamento di acqua minerale di Giusto Picone, uno zio di Calcedonio Di Meo, per portargli le sue condoglianze e la promessa che i colpevoli della morte del nipote sarebbero stati puniti.
Poco dopo essere arrivato, un'esplosione distrusse una parte dei macchinari. Salvatore Russo si salv per puro miracolo, trovandosi in quel momento all'interno degli uffici.
La guerra era dichiarata. Una settimana dopo l'attentato, Salvatore Labruna scomparve. La sua Giulietta fu trovata incendiata e distrutta nelle vicinanze di Santo Stefano di Quisquina, a novanta chilometri da Palermo. Il suo corpo non fu pi ritrovato.
Tre giorni dopo, il 20 gennaio una Giulietta imbottita di tritolo fu lanciata contro il portone della villa di Salvatore Russo. L'esplosione fece crollare la facciata. Si temette per il boss, ma gli attentatori avevano commesso un errore perch Russo non era ancora rincasato.
Quella sera negli uffici di una ditta di costruzioni in viale Lazio l'orario per alcuni impiegati si prolung pi del solito. Il capo dell'impresa era un certo Michele Cavaterra, un pluriomicida sempre assolto per insufficienza di prove. Aveva iniziato la sua carriera ai mercati generali con piccoli furti e grassazioni. Fu affiliato nella cosca dell'Acquasanta e, dopo l'omicidio dei suoi due capi, fu lui a prendere il comando del clan mafioso.
Qualcuno pens che la morte dei due boss fosse opera sua e forse non faceva peccato a pensarlo. Per questi omicidi fu arrestato per associazione a delinquere e detenzione di armi, venendo avviato al soggiorno obbligato. Successivamente fu assolto anche questa volta per mancanza di prove e gli fu revocato il soggiorno obbligato.
Cavaterra era un codardo. Non aveva il coraggio di affrontare faccia a faccia i suoi avversari, ma nello stesso tempo aveva un'ambizione smisurata di potere. Per poter scalzare i suoi nemici e guadagnarsi i galloni del comando, escogitava espedienti degni di Machiavelli.
Gli appalti pubblici a Palermo, sotto l'assessorato di Vito Ciarlantini, venivano accordati a ditte amiche. In quattro anni 3400 licenze erano state rilasciate soltanto a quattro societ intestate a prestanomi nullatenenti che prima di diventare milionari facevano gli imbianchini, i carbonai, gli idraulici. Dietro di loro c'erano per le grandi famiglie mafiose dei Labruna e dei Russo.
Per entrare e ritagliarsi un po' di quella torta, Cavaterra pens che sarebbe stato bello prendere il posto di uno dei due contendenti. Ma come eliminarne uno dalla contesa? Soltanto scatenando una guerra tra famiglie, avrebbe potuto prendere il posto del perdente.
Nella sua mente perversa trov che quella soluzione era un'idea geniale, senza preoccuparsi minimamente delle devastanti conseguenze.
Fu lui a sottrarre i tre chili di droga dallo zainetto a Mazara del Vallo. Il pescatore con l'Ape era un suo uomo fidato. Il vero corriere era stato liquidato ed era finito in pasto ai pesci. Era certo che la sparizione della droga avrebbe fatto scoccare la scintilla del sospetto tra i soci. Sapeva che se avesse ammazzato Calcedonio Di Meo in un'imboscata, i Russo avrebbero pensato che era opera dei Labruna. Il resto sarebbe venuto da solo.
Quando poi la Commissione riusc a pacificare gli animi, Cavaterra tir fuori l'asso dalla manica e punt al bersaglio grosso facendo rapire Salvatore Labruna. Questa volta sarebbe stato il fratello Angelo a scatenare la battaglia. E infatti cos accadde.
Cavaterra aveva innescato una reazione a catena che port alla rovina il tessuto mafioso di Palermo. Non passava giorno senza un cadavere ammazzato sulle strade, nei bar, nelle sale da gioco.
Furono uccisi a lupara o con il tritolo, parenti, fiancheggiatori, gregari, persone che avevano assistito casualmente alle sparatorie.
Fu una carneficina che la citt non avrebbe mai pi dimenticato. Angelo Labruna sfugg a due imboscate. La prima in una pescheria, dov'era stato attirato con il pretesto di concertare una tregua. La seconda a Milano, dove fu ferito gravemente. Ma anche questa volta riusc a salvare la pelle.
Ciaculli, Sicilia, 30 giugno 1963
Cavaterra, per niente sazio delle decine di agguati, feriti e morti ammazzati, per le sue velleit di potere, decise di ripetere il fallito attentato con la Giulietta imbottita di tritolo contro la villa di Salvatore Russo. La prima volta, il 20 gennaio scorso, la sorpresa non era riuscita perch Russo era rientrato pi tardi alla villa per un tamponamento che gli aveva fatto perdere tempo, salvandogli per la vita.
Questa volta non avrebbero fallito perch Cavaterra ide una trappola con due ordigni esplosivi separati. Il primo posto sui sedili posteriori dell'auto, doveva sembrare inoffensivo, cos da poter essere disinnescato senza problemi. Il secondo invece l'avrebbe nascosto all'interno del bagagliaio. Aprendo il portabagagli, un congegno a strappo avrebbe fatto saltare la dinamite e tanti saluti a Russo.
Fece preparare le trappole esplosive, poi due dei suoi uomini guidarono la Giulietta a Villa Sirena in localit Ciaculli, la dimora del capo della famiglia Russo. Ma il destino volle che, entrati nel vialetto sterrato circondato da alberi di aranci e limoni che conduceva alla villa, una gomma si buc, piantandosi nel terreno molle dalla pioggia. I due sicari non avevano tempo per cambiarla perch Russo sarebbe arrivato da un momento all'altro e cos abbandonarono la macchina e se la diedero a gambe.
In pochi mesi a Palermo erano esplose con la dinamite diverse Giuliette, sembrava l'auto preferita dai mafiosi per quel genere di attentati. Cos quando un anonimo passante not l'automobile abbandonata nel vialetto, con le portiere aperte, telefon subito ai carabinieri della vicina tenenza per avvertirli del possibile pericolo.
Poco dopo una Giulia dell'Arma arriv a Ciaculli. Al comando della pattuglia c'era il tenente Maffucci. Dietro di lui scesero il maresciallo dei carabinieri Calogero e i carabinieri Marino ed Eugenio. Il tenente e i suoi, attenti a non muovere la macchina, ispezionarono l'esterno e, attraverso i finestrini esaminarono l'abitacolo. Maffucci vide che sui sedili posteriori si trovava una bombola del gas da cui fuoriuscivano alcuni cavi elettrici. Fece cenno ai suoi di fare attenzione e con l'autoradio chiese l'intervento degli artificieri.
Poco dopo arriv una seconda auto, questa era della polizia. Al volante c'era il maresciallo di pubblica sicurezza Silvio Corrado e con lui il maresciallo Nucci, artificiere dell'esercito, con un soldato semplice suo assistente.
L'artificiere osserv con attenzione la bombola di gas liquido. Poi fece aprire la portiera e con cautela entr nell'abitacolo. Studi il congegno. Lo illumin con la torcia elettrica. Quindi lentamente estrasse dal bocchettone i due cavetti a cui era collegata una resistenza. La mostr con un sorriso di soddisfazione al tenente.
Ecco, tenente, questo era l'innesco. Il pericolo  passato. Ora togliamo la bombola dall'auto,  piena di polvere nera da cava.
Mentre l'assistente artificiere, aiutato da uno dei carabinieri estraeva la bombola da dietro i sedili, gli altri militari continuarono a ispezionare l'auto. Un carabiniere apr il cofano anteriore. Guard all'interno del vano motore con la lampada elettrica.
Intanto il tenente Maffucci cerc di aprire il bagagliaio. Vediamo se ci hanno lasciato la sorpresa di un cadavere, disse al maresciallo Corrado. Questi gli pass un coltello. Il tenente fece leva forzando la serratura e questa volta il cofano sembr cedere. Lo spalanc e cos facendo un cavetto innesc il detonatore che a sua volta incendi la micidiale carica esplosiva e un istante dopo una violenta deflagrazione invest i sette uomini dell'ordine.
Sul luogo della strage poco dopo arrivarono le pi alte autorit della Regione. Poliziotti e carabinieri erano sparpagliati su tutta l'estensione dell'aranceto a raccogliere resti umani e frammenti di automobile. Alcuni carabinieri piangevano sulle spoglie dei commilitoni cos barbaramente uccisi. Altri si disperavano e prendevano a calci e a pugni i tronchi degli aranci e dei limoni. Il generale dei carabinieri De Marchis era fuori di s. Un eccidio di quelle proporzioni non si era mai visto. A Ciaculli, c'erano il procuratore capo di Palermo, il commissario della Mobile, il questore e Aldo De Marchis, generale di corpo d'armata della Sicilia.
Il procuratore capo, con le lacrime agli occhi, disse al commissario: Chi sostiene ancora che la mafia non esiste, oggi  stato accontentato.
Signor procuratore, questa  una nuova mafia. Non  lo stile dei vecchi mammasantissima, gli ribatt il commissario.
La voce tuonante del generale fece voltare tutti: Ogni giorno c' un omicidio, quando non sono due o tre o pi. Questa  barbarie,  incivilt. Dobbiamo correre ai ripari. Si rivolse a un ufficiale dei carabinieri. Voi! Arrestate i pregiudicati della zona, metteteli ai ferri e torturateli e vediamo se cominciamo a farli parlare. Altrimenti dar ordine ai soldati di sparare a vista sui delinquenti. Poi andr in galera, ma almeno avremo salvato la dignit di questa povera nazione!.
Era il 30 giugno del 1963. Per la prima volta dall'Unit d'Italia, lo Stato s'accorse che in Sicilia esisteva un'emergenza.

14. Sicilia sotto assedio.

I Labruna stavano attaccando frontalmente la leadership dei Russo. I sospetti contro la cosca di Palermo Centro divennero certezza tra il popolo mafioso perch tra gli affiliati ai Labruna c'era un elettrauto, un certo Pergolitti, che aveva le giuste competenze per costruire la trappola mortale di Ciaculli.
La risposta non si fece attendere da parte dei Russo e qualche giorno dopo, in piazza Ignazio Florio a Palermo, Pergolitti fu ucciso a lupara da due giovani motociclisti. Qualche anno pi tardi fu accertato che l'elettrauto, affiliato con i Labruna, con la strage di Ciaculli non c'entrava per niente.
Il sacrificio dei sette uomini dell'ordine mostr alla nazione l'esistenza del fenomeno mafioso. In Parlamento le opposizioni si scatenarono, chiedendo l'istituzione di una Commissione. Si dovette faticare non poco per costituirla, perch le forze politiche temevano che indagini approfondite avrebbero destabilizzato le posizioni elettorali di non pochi parlamentari e membri del governo. Ma alla fine il 6 luglio 1963 la Commissione antimafia apr la sua prima seduta.
In quella stessa estate le forze di polizia e quelle dei carabinieri eseguirono spettacolari retate a tappeto, battendo metro per metro i quartieri di Palermo e le campagne dove si pensava di trovare persone sospette appartenenti alle cosche. Furono eseguiti migliaia di arresti, il pi clamoroso di tutti fu quello del settantenne Peppuccio Genco Raino, uno dei boss storici della mafia siciliana.
Ma sostanzialmente l'operazione port in galera la bassa manovalanza perch i boss, appena fiutarono il pericolo, si dileguarono in Sud America o in case di amici, lontane dalla Sicilia.
Qualche mese pi tardi accadde un episodio che avrebbe dato una svolta alla ricerca dei responsabili dell'eccidio.
Pietro La Torre, il capo mandamento dell'Uditore, l'ex borgata a ridosso della Circumvallazione, chiam al telefono Cagnazzo, uno dei boss della Noce, subentrato nella conduzione della cosca al povero Calcedonio Di Meo.
Cagnazzo, disse La Torre al telefono, domani pomeriggio vieni con Marino a casa mia. Ti devo parlare.
Cagnazzo non aveva motivo di sospettare di La Torre, perch spesso il suo ex capo, Calcedonio Di Meo, aveva fatto affari con lui. I loro territori erano contigui, ma non si erano mai pestati i piedi tra di loro.
Il pomeriggio successivo Cagnazzo si rec insieme a Marino a casa di La Torre. I due amici si erano interrogati sul motivo di quella convocazione e avevano pensato che La Torre, ora che Calcedonio Di Meo non c'era pi, volesse proporgli di unire le loro forze in un'unica cosca.
Apr la porta La Torre in persona, ma quando entrarono nel salotto e videro che insieme al padrone di casa c'erano anche Michele Cavaterra e altri due soldati, mai visti prima, si lanciarono un'occhiata d'intesa e capirono di essere caduti in una trappola.
Il timore divent evidenza, quando uno degli sconosciuti tent di portarsi alle loro spalle. Cagnazzo, vedendo che la porta era presidiata da La Torre, senza pensarci troppo su, si lanci verso la porta finestra del balcone sfondandola. Marino lo segu a ruota. Cagnazzo si appese fuori dalla ringhiera e si lasci cadere sulla strada. Per fortuna La Torre abitava al piano nobile e il volo fu breve. Atterr sul cofano di un'auto e zoppicando riusc a guadagnare un vicolo laterale. Non altrettanto fortunato fu Marino che indugi un attimo prima di scavalcare la balaustra. Fu raggiunto da uno dei due sicari che gli spar un colpo di pistola in pieno petto nel momento in cui si lasci cadere nel vuoto.
Ai carabinieri La Torre, il proprietario dell'appartamento, raccont che, rientrando a casa, aveva sorpreso a rubare due ladri. I due l'avevano minacciato con le pistole, poi per lui aveva tentato una reazione e i due erano fuggiti lanciandosi dal balcone. Per difendersi aveva impugnato la pistola ed era riuscito a colpire quello che dei due era rimasto indietro. I carabinieri comunque lo arrestarono. Racconterai le tue ragioni al giudice, gli disse il maresciallo infilandogli le manette.

L'episodio provoc le lamentele di numerosi capi mandamento. Non ci fu tempo per riunire la Commissione al completo, ma i Russo organizzarono un mini vertice con Salvatore Manno, Francesco Sorgi, Mario Di Girolamo e i corleonesi al completo.
Cagnazzo, rifer l'accaduto a Salvatore Russo.
Dunque questa carneficina non  iniziata con i Labruna, tir le conclusioni il capo mafia, al termine del racconto di Cagnazzo.
C' un'intesa tra La Torre e quel cornuto di Cavaterra, aggiunse Ninuzzu.
Ora  anche chiara l'alleanza tra Nino Matranga di Resuttana e Vincenzo Nicoletti di Pallavicino, disse Saro. Si sono accordati per prendersi Palermo.
Il loro obiettivo era quello di far scoppiare la guerra tra le due famiglie pi importanti della citt e spartirsi le macerie fumanti per i loro affari, concluse Cagnazzo.
Cavaterra e gli altri dovranno pagare per questa infamit, Salvatore Russo era furioso per le azioni di quei vigliacchi.
Ma non ora, intervenne deciso Saro, come se il capo dei corleonesi fosse ormai lui. Ci sono troppi carabinieri in giro per la Sicilia. Dobbiamo avere pazienza. Dobbiamo aspettare che passi la tempesta. Poi arriver anche il loro turno. Non lasceremo certo Palermo nelle mani di quell'infame di Cavaterra.
Salvatore Russo lo fiss in silenzio e poi spost lo sguardo su Ninuzzu. Saro si era dimostrato un picciotto sempre rispettoso. Camminava un passo dietro al suo boss. Ora per la prima volta aveva dato una direttiva in sua presenza. Russo era troppo navigato per non capire che qualcosa stava accadendo tra i corleonesi.
Ma neppure Ninuzzu era uno sprovveduto. Saro era maturo per creare una propria cosca e gestirla da capo assoluto, pens. Doveva guardarsi da lui.
Hai ragione, approv Ninuzzu. Poi, rivolgendosi anche agli altri presenti ripet: Ha ragione Saro. Ci conviene scomparire per qualche tempo. Quando le acque si saranno calmate, allora torneremo e vendicheremo Calcedonio Di Meo e tutti coloro che sono morti in questa guerra senza senso. Ma fino ad allora, ognuno dovr cavarsela per proprio conto. Testa bassa e basso profilo. Ci conviene riprendere a fare i contadini.
Ma non possiamo tornare nelle nostre famiglie, dichiar Calogero.
Il primo posto in cui polizia e carabinieri vanno a cercare,  nelle nostre case, disse Piddu.
Saro si rivolse a Ninuzzu. Tu dove andrai?
Saro, non fare domande e non ti dar rispose che domani potrebbero essere usate contro di me. Comunque non mi allontaner troppo dal nostro paese. E ora addio, compari miei.

E in effetti Ninuzzo disse la verit, non si allontan da Corleone. And a nascondersi in una delle case che si trovavano nella zona meridionale del paese, sotto le Rocche, nei pressi di Ponte Nuovo. Un'abitazione dove le forze di polizia non avrebbero mai potuto immaginare di trovarlo.
Sal le scale che portavano all'abitazione e buss. Gli apr una donna vestita di nero, poco pi che quarantenne, i lunghi capelli corvini erano striati di fili bianchi. Gli occhi mostravano una vivacit e una fierezza tipica delle femmine siciliane e palermitane in particolare. La donna alz lo sguardo.
Mi riconosci?, le chiese con aria di sfida Ninuzzu, puntellandosi sul bastone.
Come si dimentica un grugno come il tuo?, gli rispose con altrettanta protervia la donna.
Di, Sabedda, non sarai ancora in collera con me?
Cosa vuoi, tagli corto lei.
Fammi entrare, e cos dicendo varc la soglia, spostando di lato la donna con il bastone.
Chi , Sabedda?, domand una voce femminile dall'interno della casa. Ma nessuno le rispose. E poco dopo nel corridoio comparve Maria Grazia, la sorella maggiore della donna. Appena vide l'uomo si paralizz.
Ciao Maria Grazia, almeno tu, mi dai un bacio?, chiese con un sorriso beffardo Ninuzzu aprendo le braccia.
Non sei il benvenuto qui. Puoi tornartene all'inferno, rispose sbarrandogli il passo.
L'uomo cambi tattica e si fece pi mellifluo. Abbiate piet. Concedetemi un momento di riposo. Sono braccato come un animale. Non ce la faccio pi a fuggire alla polizia. Datemi un bicchiere d'acqua. Un bicchiere soltanto e poi me ne vado. Ve lo giuro.
Le due donne si scambiarono uno sguardo.
Sabedda, la donna che quindici anni prima doveva sposare Placido Rizzotto, si diresse verso la cucina.
Perch continui a torturarci? Non ti basta il male che hai fatto a quella povera cristiana?, disse Maria Grazia con anima dolente.
Ma io voglio essere vostro amico. Ho messo da parte un patrimonio che potr farci star bene a tutti. Io voglio il bene di Sabedda, lo sai. Non sarei capace di farle del male. E se l'ho fatto, voglio cercare il perdono offrendogli un aiuto. A lei e a te, naturalmente. Poco dopo rientr Sabedda con l'acqua. Ecco. Bevi e vattene.
Fallo sedere, disse la sorella maggiore, togliendole il bicchiere dalla mano. Non vedi come soffre?. Poi si rivolse a Ninuzzu. Ti fa ancora male la schiena?
Da morire, rispose fingendo sofferenza.
Di, vieni a sederti. Te ne andrai pi tardi, l'invit Maria Grazia.
Ninuzzu fu fatto accomodare nella sala da pranzo, quella con i mobili buoni. Tutto sommato era un ospite di riguardo e non se ne sarebbe andato tanto presto.

15. L'uccellino in gabbia.

Termini Imerese, Sicilia, 15 dicembre 1963.

L'offensiva dello Stato contro la criminalit organizzata continu per molti mesi. Gli anziani ebbero la sensazione di rivivere gli anni di terrore del prefetto Mori. Furono arrestati oltre ottocento siciliani, tra mafiosi e ignari cittadini. Le forze dell'ordine sequestrarono un intero arsenale di fucili, pistole, tritolo. La caccia prosegu serrata fino alla fine dell'anno.
Era domenica, quel giorno di met dicembre. La pattuglia della polizia, proveniente dalla squadra mobile di Corleone, era comandata da un maresciallo calabrese. Disposero le auto per un posto di blocco poche decine di metri fuori dalla galleria del viadotto. Non era un servizio di controllo di normale routine, bens un'operazione coordinata con la questura di Palermo per dare la caccia a una banda di rapinatori che da qualche settimana imperversava nella provincia avendo messo a segno colpi in diverse banche della citt.
Non c'era un gran passaggio sulla superstrada che proveniva da Termini anche perch la nottata era fredda e le persone per bene avevano preferito restare nelle loro case in vista della nuova settimana di lavoro.
Gli uomini parlavano tra loro lamentandosi dei turni snervanti e di quella vita da schifo che non gli consentiva di vedere mai i bambini, se non durante qualche festivit. Qualcuno fumava, altri passeggiavano su e gi per combattere il freddo. Sentirono il motore di un'auto avvicinarsi. Tutti si concentrarono sull'imboccatura della galleria. Un'automobile nera apparve come per incanto dal buio del tunnel. I fari erano spenti. Il maresciallo identific il modello, era una Fiat Millecento, ma non riconobbe le due figure all'interno.
L'auto fece una frenata a secco, poi rientr nella galleria in retromarcia. Il maresciallo sal sulla Giulia, insieme ai suoi due uomini e part all'inseguimento della Millecento. Lo segu la seconda Giulia, mentre la terza rest a piantonare la strada.
L'auto percorse l'intera galleria in retromarcia, poi con una veloce derapata gir il muso contromano e schizz via senza preoccuparsi di eventuali veicoli che sarebbero potuti venire in senso opposto. Per fortuna a quell'ora la strada era deserta. La Millecento rallent, si apr lo sportello del passeggero e un'ombra rotol fuori dell'abitacolo. Il maresciallo sterz e si diresse verso il fuggitivo. Ferm l'auto nel punto in cui lo vide proiettarsi di corsa versi i campi. Fece cenno all'altra macchina di proseguire l'inseguimento della Fiat. Lui e gli altri due agenti abbandonarono l'auto e si lanciarono all'inseguimento del fuggiasco attraversando un boschetto di eucaliptus. Il maresciallo si apr a ventaglio con i suoi uomini. Individuarono l'uomo. Era basso, ma tarchiato e dalle spalle possenti. Non era velocissimo e uno dei poliziotti pi giovani riusc a raggiungerlo e a farlo cadere a terra con uno sgambetto. Un attimo dopo sopraggiunsero anche il maresciallo e l'altro agente. Gli puntarono le pistole contro e gli chiesero la sua identit.
Sono Giovanni Grande. Sono un agricoltore di San Giovanni Jato, rispose con il fiato grosso per la lunga corsa.
Perch scappavi?, gli domand duro il maresciallo.
Signor maresciallo, ci siamo impauriti io e il mio amico. Con i fatti che succedono, pensavamo che eravate dei banditi travestiti da poliziotti. Per questo siamo fuggiti, rispose con sufficienza l'uomo.
Cos noi eravamo i banditi, ripet il maresciallo afferrandogli i polsi e chiudendogli intorno i braccialetti delle manette. Andiamo al commissariato. L ci racconterai per bene che cosa hai da nascondere.
Fu cos che Saro entr nella cella di sicurezza del commissariato di Corleone.
Dopo che il maresciallo gli aveva serrato i polsi, non aveva pi aperto bocca. Si potevano fottere, ma non gli avrebbero strappato una parola dalla bocca. Guard la cella. C'era una branda, in un angolo un lavabo e sotto un bugliolo. Era arrabbiato per come si era fatto prendere. Erano trascorsi quindici anni da quando lo avevano ingabbiato per quella storia dell'omicidio di quel fesso. Ora gli toccava il carcere. Lo aveva sempre messo nel conto, ma francamente non pensava che sarebbe arrivato una settimana prima di Natale. Aveva progettato un viaggio con la sua Ninetta.
Si sedette sulla branda, meditando sul suo avvenire, relegato in una cella come quella.
Poco dopo arriv il commissario Angelo Manfredi. Malgrado fossero le due di notte, il maresciallo aveva deciso di svegliare il superiore. Quell'uomo poteva essere un pesce grosso nell'arcipelago mafioso. Purtroppo l'altro, il compagno, era riuscito a far perdere le tracce. Aveva abbandonato la Millecento appena entrato in paese e sicuramente era riuscito a nascondersi presso qualche compare. Avevano perquisito l'auto e avevano trovato nel cruscotto una Mauser. La posizione del fermato dunque si era aggravata.
Dice di essere un contadino di San Giovanni Jato, disse il maresciallo quando il commissario entr nell'ufficio. Abbiamo visto la carta d'identit e sembra autentica. Per sarebbe opportuno farla analizzare dalla Scientifica per capire se  davvero cos.
Spediscila a Palermo, ordin il commissario. E ora fammelo vedere. Manfredi si rec nell'ala delle celle di sicurezza. Apr lo spioncino e rest a guardare il sospettato per qualche secondo.
Il giovane era sulla trentina, seduto sulla brandina, non sembrava particolarmente preoccupato.
Il commissario entr: Sono il commissario Manfredi, si present. Tu come ti chiami?.
Il volto del giovane era una maschera impenetrabile. Sollev lo sguardo e rispose annoiato: L'ho gi detto prima al maresciallo. Mi chiamo Giovanni Grande e sono di San Giovanni Jato. Vicino al paese ho un appezzamento di terreno che lavoro come coltivatore diretto.
Faremo verificare la carta d'identit e, se  cos, te ne potrai andare, lo avvis Manfredi uscendo dalla cella.
Il commissario si fece portare il dossier di Saro. Pochi fogli e una foto di quando a 19 anni aveva ucciso Domenico Di Matteo nel rione San Giovanni. Quell'immagine non somigliava per niente al giovane rinchiuso nella cella. Era pur vero che erano trascorsi 15 anni.
Saro non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Alle sette gli portarono un caff e alle dieci il commissario Manfredi entr nella cella accompagnato dal maresciallo che l'aveva catturato. Sui volti di tutti era segnata la stanchezza delle lunghe ore trascorse in attesa di un segnale, di una prova.
Manfredi aveva tra le mani la carta d'identit.
Allora, signor Giovanni Grande, qual  il suo vero nome?.
Saro tremava per il freddo. Si sollev dalla branda. C' scritto sulla mia carta d'identit.
 falsa. Tu sei Saro, non  vero?, afferm il commissario.
Il corleonese croll sulla brandina.
 inutile continuare a fingere. Abbiamo le tue impronte digitali, concluse il commissario. Ma l'uomo non rispose.
Fu spedito all'ottavo braccio dell'Ucciardone, la fortezza prigione che i Borbone avevano fatto costruire al centro di Palermo.
Il giorno di Natale, invece che con la sua adorata Ninetta, lo trascorse da solo a osservare il soffitto della cella. Era in buona compagnia perch dopo l'esplosione di Ciaculli, parte dei boss erano riusciti a dileguarsi, ma molti altri erano stati catturati da polizia e carabinieri.
In quel Natale del '63 affollavano le celle dell'Ucciardone boss del calibro di Tano Badaloni, il capo mandamento di Cinisi; Masino Buscemi di porta Nuova; Paolino Bont del mandamento di Santa Maria del Ges; Pietro La Torre dell'Uditore.
La prigione nell'ora d'aria sembrava il Grand Hotel, con quei personaggi in vestaglie di seta, bocchini d'avorio, camicie di lino, capaci di pasteggiare a champagne. L'unico che sembrava sceso dalla campagna era proprio Saro, infagottato nella sua giacca di velluto, senza pretese n particolari esigenze, ma con dentro l'anima un desiderio di rivalsa, contro tutti quei damerini di citt.

16. E ora tocca al boss.

Corleone, Sicilia, 14 maggio 1964.

Gli sforzi dei carabinieri e della polizia, ora che Saro, il vice capo della banda dei corleonesi, era stato assicurato alla giustizia, si concentrarono sulla cattura del capo, Ninuzzu. I giornali lo avevano soprannominato La Primula Rossa di Corleone. Da anni gli davano la caccia, dall'omicidio del dottor Nazzaro, inutilmente.
Il tenente colonnello dei carabinieri Ignazio Millo riusc a estorcere una confessione a uno dei mafiosi arrestati dopo la strage di Ciaculli. Questi gli confid che Ninuzzu, a causa dell'accentuarsi del morbo di Pott, era entrato all'Albanese. Il colonnello con il reparto del Gruppo esterno di Palermo si rec alla clinica Albanese effettuando un perquisizione che per non diede esito positivo.
Nel frattempo, la voce che i carabinieri lo stavano braccando giunse alle orecchie di Ninuzzu, ricoverato in una struttura ospedaliera pubblica, l'Ospizio Marino che nel frattempo aveva preso il nome di Ospedale Enrico Albanese. L'equivoco dei nomi delle due strutture ospedaliere diede la possibilit al boss di sfuggire ancora una volta alla cattura dei carabinieri.
Malgrado i dolori, torn in via Orsini, a casa di Sabedda e di sua sorella Maria Grazia.
Il colonnello Ignazio Millo e i suoi uomini arrivarono all'ospedale quando ormai Ninuzzu se ne era gi andato via. Gli inquirenti poterono almeno interrogare il medico e l'infermiera che lo avevano assistito.
Anche il commissario Angelo Manfredi era sulle sue tracce.
Da alcuni confidenti aveva saputo che un falegname di Corleone lo aveva accolto a casa sua per qualche giorno.
Manfredi fece torchiare il falegname dai suoi e alla fine questi rivel la strada dove si trovava: via Orsini numero 6.
Quel numero corrispondeva all'abitazione di due sorelle: Maria Grazia e Sabedda. Quest'ultima era la fidanzata storica di Placido Rizzotto. Manfredi avrebbe dovuto sbalordirsi dell'unione tra Sabedda e l'assassino del suo uomo. Ma ormai, per l'esperienza maturata in tanti anni di investigazioni, le contraddizioni dell'animo umano non lo stupivano pi.
Una notte di maggio, polizia e carabinieri circondarono l'isolato. I carabinieri si schierarono sul ponte che attraversava il ruscello, bloccando eventuali vie di fuga, mentre Manfredi e la sua squadra si avvicinarono alla casa. La porta d'ingresso era su un ballatoio a cui si accedeva salendo alcuni gradini. Manfredi, con Tindaro e Biagio, i suoi due pi stretti collaboratori, osservarono le finestre della casa. Le persiane erano chiuse, ma dagli infissi trapelava la luce. C'era qualcuno all'interno. Il commissario aveva timore che Ninuzzu potesse usare le due donne come ostaggi.
Tindaro a un cenno del commissario sal i gradini esterni che portavano al ballatoio. Alle sue spalle c'erano Manfredi e Biagio. Buss alla porta, ma nessuno rispose. Allora con una spallata la spalanc. Si precipit all'interno con la pistola pronta a sparare, seguito dagli altri due che gli proteggevano le spalle. Manfredi vide una scala che portava al piano superiore. La sal, mentre Biagio e Tindaro fermavano la pi anziana delle due donne.
Al termine della scala Manfredi si trov davanti a tre porte. Una soltanto per era chiusa. Il commissario si avvicin a quella. Nel frattempo lo raggiunse anche Tindaro.
Aprirono cautamente la porta.
La stanza da letto era immersa nella penombra e un uomo era disteso sul matrimoniale. In piedi, al centro della stanza, c'era Sabedda. Era spaventata e stava per scoppiare in lacrime.
Manfredi si avvicin all'uomo che tent di tirarsi su a sedere. Ma era evidente che i movimenti lo facevano soffrire enormemente.
Tindaro accese la luce del lampadario e poterono cos vedere bene in faccia il ricercato.
Commissario, sono l'uomo che state cercando, disse facendo forza sul dolore alla spina dorsale.
Ninuzzu, ti dichiaro in arresto, disse il commissario, mentre Tindaro si avvicinava per mettergli le manette.
Avrei preferito che ad arrestarmi fossero stati i carabinieri, comment l'uomo.
Stai certo che non ti avrebbero trattato meglio di noi. Sai quanti ne avete ammazzati?
Io non ho mai ucciso nessuno, ribatt Ninuzzu.
Questo lo stabiliranno i giudici, concluse Manfredi. Quanto a te, Sabedda, non so con quale animo hai potuto aiutarlo, dopo quello che ti ha fatto.
La donna finalmente sbott a piangere. Non avevo scelta. Minacciava me e mia sorella. Che dovevo fare? Quello mi avrebbe ammazzato! Come ha fatto con Placido!.
Manfredi la guard con compassione. Non sei degna di nominare il suo nome. Lascialo riposare in pace Rizzotto.
La voce dell'arresto della primula rossa di Corleone si sparse in un baleno. Qualcuno avvis i fotografi che immortalarono il commissario Manfredi e il brigadiere Tindaro mentre lo aiutavano a scendere le scale dell'appartamento in cui si era nascosto per tutti quei mesi.
Fu cos che anche Ninuzzu conobbe i comfort del Gran Hotel Ucciardone, com'era stato ribattezzato il carcere dai boss mafiosi. Si favoleggiava di cene preparate dai migliori cuochi dei ristoranti di Palermo a base di champagne, caviale e aragoste. E qualche volta sembra che ci fosse scappata anche la visita privata di audaci spogliarelliste in grado di spengere i bollenti ardori dei padrini pi irrequieti.
I corleonesi per facevano vita a s. Erano pi riservati e non indulgevano in quelle parate nuziali, come le chiamava Saro.
Ninuzzu, con il favore di un compiacente medico legale aveva ottenuto il certificato per essere ricoverato nell'infermeria.
Nel piccolo ambulatorio, quattro, cinque letti in tutto, Ninuzzu incontr Saro. Fu una festa per entrambi. Non potevano pretendere una sistemazione migliore. S'abbracciarono come due vecchi reduci. Da nove mesi non si vedevano.
Non mi aspettavo di trovarti qui, gli disse Ninuzzu.
Ho un esaurimento nervoso e il medico del carcere mi ha prescritto un paio di ansiolitici al giorno, gli rispose serio Saro.
Aspettarono che la guardia carceraria che l'aveva accompagnato uscisse dall'ambulatorio, poi scoppiarono in una lunga risata.
A quel cornuto di dottore gli ho dovuto passare duecentomila lire, disse Saro tornando serio, altro che esaurimento nervoso!.

17. Il processo di Catanzaro.

Catanzaro, Calabria, 28 dicembre 1968.

In quegli anni di relativo benessere per l'Italia, le auto che saltavano in aria come mortali fuochi artificiali e gli omicidi che facevano somigliare Palermo alla Chicago degli anni Trenta, destarono non poco sconcerto nella popolazione e nei politici.
Tuttavia c'era ancora qualcuno che cercava di minimizzare l'evidenza, come ad esempio il cardinale di Palermo, che in quegli stessi giorni scriveva al segretario di Stato vaticano, sostenendo che la mafia era un'invenzione dei comunisti per colpire il partito della Democrazia Cristiana e il popolo siciliano che la votava. Il cardinale evidentemente considerava i mafiosi delle pacifiche pecorelle se, molto incautamente, un giorno aveva accolto l'invito di Paolo Russo, conosciuto dal popolo mafioso come u tenente, che era poi il padre di Michele il papa e di Salvatore il senatore, per benedire la sua cappella privata di Croceverde-Giardini e andare poi allegramente a pranzo con tutto il gotha della cosca locale.
In questa schizofrenia sociale, dove da una parte si eseguivano sentenze capitali emanate dal tribunale delle ombre e dall'altra la gerarchia cattolica benediceva i boia, finalmente, tra mille difficolt procedurali, il processo per colpire i responsabili della carneficina di Ciaculli, fu istruito. C'erano voluti pi di due anni e tre istruzioni che la Corte Costituzionale decise di riunire in un unico processo.
Il procedimento, per legittima suspicione, fu deciso di celebrarlo non a Palermo, bens alla Corte d'assise di Catanzaro.
Gli imputati che sfilarono alla sbarra furono 113, anche se il processo  ricordato come il processo dei 114.
Il 28 dicembre i giudici, tra l'imbarazzo generale, pronunciarono la sentenza. Ancora una volta si grid allo scandalo per le numerose assoluzioni. Soltanto alcuni boss subirono pene pesanti. Pietro La Torre, il boss dell'Uditore, fu condannato a 27 anni di carcere. Angelo Labruna a 22 anni e sei mesi. Tommaso Buscemi e Salvatore Russo, detto cischiteddu, furono processati in contumacia e condannati a 10 anni di carcere. Quarantaquattro mafiosi furono assolti per insufficienza di prove. Gerlando Alberto, Gaetano Badaloni e Ninuzzu vennero assolti anche dall'accusa di associazione a delinquere.
In poche settimane l'Ucciardone si svuot e a Palermo tornarono a circolare, spavaldi pi che mai, capi mafia del calibro di Paolo Bont, Vincenzo e Filippo Rizzo, Pippo Cal e Michele Cavaterra.
In prigione rimasero i mafiosi che avevano altri carichi pendenti e tra questi c'era Saro.
Il corleonese era un detenuto modello. Si faceva i fatti suoi, non s'intrometteva nelle beghe degli altri gruppi mafiosi, cercava di restare fuori dalle complesse alleanze che inevitabilmente s'intrecciano in una comunit chiusa com' quella di un carcere.
Questo suo distacco fu notato e qualcuno del clan dei Cavaterra lo consider come un'offesa.
Per un curioso meccanismo, sviluppato in psicologie deformate da una visione delle vicende del mondo del tutto particolare, l'isolamento di Saro venne interpretato come l'orgoglio di un boss che non si degnava di concedere il proprio tempo e la propria attenzione non soltanto alla bassa manovalanza, ma persino ai capi mandamento. Il silenzio veniva scambiato per saggezza, la solitudine strumento di equilibrio.
Con il passare delle settimane e dei mesi la sua figura fu esaltata dal racconto delle gesta che altri favoleggiavano su di lui. Era considerato come il vero artefice dei cinque anni di guerra all'ultimo dei padrini della mafia arcaica, Michele Nazzaro. Dai bene informati veniva disegnato come un contadino dotato di una ferocia innata inarrivabile e la mente capace di raffinate strategie.
Nell'ora d'aria veniva ossequiato dai soldati della mafia e questi osavano avvicinarsi a lui soltanto se Saro l'invitava con un cenno.
Un giorno nella sua cella gli misero un compagno. Era pi giovane di lui di una decina d'anni.
Come ti chiami?, gli domand quando si fu sistemato sulla branda a castello.
Gaspare Musolino. Ho ventotto anni, rispose intimorito. Sapeva bene chi era il suo coinquilino. Era stato messo l dal direttore proprio per l'autorevolezza di Saro. Infatti, poich Musolino era un detenuto ribelle, gli aveva detto che con quel corleonese i bollenti spiriti gli si sarebbero sbolliti.
Sai come mi chiamo io?, domand Saro.
Tutti sanno chi , rispose con rispetto. Mi hanno messo qui con lei perch, il direttore ha detto,  l'unico che potr farmi rigare dritto.
Saro sorrise e gli diede due buffetti sulla guancia. Bravo. I ribelli mi piacciono. Per non devi fare camurria in mia presenza. E puoi chiamarmi come tutti, Saro.
Gaspare era un abile giocatore di dama e Saro chiese d'insegnargli i trucchi del gioco. Cosa che Gaspare fece con grande piacere, orgoglioso di poter insegnare qualcosa al boss.
Nel corso delle partite si lasciavano andare ai ricordi. Gaspare gli raccont che era dentro per qualche rapina e furtarelli senza alcuna pretesa. Sono affiliato con la cosca di Partanna-Mondello, gli confid un giorno.
Sei ancora sotto osservazione?, domand Saro.
Gi. Ma hanno detto che quando uscir verr punzuto. Il commissario mi aveva promesso la libert condizionata, se gli avessi rivelato i miei compari nell'ultima rapina. Ma non ho parlato.
Bravo Gaspare. Ma devi stare attento perch io ti vedo spesso con le guardie. Con loro non ci devi chiacchierare, non ti ci devi neppure avvicinare. Se hai bisogno di qualcosa lo dici a me. Altrimenti qui non ti ci voglio, te ne devi andare.
Parlo con loro per avere notizie di mia moglie, si scus Musolino.
Notizie di tua moglie te le diamo noi. Non le guardie, ci siamo capiti?.
Nei primi giorni di gennaio l'Ucciardone fu turbato da una notizia che gett nel panico i mafiosi che erano in attesa di giudizio. L'illazione che qualcuno, all'interno dei clan, stava confidandosi con la polizia, era diventata pi che una semplice voce incontrollata. Una spia dall'interno, a parte creare un pericoloso precedente, stava a significare la perdita dell'affidabilit da parte di ogni iniziato. Cosa Nostra si reggeva grazie all'omert dei membri e dei simpatizzanti. Se crollava quella certezza, l'intera struttura si sarebbe sgretolata come un castello di carte.
 necessario identificare velocemente il cornuto, sentenzi Tano Badaloni.
Qualche giorno dopo arriv all'Ucciardone un nuovo medico. Si chiamava Franco Barbieri ed era un otorinolaringoiatra con uno studio ben frequentato a Palermo.
I suoi primi provvedimenti furono quelli di ricoverare in infermeria alcuni dei boss presenti nella prigione. Fu cos che Saro, da un momento all'altro si ritrov affetto da depressione suicida e fu consigliato di tenerlo sotto osservazione nell'astanteria del carcere, un salone con cinque o sei lettini per la degenza.
Entrando nella camerata, Saro vide che due dei letti erano gi occupati da Pietro La Torre e da un certo Giancarlo Lagan.
Anche voi siete depressi e volete suicidarvi?, domand ironicamente Saro raggiungendo il suo letto.
I due sorrisero alla battuta. Io sto uscendo di testa, disse Pietro La Torre, e lui si sente Napoleone. I tre sogghignarono.
Quel dottore  specializzato in orecchio, naso e gola. Ma fa anche il medico dei pazzi. Un genio, comment Saro.
Il dottor Barbieri  un infiltrato.  stato messo qui da Tano Badaloni, disse La Torre tornando serio. A quanto pare c' un cantante che sta facendo il cornuto con il giudice Tamburini.
Nessuno l'ha visto?, domand Saro.
Badaloni ha infiltrato il dottore per scoprirlo, aggiunse La Torre.
E si trova qui dentro?, chiese Saro.
Si  uno di noi. Non  mai successo che uno all'interno di una famiglia abbia svelato i segreti di Cosa Nostra a uno sbirro, disse acido La Torre.
 un grave precedente. I tempi cambiano, sospir Giancarlo Lagan che finalmente fece sentire la sua voce.
Gli uomini d'onore non sono pi quelli di una volta, comment Saro sorridendo beffardo.
Non dovrebbe essere difficile identificarlo, riflett La Torre accendendosi un sigaro. Basta controllare chi viene chiamato in parlatorio e invece entra nell'ufficio del direttore.
Non  cos semplice perch da un po' di tempo ci caricano dodici per volta e ci portano fuori di qui, in tribunale. E non siamo mai gli stessi, disse Lagan, che dalla deferenza che aveva per La Torre sembrava un suo tirapiedi.
Come fai a sapere chi  entrato dal giudice Tamburini per raccontargli i fatti nostri?, chiese Saro.
Dobbiamo fermare questo cornuto. Potrebbe destabilizzare tutta l'organizzazione, disse allarmato Lagan.
Dobbiamo sperare che il dottor Barbieri colga qualche nome negli uffici del direttore. Poi ci penseremo noi a chiudergli per sempre la bocca a quel bastardo. Gli faccio mangiare la lingua, parola mia, minacci Pietro La Torre.
Se comincia a parlare, durante l'istruzione dei processi, siamo fottuti, riflett il tirapiedi. Non ci faranno uscire pi dalla galera, tutti quanti siamo.
Tranquillo Lagan, fece con tono rassicurante Saro. Chiunque sia, abbiamo sempre la possibilit di farlo passare per uno squilibrato. Abbiamo decine di dottori pronti a firmare un certificato retrodatato che possa testimoniare la sua pazzia. Lo faremo rinchiudere in manicomio e poi penseremo a farlo suicidare. Io non mi preoccuperei pi di tanto, concluse Saro, allungandosi sul letto per riposare.
Ma quella notte Saro non chiuse occhio. Sapeva che Pietro La Torre aveva stretto alleanza con Cavaterra, secondo il racconto di Girolamo Cagnazzo che era sfuggito al suo agguato di qualche mese prima. La notizia gli era stata riportata da uno degli scopini dell'Ucciardone.
Ma quello che tormentava di pi Saro era il fatto che Badaloni, infiltrando il dottore all'Ucciardone, aveva fatto in modo che anche La Torre, con quel suo tirapiedi, fossero trasferiti all'astanteria. Badaloni aveva sempre mostrato una certa simpatia nei confronti dei corleonesi. Perch dunque lo aveva stretto in quella trappola?
Era un periodo in cui era difficile comprendere gli schieramenti. Le alleanze di oggi, gi ventiquattr'ore dopo potevano saltare. C'erano sospetti ed equivoci che potevano scatenare vendette tra una famiglia e l'altra.
Saro non si fidava di Pietro La Torre. Spalleggiava quel cornuto di Cavaterra che ormai tutti chiamavano il Cobra per la ferocia e la doppiezza delle sue azioni.
Si era convinto che non era un caso che si trovava l, con quei due. Lagan era conosciuto come un pericoloso killer. Se quei due damerini pensavano di sorprenderlo, si sbagliavano di grosso. I corleonesi erano abituati a trascorrere le notti all'addiaccio, sotto la pioggia e il nevischio, a piedi nudi, con l'unico riparo di un mantello e nello stomaco un morso di cacio e un pezzo di pane. I cardi e le carrube erano i loro dolci.
Ricordava la sua prima notte sulle Rocche. Aveva sette anni e la responsabilit di un gregge di capre. Guai a perderne soltanto una. Erano cinghiate. A distanza di tanti anni sentiva ancora nelle vene la paura scorrergli dentro quando c'era la luna piena e la campagna era illuminata da ombre spettrali e il vento faceva muovere le fronde degli alberi che sembravano animarsi come tanti orchi mannari. Quanti pianti quei primi giorni e l'attesa spasmodica dell'alba, quando suo padre arrivava a portargli un po' di pane per la colazione.
Rincorreva quei pensieri e attendeva l'alba con la stessa ansia di quando era bambino.
Il suo istinto non l'aveva tradito, infatti anche gli altri due erano vigili e in attesa del momento propizio per entrare in azione. Il sicario era Giancarlo Lagan, un figuro segaligno, con il viso spigoloso e gli occhi infossati. Sotto le coperte stringeva tra le mani un coltello da cucina che uno dei cuochi gli aveva fatto pervenire nell'infermeria attraverso un inserviente. A cose fatte, il piano era di metterlo nelle mani di Saro e testimoniare che il corleonese aveva tentato di uccidere Lagan per antichi dissapori, ma che Lagan si era difeso riuscendo ad accoltellarlo.
Il sicario aveva gli occhi aperti e di tanto in tanto sbirciava il suo boss, aspettando da lui un segno per entrare in azione.
Erano in attesa che Saro si addormentasse. Il passaggio dalla veglia al sonno glielo avrebbe rivelato il ritmo regolare del suo respiro. Conoscevano la fama del corleonese, sapevano che era un osso duro e che da sveglio non sarebbero riusciti a sopraffarlo. Era basso, ma aveva la forza di un toro. Si diceva che avesse strangolato a mani nude pi di un cristiano.
Lo sentivano rigirarsi nel letto inquieto. Poi a notte fonda Saro si alz per andare al bagno. Accese la luce dello stanzino, fece i suoi bisogni, poi spense la luce e Lagan ud lo scarico dello sciacquone. Contemporaneamente si spense la luce del bagno. Trascorse qualche minuto, poi la porta si apr e Saro ritorn nella camerata. Camminava lentamente, attento a non sbattere contro gli ostacoli. Raggiunse il letto e s'infil sotto le coperte. Si gir sul fianco sinistro, cos da mantenere il controllo sugli altri due.
Lagan e La Torre nell'oscurit si lanciarono un'occhiata spazientita. Anche loro si rigiravano nervosi tra le coperte, in attesa che il sonno avvolgesse Saro.
Un'ora dopo, nel silenzio assoluto della camerata, il respiro regolare del corleonese fece capire loro che si era finalmente addormentato.
Pietro La Torre volt lentamente lo sguardo. Vide che anche Giancarlo Lagan si era addormentato. Allung la mano e gli tocc il braccio per svegliarlo.
Il killer era nel dormiveglia e apr subito gli occhi. Sent il ritmo cadenzato del respiro di Saro.
Il corleonese era finalmente crollato. Il momento era propizio. Lagan scost le coperte e scopr la mano che impugnava il lungo coltello da macellaio. Poi poggi i piedi nudi a terra e si alz dal letto, brandendo il coltellaccio che, colpito da un raggio della luna brill sinistramente nel buio.
Si avvicin lentamente al letto del corleonese, attento a non fare il minimo rumore. Strinse forte il coltello, pronto a vibrare il colpo mortale.
Alle sue spalle La Torre aveva sollevato la testa dal cuscino per non perdersi la scena.
Saro, profondamente addormentato, non sapeva che la sua ultima ora stava per scoccare...

LIBRO 2.

Alla conquista di Cosa Nostra.

1. In attesa di giudizio.

Carcere dell'Ucciardone, Palermo, gennaio 1969.

Non si respirava aria buona all'Ucciardone in quel freddo inverno del 1969. Da qualche mese si era diffusa la voce che un canarino aveva deciso di farsi una cinguettata con il giudice Tamburini.
La notizia, per i mafiosi in attesa di giudizio, fu devastante perch se il curnutu, come ormai tutti i mafiosi avevano ribattezzato l'anonimo pentito, si metteva a raccontare fatti e misfatti delle cosche, il procuratore avrebbe avuto la possibilit di raccogliere prove in grado di inchiodarli in croce per molti decenni.
Non si respirava aria buona all'Ucciardone anche a causa dei rapporti tesi tra alcune cosche mafiose.
La violenta guerra che aveva insanguinato Palermo e che si pensava fosse stata scatenata dalla famiglia Labruna, contro i Russo, per alcuni chili di droga misteriosamente scomparsi, in realt era stata provocata in modo subdolo da Michele Cavaterra, capo mandamento dell'Acquasanta. Il suo obiettivo era quello di sostituirsi alla cosca perdente, nel lucroso affare degli stupefacenti. Il soprannome di Cobra gli calzava a pennello perch Cavaterra era maestro nel provocare attentati e omicidi, facendo in modo che la colpa ricadesse su famiglie innocenti.
Saro, che si trovava nel carcere in attesa di giudizio per alcuni reati commessi a Corleone, era stato preso di mira dal boss dell'Acquasanta, soltanto perch era sotto la protezione dei fratelli Labruna, suoi acerrimi nemici.
Cavaterra andava a dire in giro che prima o poi Saro avrebbe fatto la fine del cappone a Pasqua. E con quelle chiacchiere che circolavano nell'ora d'aria, Saro non viveva giorni tranquilli all'Ucciardone.
In quello stesso periodo, si trovava in carcere anche Pietro La Torre, capo mandamento dell'Uditore, grande alleato di Michele Cavaterra.
Saro un bel giorno si ritrov nell'infermeria del carcere con La Torre e un certo Giancarlo Lagan, un killer al soldo della famiglia di Michele Cavaterra. Nessuno di loro era affetto da alcuna malattia. Dietro quel ricovero c'erano i buoni uffici del medico mandamentale, un tale dottor Franco Barbieri. Il dottore era stato inviato l da Tano Badaloni per tentare di scoprire il nome del traditore che stava raccontando i segreti di Cosa Nostra al giudice Tamburini.
Non a caso l'Ucciardone era stato soprannominato dai mafiosi Il Grand Hotel. Si poteva far entrare di tutto e per i boss di riguardo era assicurato un soggiorno pi confortevole nei saloni dell'astanteria.
Ma l'incontro con La Torre non aveva reso felice Saro. Anzi, la presenza del killer personale di Cavaterra era la dimostrazione che per lui si stava preparando qualche sorpresa poco piacevole.
Quella stessa notte infatti La Torre e Lagan aspettarono con pazienza che si addormentasse. Il loro piano era quello di ucciderlo nel sonno.
La Torre avrebbe raccontato che Saro aveva tentato di ammazzare con un coltello Giancarlo Lagan per antichi dissapori. Ma era riuscito soltanto a ferirlo e Lagan, dopo avergli tolto il coltello dalle mani, lo aveva pugnalato a sua volta. Il killer doveva farsi ferire a un braccio cos da rendere credibile l'aggressione e poter sostenere la versione del tentato omicidio da parte del corleonese.
La Torre e Lagan sapevano quanto Saro fosse pericoloso e aspettarono che crollasse addormentato. Sentivano che smaniava e si rigirava nel letto, senza prender sonno.
Poi il corleonese si alz per andare al bagno. Accese la luce dello stanzino, orin nel bugliolo, azion lo sciacquone e spense la luce. Trascorsero alcuni minuti. Ai due che lo aspettavano nei loro letti parvero un'eternit. Lo sentirono tossire.
Saro rientr nella camerata, immersa nella penombra. Procedeva lentamente a tentoni, per non sbattere contro eventuali ostacoli. Gir intorno al suo letto e finalmente s'infil tra le coperte.
Lagan, tentando di perforare con lo sguardo il buio, lo vide sdraiarsi.
Saro sembrava aver trovato pace. Dopo un'ora il respiro divent regolare. Si era finalmente addormentato. La Torre si volt lentamente verso il letto di Lagan e nella penombra percep che anche lui si era addormentato. Gli tocc delicatamente un braccio e il sicario apr gli occhi. Era in uno stato di dormiveglia e riprese immediatamente il controllo della situazione. Tese l'orecchio e avvert il ritmo regolare e il respiro pesante di chi  addormentato.
Scost con la lentezza di un bradipo le coperte e scese dal letto a piedi nudi. Con la destra impugnava il lungo e massiccio coltello da macellaio. Poggi i piedi a terra e lentamente si diresse verso il letto del corleonese. Camminava in punta di piedi per evitare qualsiasi sonorit con le mattonelle sconnesse del pavimento. Strinse l'impugnatura con forza e sollev il coltello, pronto a colpire.
Saro dormiva dandogli le spalle. Il killer era ormai a un metro dal suo letto. Fece un altro passo, ma un frammento di vetro gli penetr la pianta del piede. Poggi l'altro a terra per equilibrarsi, ma altre schegge vetrose gli si ficcarono tra le dita e il tallone penetrando nella pelle come spilli. Questa volta non riusc a trattenere un gemito. Ma Saro si era allertato gi dal primo rumore. Sgusci dal letto proiettandosi con violenza contro l'aggressore.
Coricandosi aveva preso la precauzione di non togliersi le scarpe. Con un calcio gli colp la mano che impugnava il coltello, facendoglielo volare lontano, poi con la fronte gli spar una testata sulla bocca con tutte le forze, facendogli saltare i due incisivi superiori. Un fiotto di sangue inond il volto di Lagan che non s'aspettava una reazione cos improvvisa e violenta.
Saro per non aveva smaltito la sua furia e lo colp ripetutamente al volto a pugni nudi, finch l'uomo non scivol a terra, ferendosi con i numerosi frammenti di vetro sparsi per terra. Erano i resti della lampadina del bagno che il corleonese aveva infranto e poi sparpagliato intorno alla sua branda.
La Torre, vista la mala parata, si era precipitato a raccogliere il coltellaccio. Saro si gir verso di lui, afferrando un cuscino per usarlo come scudo. Nella penombra La Torre pot vedere i suoi occhi che sfavillavano come braci ardenti. Cap che se Saro lo prendeva, sarebbe stata la sua fine.
Calmati! Io non c'entro niente con quello stronzo, gli grid, agitando il coltello.
Noi di Corleone, siamo villani, ci chiamate cos, vero?... Ma non siamo coglioni, gli sibil Saro con tutto il suo odio. La Torre, comincia a raccomandare l'anima a Dio.
S'accese la luce della camerata. Il rumore della colluttazione aveva messo in allarme l'infermiere e le guardie del piano. Quando i due agenti videro La Torre che impugnava il coltello, lo immobilizzarono e gli infilarono le manette.
Poi i lamenti dell'altro ricoverato, rovesciato bocconi sul pavimento, attirarono la loro attenzione.
Saro lo indic: Ha tentato di ammazzarmi. Poi si rivolse a La Torre.  vero?, gli chiese per non essere smentito.
Pietro La Torre, percep la minaccia, insita nella domanda, e fece un cenno di assenso. Quindi fu portato fuori.
Giancarlo Lagan fu ammanettato al letto. L'infermiere gli iniett un calmante e cominci a medicargli le ferite.

2. Il canto dell'usignolo.

La cattura di Ninuzzu, ormai definito dai giornalisti la Primula rossa di Corleone, e dell'altro latitante, Saro, detto Manuzza, per le sue mani piccole, ma forti come quelle di una benna, avevano fatto guadagnare al commissario Angelo Manfredi una promozione a vicequestore e il conseguente trasferimento dalla questura di Corleone a quella di Palermo.
Alla finestra del suo ufficio, al secondo piano del palazzo della Questura centrale in piazza della Vittoria, si stava godendo la vista del giardino di palme e platani che abbelliva la piazza, una delle pi belle della citt.
Gli avevano comunicato che la tradotta era gi partita dall'Ucciardone con il detenuto e che sarebbe arrivata da l a poco.
Manfredi si lisci la barba e i baffi. Era in attesa del furgone che trasportava Luciano Deriu, un corleonese accusato di estorsione e di associazione a delinquere aggravata. Deriu aveva almeno quattro omicidi sulla coscienza e a quanto pare sembrava disposto a rilasciare dichiarazioni spontanee.
Era lui l'usignolo a cui la mafia stava dando la caccia. Era importante mantenere il pi stretto riserbo sulla sua identit. In Questura c'erano sicuramente talpe al soldo della mafia, per questo il giudice Cesare Tamburini, aveva preferito interrogarlo in un sotterraneo del Tribunale, lontano da orecchie indiscrete.
Vide in lontananza il furgone arrivare da Corso Vittorio Emanuele. Si fece trovare in strada e sal sul retro, dove su uno dei due sedili contrapposti si trovava una guardia carceraria. L'agente salut il superiore e il commissario si sedette di fronte a lui.
Manfredi, con il suo metro e novanta, era costretto a tenere la testa piegata per non toccare il tetto del furgone. Lanci un'occhiata al di l della porta con le sbarre che divideva l'interno del furgone in due zone.
Buongiorno, Deriu, lo salut il vicequestore. Sei pronto per la dichiarazione?
Non ho chiuso occhio questa notte, commissario, rispose il detenuto. Era un uomo alto, magro, sui cinquant'anni, con le guance scavate e un principio di calvizie.
Tranquillo. Hai fatto la scelta giusta. Il giudice ne terr conto, concluse il commissario adagiandosi sullo schienale.
Dal garage del tribunale, Deriu fu condotto direttamente in una delle sale sotterranee adibite agli interrogatori.
La stanza era disadorna. Dal soffitto pendeva una lampada schermata da un paralume di ferro e al centro si trovava un tavolino con due sedie ai lati. Il commissario Manfredi fece cenno a Deriu di sedersi su una delle sedie e fece uscire la guardia carceraria. Gli offr una sigaretta, ma poi lasci l'intero pacchetto tra le sue mani. L'uomo per glielo restitu.
 meglio di no. Quando torno in cella non vorrei che i miei compagni possano pensare di aver avuto un regalo da uno sbirro.
Il giudice Tamburini entr poco dopo, portava una vecchia borsa di pelle. Manfredi gli and incontro e gli strinse la mano.
Il magistrato era un uomo di corporatura robusta, portava perennemente gli occhiali, appesi sulla punta del naso e ad appena 48 anni era quasi calvo, salvo un'ombra di peluria sulle tempie. Da anni si dedicava alla caccia dei mafiosi della provincia di Palermo e negli ultimi tempi aveva intuito che l'ascesa dei corleonesi, avrebbe rappresentato un grave motivo di conflitto tra le comunit mafiose.
Il pentimento di Luciano Deriu poteva rappresentare una svolta nella ricerca dei responsabili degli omicidi avvenuti a Palermo e provincia negli ultimi anni.
Il magistrato si sedette e poggi la borsa sul tavolo. L'apr e ne estrasse un grande bloc-notes.
Alz lo sguardo e squadr il detenuto.
L'uomo, malgrado il freddo, sudava. Di tanto in tanto asciugava il sudore sulla fronte con un grande fazzoletto a quadri. Poi sfregava le mani sui pantaloni, per nascondere il nervosismo che gli serrava la bocca dello stomaco.
Deriu, vuoi un caff?, domand il magistrato.
Magari, signor giudice.
Tamburini si volt verso Manfredi aprendo le dita a V. Il vicequestore si affacci alla porta e ordin al piantone di portare due caff.
Allora Deriu. Di cosa vogliamo parlare?, chiese Tamburini.
L'uomo si tormentava le mani, asciugava il naso con la manica del giubbotto, tirava lunghe boccate dalla sigaretta che poi lasciava in equilibrio sul bordo del tavolino, era come se si fosse reso conto soltanto in quel momento di ci che stava per fare. Sapeva che, una volta superato quel confine non sarebbe pi potuto tornare indietro. Stava diventando un infame traditore. La cosca poteva rifarsi su sua moglie Biagia. Ormai era un appestato, nessun mafioso avrebbe pi voluto avvicinarlo, se non per fargli la pelle.
Il commissario Manfredi comprendeva il suo senso di colpa e gli si avvicin mettendogli una mano sulla spalla per infondergli coraggio.
Luciano, posso capire come ti senti. Ma stai facendo la cosa giusta, per tua moglie e per il futuro dei tuoi figli. Domani ti saranno riconoscenti per il coraggio che hai avuto. Se il signor giudice reputer che il tuo pentimento  sincero, vedrai che poi ti aiuter a trovare una sistemazione lontano dalla Sicilia.
Luciano Deriu si aggrapp a quelle parole con la speranza della disperazione. Davvero mi aiuterete a rifarmi una vita?.
Il giudice intervenne: Ti do la mia parola. Per dipende da te. Se mi dici fatti che mi potranno aiutare a inchiodare in un tribunale gli assassini che sono ancora a piede libero.
Deriu sembr liberarsi dagli ultimi scrupoli. L'intervento di Manfredi era stato provvidenziale.
Anch'io ho delitti che mi pesano sull'anima come macigni.  stata Biagia, mia moglie a farmi venire questi scrupoli. Lei  molto religiosa e quando una notte le ho raccontato cosa avevo fatto, prima voleva lasciarmi, poi per dopo un po' ha deciso di salvarmi l'anima.
E allora coraggio, lo sollecit Tamburini. Salviamoci quest'anima.
Sono in grado di testimoniare per molti delitti compiuti dai corleonesi. Signor giudice, lei ricorda l'omicidio di Paolino u trunzu, il commerciante di bestiame?
Girava voce che il responsabile della sua morte fosse Saro Manuzza, solo che non abbiamo avuto mai prove per incastrarlo, intervenne il commissario Manfredi che all'epoca dei fatti, i primi anni Sessanta, si trovava proprio alla questura di Corleone.
Doveva interrogare la moglie. Lei forse le avrebbe saputo dire cosa era accaduto veramente, gli rispose Deriu. Io mi trovavo alla fiera del bestiame di Bisacquino. Vidi Paolino, e c'era pure Saro. Cosa ci facesse l, visto che era latitante, non l'ho mai capito. O meglio, mi  stato chiaro quando il giorno dopo la fiera Paolino  stato trovato assassinato nel bosco. L'omicidio del mercante era legato a certi patti che non aveva mantenuto con la banda di Ninuzzu. Ma altre volte gli omicidi avvenivano con una leggerezza sconcertante. Come quello della guardia giurata che doveva sorvegliare il deposito di legname poco fuori Corleone. Saro, Ninuzzu, Piddu e Calogero, scendendo al paese dovevano passare sempre l davanti. Quel poveraccio li aveva visti pi di una volta, ma aveva sempre tenuto la bocca cucita. Ninuzzu e Saro erano ricercati e loro, per non rischiare di essere denunciati, decisero di farlo sparire.
Luciano Deriu entr nei particolari di altri omicidi commessi dai corleonesi. Raccont anche dei morti ammazzati dalla lupara bianca. Quelli di cui non erano mai stati trovati i corpi.
Senza corpo non c' reato e l'autorit giudiziaria non pu aprire alcun fascicolo procedurale, disse Deriu. Spesso neppure i familiari denunciavano la loro scomparsa, per timore di ritorsioni. Le loro donne si limitavano a vestire a lutto per un anno intero.
Dalla narrazione minuziosa dei fatti sembrava che Deriu raccontasse situazioni di cui aveva avuto conoscenza diretta. I riscontri di alcune circostanze avvalorarono con certezza le sue testimonianze. Dopo quattro giorni di deposizioni, Tamburini aveva sufficienti prove per incastrare la banda di Ninuzzu e Saro.
Come ulteriore riprova, decise di interrogare anche Saro. Si rec personalmente nel carcere dell'Ucciardone, facendosi accompagnare dal vicequestore Angelo Manfredi.
Appena il corleonese entr nella saletta degli interrogatori e cap che a chiamarlo erano stati il giudice Tamburini e il commissario Manfredi, due tra i suoi pi accaniti persecutori, volle immediatamente tornare in cella.
Signor giudice, io non voglio parlare con lei, disse senza esitazione.  evidente che lei mi ha preso di mira. Io sono innocente di tutto quello che mi accusa. Non ho mai fatto niente di male a nessuno.
Datti una calmata, intervenne Manfredi. Questa volta non ti salverai. Un testimone ha parlato.  un corleonese e ci ha descritto per filo e per segno tutti i tuoi omicidi e quelli dei tuoi compari.
La rivelazione questa volta lo scosse profondamente. Ma Saro seppe assorbire bene il colpo. Maled in cuor suo l'infame traditore e giur che gliel'avrebbe fatta pagare a lui e a tutta la sua famiglia.  chiaro che  un tranello. Non potete aver saputo niente perch niente commisi. E comunque non voglio parlare con voi. Non firmer nessuna carta. Signor giudice Tamburini, con lei parler soltanto davanti al presidente del tribunale.
Si avvicin alla porta di ferro e la prese a pugni e a calci, sfogando cos la sua rabbia. Finalmente la guardia carceraria l'apr e lo ricondusse in cella.

3. La legge non vive nei tribunali.

Tribunale di Bari, 10 giugno 1969.

Il giudice Cesare Tamburini aveva trascorso gli ultimi sei mesi a mettere a punto l'istruttoria contro il clan dei corleonesi. Aveva riscontrato punto per punto la confessione fiume di Luciano Deriu e aveva mandato a giudizio sessantaquattro imputati. Quelli che erano considerati i capi della cosca, i mandanti e gli esecutori degli omicidi, dei furti, delle estorsioni, delle macellazioni clandestine e infine del contrabbando. Furono denunciati anche Ninuzzu, Saro, Piddu e Calogero.
Il processo fu celebrato, per legittima suspicione, a Bari, per timore che a Palermo la giuria e gli stessi giudici potessero subire pressioni psicologiche.
Alla sbarra erano presenti per soltanto una trentina di imputati. Gli altri erano latitanti. Tra gli assenti c'erano Piddu u Tignusu e Calogero che erano sfuggiti al fermo giudiziario.
Il pubblico ministero annunci che avrebbe presentato prove concrete dei numerosi omicidi perpetrati dagli imputati e a suggellare le accuse avrebbe chiamato alla sbarra un supertestimone, un criminale che aveva condiviso fino a qualche tempo prima la vita di malaffare dei suoi compagni e che poi una conversione religiosa l'aveva spinto a ripudiare quell'esistenza dannata e a rientrare nella legalit. Il pentito avrebbe raccontato minuziosamente i misfatti dei suoi ex compari.
Nella storia giudiziaria, concluse la dichiarazione predibattimentale il pubblico ministero, non era mai accaduto che qualcuno all'interno della mafia avesse abiurato al giuramento di fedelt. Vorrei che voi, magistrati e giuria popolare, consideraste con attenzione e riconoscenza, l'atto di coraggio del nostro teste che ha messo a repentaglio la sua vita e quella dei suoi familiari per rompere questo cerchio dannato che chiamiamo Mafia!
Il processo si trascin per quarantasette udienze. Era un dibattimento difficile, pieno di trabocchetti e tensioni. Fu persino scoperto il furto della pistola da un cassetto della pubblica accusa. Si temevano ritorsioni e minacce. Per questo l'aula del processo era letteralmente assediata da poliziotti e carabinieri.
Quando il pubblico ministero ebbe completato le requisitorie contro i singoli imputati, chiam infine a deporre il suo supertestimone.
Chiamo sul banco dei testimoni il signor Luciano Deriu.
Dalla gabbia degli accusati s'alz un mormorio di riprovazione. Il nome dell'infame traditore era trapelato gi da qualche giorno.
Il pentito, in una saletta riservata del tribunale aveva il conforto della moglie, Biagia. La donna non lo aveva lasciato mai solo perch temeva un suo ripensamento.
Sei stato coraggioso fino a ora, gli diceva stringendolo a s. Non puoi tirarti indietro proprio adesso. Ci voleva il coraggio di un corleonese per fare quello che hai fatto tu. Devi esserne orgoglioso. Noi siamo gente per bene e a causa di quei malacarne il mondo ci odia. Crede che siamo tutti come loro. Invece tu stai dimostrando che esistono anche corleonesi onesti. Coraggio Luciano.
Deriu era turbato, sbuffava, si asciugava il sudore dalla fronte. Devo entrare in quell'aula dove sono schierati tutti i miei compagni che io ho tradito. Le mie accuse saranno la loro condanna. Qualcuno non uscir pi dal carcere per tutta la vita.  una responsabilit pi grande di me.
Devi farcela, Luciano.  il tuo riscatto, lo confort Biagia. Non si risorge senza sofferenza. Questa  la tua croce e dovrai portarla fino alla fine.
Il cancelliere interruppe il loro dialogo e chiam: Luciano Deriu, tocca a te.
Deriu entr nella sala del tribunale. Per raggiungere la sedia dei testimoni, sotto la cattedra dei giudici, dovette sfilare davanti alla gabbia dov'erano assiepati i suoi antichi compagni di malefatte. Con passo incerto si diresse verso il suo posto.
I mafiosi non gli risparmiarono le battute pi velenose e oscene dirette a lui, alla moglie e alla madre che l'aveva partorito. Il presidente della corte batt violentemente il martelletto sul tavolo, finch non ottenne il silenzio.
Luciano Deriu resistette alle provocazioni e finalmente si sedette.
Il presidente, dopo avergli chiesto le generalit lo interrog e Deriu per tutta la giornata descrisse minuziosamente le attivit della banda dei corleonesi: gli omicidi, le estorsioni, i furti e persino le modalit della macellazione clandestina. L'esposizione era dettagliata, i fatti narrati credibili e le coincidenze temporali, con gli spostamenti degli imputati, ineccepibili.
Saro e Ninuzzo erano preoccupati perch le parole e i fatti descritti da Deriu erano precisi e ben argomentati.
Nei giorni successivi la difesa tent con ogni mezzo di demolire la figura morale e psicologica del pentito, riuscendoci alla perfezione. Gli avvocati della difesa, scavando nella storia personale di Luciano Deriu, portarono in tribunale medici e infermieri di ospedali e manicomi che testimoniarono che il soggetto era preda di frequenti crisi epilettiche. Un dottore esib un vecchio certificato dove la diagnosi indicava il Deriu come soggetto depresso, colpito da frequente sintomatologia ossessiva con stato tossico confusionale. In definitiva il superteste dell'accusa non era altro che un malato mentale.
Ma la stoccata finale arriv quando dalla difesa fu chiamato a deporre un certo Giovanni, noto omosessuale di Corleone che esibiva la sua diversit con una disinvolta spavalderia, tanto che i paesani lo chiamavano Giovannina.
L'uomo fu portato dalla difesa come ultimo testimone, con l'intenzione di scardinare quel poco di credibilit, che ancora era rimasta di Luciano Deriu.
Lei conosce il signor Luciano Deriu?, gli domand l'avvocato della difesa.
E chi non lo conosce. Io e Lucianino, se cos posso dire, ci conosciamo intimamente.
Il pubblico rumoreggi e sorrise maliziosamente. Il presidente chiese a gran voce il silenzio. Ordine! Ordine! O faccio sgombrare l'aula e proseguiamo a porte chiuse!. Ristabilito il silenzio si rivolse al teste: Continui, prego.
Dicevo che ho conosciuto Lucianino quando  venuto a casa mia per un appuntamento. Lo ricordo bene perch  un omosessuale depravato. Voleva da me prestazioni sessuali che neppure il marchese De Sade avrebbe immaginato. Insomma, mi voleva pagare un supplemento per dei servizi extra, cosa che per io mi sono rifiutato di compiere. Voleva che lo...
Il presidente della corte lo interruppe. Va bene, cos, signor Giovanni. Ci risparmi i dettagli. Poi si rivolse all'avvocato difensore. Avvocato, vuol chiedere altro al suo teste? Mi sembra che il suo obiettivo sia stato abbondantemente raggiunto. Possiamo licenziarlo?
L'avvocato acconsent e l'accusa prefer evitare il controinterrogatorio.
Malgrado la demolizione del superteste, operata con tanta efficacia dal collegio dei difensori, le prove contro i corleonesi erano ancora numerose e schiaccianti. La loro condanna era data quasi per scontata da parte dei cronisti giudiziari presenti al processo.
Il pubblico ministero arriv a chiedere tre ergastoli e trecento anni di galera per gli imputati.
La corte e i giurati popolari si riunirono nella camera di consiglio per deliberare. Le prove erano inconfutabili e magistrati e giurati sembravano concordare sulla colpevolezza dei corleonesi per i delitti imputati. Ma al momento di emettere il dispositivo giudiziario, in camera di consiglio fu recapitata una missiva urgentissima, diretta personalmente al presidente della prima sezione della Corte d'Assise di Bari.
Il presidente apr la busta. Il timbro indicava la provenienza: Palermo. Il magistrato la lesse e impallid. Il giurato accanto a lui quasi gliela strapp dalle mani.
Mentre la leggeva un sudore freddo imperl la sua fronte. Il foglio pass da un giurato all'altro. Era scritto con inchiostro nero, le frasi denunciavano un italiano approssimativo e c'erano anche degli errori di grammatica. Ma il senso della lettera era inequivocabile.
Voi cittadini di Bari non potete capire o meglio non volete capire cosa significhi essere uno di Corleone. Voi dovete comprendere che state per giudicare degli onesti galantuomini che la polizia ha voluto incastrare per dare in pasto alla stampa qualcuno con cui prendersela. Noi vi vogliamo avvertire, per il vostro bene, che se uno soltanto di quei galantuomini che state giudicando sar condannato, voi farete una brutta fine, vi faremo saltare in aria, ma non soltanto voi, scanneremo ogni vostro familiare e lo faremo con sue grandi sofferenze. E non faremo caso se sono donne o bambini. Non ci mettete alla prova. Cercate di essere giudiziosi.
Quel giorno la corte, tornando in tribunale dalla camera di consiglio, dichiar che i sessantaquattro corleonesi erano tutti innocenti dalle imputazioni di omicidio. L'equazione mafia uguale associazione a delinquere fu cancellata e questa sentenza influenz per almeno altri dieci anni i giudizi di altri tribunali legando le mani a poliziotti e magistratura.
I giudici inoltre stigmatizzarono gli inquirenti e la procura che avevano con incredibile leggerezza denunciato gli imputati senza prove risolutive. E se la presero anche con i difensori per aver portato in tribunale a deporre un individuo come Luciano Deriu, un reietto privo di qualsiasi dirittura morale e assolutamente inattendibile in ogni sua dichiarazione. Rilevava inoltre che Ninuzzu, con la sua menomazione non poteva partecipare ad alcun fatto delittuoso. In quanto a Saro fu riconosciuto colpevole soltanto per il furto del documento d'identit che gli era stato trovato addosso al momento dell'arresto.
Il corleonese se la rideva, ascoltando quella sentenza, che per lui e i suoi amici era come una dolce melodia. Dopo anni di latitanza e cinque di Ucciardone, finalmente un tribunale italiano lo riconosceva innocente dei numerosi reati e omicidi che invece aveva commesso.
Non altrettanto felice fu Luciano Deriu e sua moglie Biagia nell'ascoltare la sentenza che mandava assolti in massa i corleonesi. Quelle stesse parole avevano il senso per lui di una condanna a morte.

4. L'inizio della lunga latitanza.

Corleone, venerd 18 luglio 1969.

L'avvocato difensore di Saro e di Ninuzzu, per sottrarli alla curiosit dei giornalisti e allontanarli dalle maldicenze dell'opinione pubblica, li condusse a Bitonto, dove si trovava l'abitazione di suo padre. Per qualche giorno avrebbero soggiornato in un albergo del centro, il tempo di trovargli un'abitazione stabile dove avrebbero potuto vivere lontani dai clamori della cronaca. Saro accett di buon grado quella proposta e pens persino di prendere la residenza nel paesino della provincia di Bari.
Ma dovevano fare ancora i conti con la questura del posto. I poliziotti non avevano digerito il modo in cui i magistrati avevano criticato il loro operato. La Corte di Bari, nel dispositivo della sentenza, era riuscita a scaricare la responsabilit delle assoluzioni sulle procedure superficiali nel raccogliere le prove a carico dei sessantaquattro mafiosi. Invece la responsabilit di quella scandalosa sentenza ricadeva tutta sui giudici e sui giurati, terrorizzati dalle minacce della lettera anonima.
Il questore di Bari firm una diffida contro i due responsabili della banda dei corleonesi. La mattina successiva al loro arrivo a Bitonto, due poliziotti consegnarono a Saro e a Ninuzzu un foglio di via obbligatorio che notificava loro che per tre anni non potevano pi mettere piede in Puglia perch considerati socialmente pericolosi. Avevano quarantott'ore per fare i bagagli e tornare alle loro rispettive dimore siciliane.
Il loro difensore fece di tutto per fermare l'ingiunzione. Scrisse al procuratore capo della Repubblica di Bari e present ricorso al prefetto.
Ma la notifica non fu bloccata. Allora l'avvocato difensore trasfer Ninuzzu in un ospedale di Taranto. Qui, con la complicit di un medico siciliano riusc a far ricoverare il mafioso nel reparto malattie infettive.
Quella stessa notte il difensore torn a Bitonto per comunicare a Saro che il ricorso non era stato accolto. La procura non gli aveva concesso neppure una dilazione. Il corleonese and su tutte le furie. Non riusciva a comprendere perch si stessero accanendo contro di loro in quel modo.
A mezzanotte due poliziotti irruppero nella sua stanza d'albergo, lo prelevarono senza tanti complimenti e su una Giulietta lo condussero alla stazione di Bari, dove lo fecero salire sul treno diretto a Reggio Calabria. Prese la coincidenza per Palermo, attravers lo stretto e nel tardo pomeriggio arriv a destinazione.
Alla stazione di Palermo c'era una macchina di amici che, avvertiti dall'avvocato, erano andati a prelevarlo per condurlo a Corleone.
Arriv a casa giusto in tempo per la cena. La madre, le due sorelle e il fratello Gaetano, lo accolsero come si saluta un reduce scampato alla guerra. Lo servirono come un monarca. Ma qualcuno infranse l'allegria di quel felice ritorno, bussando con violenza alla porta.
Gaetano, il fratello minore, avviandosi alla porta, diede un'occhiata all'orologio: era mezzanotte passata.
Apr e si trov davanti quattro poliziotti che, senza aspettare di essere invitati, irruppero nella povera casa.
Il maresciallo comunic a Saro: Dobbiamo eseguire un ordine di custodia cautelare.  firmato dalla procura della Repubblica di Palermo. Devi venire con noi.
E dove mi portate?, domand Saro, preso alla sprovvista.
All'Ucciardone, fu la risposta secca del maresciallo, per esigenze di giustizia.
Quella notte stessa Saro torn a Palermo, nella prigione dell'Ucciardone, in una cella dell'ottavo braccio. Era frastornato per gli avvenimenti degli ultimi giorni. Era stato processato, mandato assolto, dopo cinque anni di arresto cautelare aveva finalmente ritrovato la libert, poi per era stato diffidato con foglio di via e di nuovo arrestato. Non poteva crederci. La sua rabbia contro i giudici aumentava di ora in ora, di minuto in minuto. Era il giudice Cesare Tamburini il suo persecutore. Prima o poi gliel'avrebbe fatta pagare.
Qualche giorno dopo fu convocata l'udienza per decidere del suo invio al soggiorno obbligato. Cerc spiegazioni dai suoi avvocati per questa persecuzione. Ma i legali non sapevano dargli una risposta certa.
I magistrati in un paio d'ore pronunciarono il suo destino: avrebbe dovuto soggiornare per i prossimi quattro anni a San Giovanni in Persiceto, un paesino nelle vicinanze di Bologna. La sentenza aveva effetto immediato.
Il suo avvocato di Palermo chiese e ottenne un permesso di almeno tre giorni per consentire all'imputato di tornare al paese dove si trovavano la madre e i suoi fratelli, tutti a suo carico. Il permesso gli fu accordato e Saro torn a Corleone per salutare i familiari e organizzare il suo lungo esilio.
Nel frattempo l'avvocato propose ricorso contro i quattro anni di confino, ma il giudice fu irremovibile. Le disposizioni perentorie del procuratore capo, il giudice Pietro Scandurra non lasciavano adito a interpretazioni.
Quando, allo scadere dei tre giorni, i poliziotti si presentarono nella casa di Corleone, non trovarono il loro uomo. Saro, dissero i familiari ai poliziotti, non era arrivato in paese e comunque nessuno l'aveva mai visto.
Inizi cos venerd 18 luglio una delle pi lunghe latitanze di un boss mafioso. Per ventiquattro anni Saro Manuzza rappresenter la spina nel fianco delle istituzioni, modificando con le sue stragi e i suoi omicidi eccellenti la storia stessa del Paese.
Il magistrato che si era accanito contro Saro e Ninuzzu era il procuratore capo della Repubblica di Palermo Pietro Scandurra. Il giudice aveva attivato tutti i mezzi legali per contenere la libert dei due corleonesi che considerava i maggiori responsabili di gran parte degli omicidi avvenuti nella provincia siciliana negli ultimi anni.
Su sollecitazione di Scandurra, il presidente del tribunale dispose l'ordine di custodia preventiva e il successivo invio al confino obbligato. Ma il provvedimento fu eseguito con una superficialit che a molti sembr sospetta.
Ninuzzu, quando seppe del fermo di Saro fugg dall'ospedale di Taranto e si rifugi in una clinica privata di Roma dove si sottopose ad alcune cure per arginare il morbo di Pott di cui era affetta. I carabinieri stavano per contestargli a Roma il mandato di arresto, quando una telefonata lo avvis dell'arrivo delle forze dell'ordine. Il corleonese fece in tempo a fare le valigie e a sparire dalla circolazione prima dell'arrivo dei carabinieri alla clinica.
La fuga dei due corleonesi scaten le illazioni pi ignobili. Si parl di collusione da parte di alcune istituzioni con i banditi. La commissione parlamentare antimafia avanz delle interpellanze al ministro degli Interni chiedendo se non ci fossero state delle gravi carenze da parte degli organi di polizia.
Lo stesso procuratore capo di Palermo fu sospettato di atteggiamenti troppo permissivi, nei confronti dei due corleonesi, ma nessuno riusc a provare niente e alla fine pag per tutti il questore di Palermo che fu rimosso dall'incarico.

Saro a Corleone in realt c'era andato, ma non si era fatto vedere dai suoi familiari perch sapeva che i poliziotti prima o poi si sarebbero presentati a casa della madre a chiedere sue notizie. Non li voleva costringere a dire menzogne.
Si era recato per dal suo amico Calogero Culicchia. Prima di sparire voleva realizzare un sogno che da mesi inseguiva dolcemente. Un sogno che aveva il volto di una ragazza di venticinque anni: Ninetta, la sorella dell'amico fraterno.
Saro doveva muoversi con accortezza. Sapeva di essere un latitante tra i pi ricercati e se voleva girare per il paese doveva farlo soltanto in casi di estrema necessit e possibilmente di notte.
Quella mattina per, dopo averne avuto il consenso dall'amico Calogero, decise di mettere da parte le precauzioni e di avventurarsi in pieno giorno all'appuntamento con Ninetta.
L'aspett all'uscita della scuola.
I ragazzi si precipitavano fuori dal portone del Sacro Cuore felici della ritrovata libert. Uscirono alcune classi, poi lei comparve in cima alla scalinata. La vide che salutava alcuni genitori. Le fece un cenno, per attirare la sua attenzione. Appena lo riconobbe, il viso le si illumin. Gli occhi le brillavano, come se avesse visto un'apparizione. Anche Ninetta lo amava sinceramente, anche se i due non si erano mai parlati, n mai incontrati da soli. Non sapeva neppure quale lavoro facesse veramente Saro. Ma il solo fatto che fosse amico di suo fratello Calogero, era pi che una garanzia. Gli si avvicin e lo salut molto formalmente stringendogli la mano. Ma quanto calore mise in quella stretta.
Togliamoci da qui, c' troppa gente, disse lui trascinandola dietro un vicolo.
Non ci posso credere, fece lei con la felicit negli occhi.
Morivo dalla voglia di vederti, le disse stringendole le braccia.
Lei arross. Ninetta non era pi una ragazzina, ma la vicinanza di un uomo le incuteva ancora pudore reverenziale.
Tu per non ci sei mai, si lament lei.
Voglio darti il meglio. Tutto quello che io non ho mai avuto. Voglio darlo a te e ai nostri figli.
Ma cosa dici..., si schern lei avvampando e liberandosi dalla sua presa.
Il vicolo era deserto e lui si decise ad abbracciarla. Ninetta. Io ti voglio sposare. Voglio creare una famiglia con te. Avere tutti i bambini che Dio vorr mandarci.
La ragazza appoggi la sua testa sulla spalla di lui e socchiuse gli occhi per assaporare fino in fondo quei momenti.
Devo mettere in ordine certi affari, e mi ci vorr del tempo. Non troppo per, le sussurr in un orecchio. Ma non voglio pi aspettare per poterti avere. Io ti rispetto e non faremo niente di sconveniente finch non saremo benedetti da un prete. Per me la famiglia  sacra. Viene prima di tutto. Mi vuoi sposare, Ninetta?
Lei sollev la testa e lo fiss a lungo. Gli occhi le si inumidirono. Tu mi chiedi se ti voglio sposare? Ho capito bene?
S, hai capito bene, ripet lui.
Ninetta si apr in un grande sorriso: S che lo voglio, amore mio.
Le loro bocche si avvicinarono e si scambiarono un pudico bacio.
Verr a chiederti a tuo padre. Ma non posso farmi vedere troppo in paese, perci passer di sera. Cener con voi. Al prete e al matrimonio ci penso io. Ninetta, hai un desiderio? Voglio poterlo esaudire, per dimostrare il mio amore nei tuoi confronti. Qualsiasi cosa.
Qualsiasi cosa?, domand la giovane al colmo della commozione.
Qualsiasi cosa, te l'ho detto. Non avere paura. Tutto quello che pi desideri.
Ho sempre sognato di andare a Venezia, gli fece sapere con un certo ritegno.
Lui sorrise. Ma questo  un sogno piccolo piccolo.
Per me  un grande sogno, rispose lei offesa.
Allora andremo a Venezia. Sei contenta?
Di pi. Sono felice, gli rispose abbracciandolo e stampandogli sulla guancia un grande bacio.

5. Ma la felicit non  di questa terra.

Dopo la sentenza del tribunale di Bari, Luciano Deriu cadde in una profonda depressione. Biagia, sua moglie tent in ogni modo di consolarlo. Hai fatto quello che era giusto fare, gli disse uscendo dal palazzo di giustizia. Il vero problema  che la giustizia non  di questo mondo. Mandando assolti quegli assassini, sono i giudici che dovrebbero vergognarsi. Tu non hai niente di cui rimproverarti.
Io non volevo farlo. Mi hai costretto tu a fare la spia, le rinfacci il marito.
Ci rifaremo una vita, lontano dalla Sicilia. Il giudice e i commissario Manfredi ci aiuteranno. Non ti abbandoneranno, vedrai, disse Biagia con la disperazione nel cuore. Quando finirai di scontare la pena ti troveranno un posto dove nasconderci.
Dovr fuggire per il resto della mia vita, fece sconsolato Deriu. Ma ovunque andremo, loro riusciranno a trovarci. Tu non li conosci. Possono passare anche dieci anni, ma loro non dimenticano. Me la faranno pagare, lo so.
Hanno altro a cui pensare. La polizia non gli dar tregua. Saranno troppo impegnati a salvare la loro pelle. Biagia non era una corleonese, ma aveva imparato a conoscere quella gente. Luciano aveva ragione: non avrebbero avuto mai pace finch non l'avessero trovato e punito.
Luciano Deriu rientr all'Ucciardone, ma non fu messo all'ottavo braccio, quello della criminalit organizzata, bens al primo, con i politici e i giovani detenuti.
Sua moglie chiese udienza al giudice Tamburini. Voleva presentare domanda per farlo spostare in un altro istituto di pena, possibilmente in uno del continente dove sarebbe stato pi sicuro. Ma il giudice in quei giorni si trovava all'estero per un simposio e l'incontro fu fissato a trenta giorni.
Deriu in carcere si sentiva in pericolo. Non dormiva pi, fumava tre pacchetti di sigarette al giorno. Evitava persino l'ora d'aria pur di non incontrare qualcuno dei suoi ex compagni.
Il carcere affina i sensi e Luciano sentiva di non essere gradito dagli altri detenuti della cella. Chi fa la spia viene segnato dal marchio dell'infamia.  uno ha collaborato con gli sbirri e non ci si pu fidare pi di lui.
Effettivamente erano pochi i carcerati che avvicinavano Luciano per scambiare due chiacchiere con lui. Questo Deriu lo percepiva da mille piccoli segnali, come quando si avvicinava a un capannello di reclusi e quelli tacevano improvvisamente o cambiavano discorso.
La situazione per lui peggior quando la direttrice, un funzionario illuminato e sempre attento alle istanze dei suoi detenuti, decise di promuovere un'iniziativa per favorire la socialit tra loro. La direttrice concesse l'apertura pomeridiana delle celle autorizzandoli a girare liberamente per la sezione per incontrare gli altri compagni di pena.
Luciano, che ormai viveva in uno stato di perenne ansia, percep quel gesto umanitario come un ulteriore pericolo per la sua sicurezza.
Il carcere affina i sensi e Luciano, dopo molti anni trascorsi da detenuto, non sbagliava a temere per la propria incolumit.
Quei pomeriggi sociali lui li trascorreva da solo nella cella. Gli altri suoi tre compagni uscivano per circolare liberamente nella sezione. Andavano a parlare con gli amici pi stretti oppure si univano ai gruppi dove si giocava a carte. Nessuno andava a trovare Luciano, finch un giorno qualcuno and a fargli visita.
Quello che aveva sempre temuto si stava realizzando. Non conosceva personalmente l'uomo, un tipo basso, ma tarchiato e con due spalle larghe come quelle di un toro. Non lo conosceva personalmente, ma sapeva che faceva parte della banda dei corleonesi. Come aveva fatto a infiltrarsi nella sezione dei giovani detenuti e dei politici era un mistero. Il tizio era l per ucciderlo.
Sei tu Luciano Deriu?, gli domand socchiudendo alle spalle la porta della cella.
Luciano fece un cenno con la testa e arretr di un passo.
Lo sai perch sono qui, vero?. Come per magia un punteruolo comparve nella sua mano.
Luciano continu ad arretrare fino a raggiungere la parete. L'uomo gli afferr i capelli e lo costrinse a inginocchiarsi, premendogli il punteruolo alla gola. Era evidente che prima di ucciderlo voleva umiliarlo. Gli amici sono incazzati con te. Maledetto pezzo di merda. Cos dicendo lo trascin fino al cesso. Luciano gli stringeva il polso per alleviare la presa ai capelli. L'uomo si liber dalla stretta e con la scarpa lo schiacci a terra, tra i liquami del pozzetto alla turca. Gli spinse la testa nel foro e tir la catena dello sciacquone. Questo per rinfrescarti le idee. Bastardo infame, spia degli sbirri. Scaric l'acqua pi volte, tanto da lasciarlo senza fiato. Luciano cominci a tossire e a sputare acqua dalla bocca e dal naso. Poi quando l'uomo ne ebbe abbastanza, si pieg su di lui. Luciano sent premere la punta dello stiletto sulla giugulare. Per lui era proprio finita. Ma il cigolio della porta blocc la mano del killer. Si ritrasse e Luciano ne approfitt per alzarsi. Tossendo e sputando acqua, rientr nella cella. Una guardia carceraria era venuta ad avvisarlo che in magazzino c'era un pacco di vestiti per lui da parte della moglie.
Ma sei tutto fradicio, gli disse notando i capelli e la camicia bagnati.
 per mandar via l'emicrania, rispose svelto Luciano.
Nel frattempo dallo sgabuzzino del bagno usc anche il killer.
La guardia intu che era successo qualcosa di sospetto tra i due. Ma lo interpret in senso malizioso: Non  che voi due mi diventate anche recchioni?.
Luciano non rispose e usc dalla cella per avviarsi verso il magazzino a recuperare il pacco. Biagia non avrebbe saputo mai che in quell'occasione aveva salvato la pelle del marito.

Saro, considerato ormai dal vice questore Angelo Manfredi come uno dei capi dei corleonesi, sembrava essersi dissolto nel nulla. Gli abituali informatori dichiaravano di non averlo pi visto a Corleone. Qualcuno, desideroso di mostrarsi comunque utile e percepire cos la relativa ricompensa, s'inventava di averlo intravisto di notte entrare in paese, per poi tornare all'alba nelle grotte di monte Vecchio. Ma alcune battute sul crinale della catena montuosa non avevano dato mai alcun risultato.
Un giorno all'orecchio di Manfredi arriv una voce apparentemente trascurabile, pi una chiacchiera di paese che una vera e propria soffiata: Ninetta, la sorella di Calogero Culicchia, si era maritata.
Manfredi fece svolgere delle indagini riservate sulla ragazza, dal commissariato di Corleone. La maestrina, come veniva chiamata dai paesani, dopo le ore d'insegnamento a scuola, si ritirava alla sua casa di Corleone e non ne usciva mai, se non per portare viveri di conforto ai loro congiunti detenuti all'Ucciardone di Palermo. Questo accadeva una volta alla settimana e il viaggio era programmato insieme all'altra sorella maggiore, Emanuela, che non la faceva mai andare da sola.
I poliziotti di Corleone sfogliarono i registri dei matrimoni e appurarono che nelle parrocchie del paese non risultavano prove di un suo matrimonio. Le chiacchiere dei paesani comunque la indicavano come la fidanzata ufficiale di Saro Manuzza. I due dunque non erano marito e moglie, ma forse si comportavano come tali.
Il commissario Manfredi non era soddisfatto dei risultati ottenuti. Decise di non dare respiro a chi poteva offrire aiuto ai latitanti. Un giorno arriv da Palermo e decise di sottoporre a rastrellamento la parte alta del paese. Prese come punto di riferimento l'abitazione della famiglia di Ninetta e a raggiera dispose ai suoi agenti di perquisire casa per casa.
Era una giornata piovigginosa d'autunno inoltrato. I corleonesi furono svegliati alle prime ore dell'alba dall'irruzione nelle loro case dei poliziotti e dei carabinieri, in azione congiunta.
Manfredi in persona volle presenziare alla perquisizione dell'abitazione di Ninetta.
Gli agenti colpirono vigorosamente la porta con i calci dei fucili. Le due sorelle pi grandi, Maria Matilde e Angela, aprirono spaventate. I poliziotti irruppero nella casa. Era costituita da tre vani al primo piano e quattro al secondo. Entrarono nelle camere da letto dove l'anziana madre per la paura si era nascosta sotto le coperte. Le altre due sorelle, Emanuela e Ninetta uscirono dalle stanze ancora in vestaglia. Si riunirono in cucina, dove il vice questore Angelo Manfredi le interrog chiedendo di Saro. Per tutte rispondeva Maria Matilde, la pi anziana: Perch cercate Saro qui da noi? Non abbiamo niente a che fare con lui.
 molto amico di vostro fratello Calogero. Sicure che non  venuto qui di recente?, incalzava il poliziotto.
Non lo vediamo da un anno, forse anche pi.
Nelle altre stanze gli agenti rovistavano in ogni cassetto, sotto i materassi, negli armadi, nelle credenze della cucina, per trovare una minima traccia della presenza del latitante.
Non troverete niente perch non faremmo mai entrare un estraneo maschio in una casa dove ci sono solo donne, reclam Maria Matilde.
Un poliziotto dal piano superiore chiam il commissario. Manfredi sal le scale, con la speranza che avessero trovato qualche indizio.
Il poliziotto, in una delle stanze da letto, gli indic un letto matrimoniale con due cuscini. Guardi commissario. Qui ci hanno dormito due persone.
Manfredi guard i cuscini, poi scost le coperte ed esplor le lenzuola. Nel frattempo sulla porta erano comparse Ninetta e la sorella Emanuela, strette nei loro scialli di lana.
Chi dorme qui?, domand Manfredi.
Noi, disse Emanuela, anticipando la risposta di Ninetta.
E in quella stanza?, chiese indicando la porta accanto.
Maria Matilde. E in quella in fondo al corridoio nostra madre con Angela.
C'era una quarta porta. Manfredi la spalanc: E qui chi ci dorme?
Nessuno.  la stanza dei nostri fratelli, rispose precipitosamente Emanuela.
E perch il letto  sfatto?, continu a interrogare Manfredi.
Ci siamo sempre dimenticate di rimetterlo in ordine, fu la risposta sfrontata di Emanuela.
Era un'evidente bugia. Manfredi fece cenno ai suoi di cercare a fondo. Si avvicin alla porta finestra e usc sul piccolo terrazzino. Guard in alto, verso il tetto. Poi in basso. Il retro della casa si affacciava su un vasto campo sterrato, con alcuni alberelli. La zona si trovava alla periferia orientale del paese, un centinaio di metri dalle Rocche.
Mentre era intento a indovinare l'eventuale via di fuga del ricercato, la voce di un altro poliziotto attir la sua attenzione.
Commissario, ci siamo!
Uno degli uomini entr nella stanza. Le due donne si gelarono quando gli videro nelle mani un vaso.
L'ho trovato nella stanza del letto matrimoniale, disse porgendogli il vaso da fiori.
Manfredi lo rigir tra le mani. Al centro, nella zona tondeggiante, c'era scritto Ricordo di Venezia.
Guardi dentro.
Manfredi prov a infilare la mano, ma non entrava. Rigir il vaso e una foto arrotolata cadde sul pavimento. La raccolse e la srotol.
Rappresentava un uomo e una donna felici, con i vestiti della festa, nell'ampia piazza Ducale di Venezia, circondati da una moltitudine di piccioni. L'uomo era pi basso della donna e lei era inequivocabilmente Ninetta. L'uomo somigliava, anzi era Saro.
Auguri, Ninetta. Ti sei sposata e non mi hai invitato al matrimonio?, le domand il commissario Manfredi.
Lei serr le labbra. Non avrebbe parlato neppure sotto tortura.
Lo sai che potrei farti arrestare per complicit?
Da quel giorno non l'ho pi visto.  scomparso!, sbott la giovane.
E chi dormiva allora con te in quel letto? Non certo io! url Manfredi per spaventarla.
Non lo prenderete mai. Saro  pi furbo di tutti voi messi assieme, gli disse con soddisfazione.
Ti vuole cos bene che a lui non gli importa metterti nei guai. Chi se ne fotte, se poi siete voi ad andare in galera per causa sua, vero?  questo il criminale che stai proteggendo. Bada Ninetta, da oggi non dar pi tregua, n a te, n al tuo fidanzato o marito, come lo devo chiamare? e neppure a tuo fratello Calogero.

6. Il summit di Zurigo.

Zurigo, Four Points by Sheraton Sihlcity, novembre 1969.

Lo Sheraton di Zurigo si trova in Kalandergasse, una antica zona industriale dei primi anni del secolo, ristrutturata con materiali moderni e in forme avveniristiche. A poche settimane dal Natale, i palazzi erano gi stati decorati con milioni di luci colorate, compresa l'alta ciminiera di mattoni rossi che campeggiava al centro della piazza, ultima e unica testimonianza dell'origine operaria del distretto. Il complesso degli edifici faceva corona al lussuoso centro commerciale Sihlcity.
In questo suggestivo scenario architettonico, dove si mescolavano sapientemente tradizione e innovazione, i boss di Cosa Nostra avevano deciso di riunirsi per prendere una risoluzione che avrebbe deciso della storia stessa dell'organizzazione.
I boss che costituivano la Cupola arrivarono all'hotel alla spicciolata. Si riunirono in una saletta riservata dello Sheraton il pomeriggio successivo all'arrivo.
Capo della Commissione era stato nominato Gaetano Badaloni. Gli altri capi mandamento che avevano risposto all'appello erano Antonino Solomon, Stefano Bont, Rosario Aprile, Michele Russo il Papa, Salvatore Russo Cicchiteddu, Pietro La Torre, Antonino Mastrocola, Ciccio Geraci e per la prima volta fu convocato anche Ninuzzu in rappresentanza dei corleonesi.
L'ordine del giorno che dovevano discutere consisteva nel decidere la vita o la morte di Michele Cavaterra.
Tano Badaloni, come capo commissione, fu il primo a prendere la parola. Cavaterra  andato contro tutte le regole di Cosa Nostra, esord senza preamboli. Ha ingannato tutti noi. Ha tradito la nostra buona fede. Ha scatenato una guerra che stava per annientare l'organizzazione. Ci siamo riuniti per decidere se debba morire o continuare a vivere.
Chiese la parola Stefano Bont che tra tutti era quello che lo voleva morto. Michele Cavaterra con quei due attentati alla famiglia Russo ha dimostrato di essere un infame. La strage di Ciaculli con la morte dei sette sbirri ha fatto scatenare le forze dell'ordine. Prima di Ciaculli c'era una sorta di armistizio tra noi e le istituzioni. Dopo Ciaculli ci siamo ritrovati i militari nelle strade di Palermo. Cavaterra  pericoloso.  un pazzo che ucciderebbe la madre per il potere. Per questa sua scelleratezza io dico che deve morire.
Antonino Solomon, come Cavaterra era anche lui di Altofonte. Dichiar che non condivideva l'atteggiamento del suo vicino, ma cerc ugualmente di salvargli la pelle. Cavaterra  uno dei boss riconosciuti. Con la sua morte rischieremmo di innescare un'altra guerra fratricida. Io dico di parlarci, di fargli capire i suoi sbagli e magari di concedergli una fetta di quello che chiedeva con quella assurda guerra, voluta da lui soltanto per ampliare i propri affari.
L'idea di dover affrontare altre battaglie tra cosche avversarie, convinse molti a una cautela maggiore. Tutti odiavano Cavaterra per quello che aveva fatto. Odiavano i suoi inganni, i suoi doppi giochi, eppure alla fine del lungo summit, la maggioranza vot per lasciarlo in vita. Ma fu deciso di dirgli che aveva rischiato la pena capitale e che se avesse tentato ancora di andare contro uno soltanto dell'organizzazione, avrebbe avuto contro l'intera Cosa Nostra.
I componenti della Cupola tornarono a Palermo. Antonino Solomon fu incaricato di comunicare a Cavaterra la decisione della Commissione e il pericolo che aveva corso.
Ma l'affare Cavaterra non fu archiviato da una parte di coloro che avevano partecipato al summit di Zurigo. La minoranza che non aveva accettato il verdetto, torn a riunirsi, all'insaputa degli altri boss. Michele Russo convoc personalmente nella sua villa di Ciaculli, Stefano Bont, Giuseppe Di Clemente, della cosca di Riesi e il corleonese Ninuzzu.
Devo mettervi al corrente di un fatto che ho saputo soltanto qualche giorno fa, rientrando da Zurigo, disse ai boss presenti nel confortevole salotto di casa sua. Cavaterra non soltanto ha tradito le famiglie mettendole l'una contro l'altra, ma ho saputo che ha redatto una mappa in cui sono indicati tutti i nostri mandamenti con nomi e cognomi delle relative famiglie che li comandano. Va dicendo che quella mappa  la sua assicurazione, nel caso avessimo in mente di toglierlo di mezzo. Ha dato disposizioni a un uomo di sua fiducia di recapitarla al Procuratore capo Pietro Scandurra, se gli capiter qualcosa di spiacevole.
Quel pezzo di merda, ha detto una cosa del genere?, s'interrog Stefano Bont rigirandosi nervosamente sulla poltrona.
Cavaterra ci porter alla rovina, se non lo fermiamo in tempo, comment Giuseppe Di Clemente. Era soprannominato il Giaguaro per la sua ira senza freni. Aveva la testa tonda, due occhi grandi che bucavano le tenebre e le labbra piene.
 un uomo senza onore. Deve morire. La condanna arriv dalla bocca di Ninuzzu.
Michele Russo, che i suoi chiamavano il Papa approv con un cenno della testa. Anche gli altri annuirono e il Giaguaro disse: Morte sia.
Dovevano adesso passare alle modalit: il chi, il come e il quando.
Sui tempi non ci furono discussioni. L'esecuzione doveva essere eseguita con urgenza. In quanto alle modalit, era necessario studiare un piano nei minimi particolari perch ormai Cavaterra era sulle difensive e sarebbe stato difficile sorprenderlo senza i suoi guardiaspalle.
Per l'esecuzione materiale dell'omicidio, l'attenzione di tutti si rivolse su Ninuzzu. I suoi corleonesi erano i pi idonei a un'azione del genere in quanto si erano dimostrati nel tempo i pi spietati e risoluti nel portare a compimento azioni del genere. Inoltre al loro interno avevano i pistoleri pi implacabili e precisi dell'intera organizzazione, come Saro e Piddu u Tignusu.
In quella stessa giornata i boss elaborarono una strategia di attacco. Ninuzzu avrebbe coordinato l'intera organizzazione e l'operazione stessa, ma, a causa della sua menomazione, non vi avrebbe partecipato in prima persona. All'unanimit si convenne di affidare il comando del gruppo di fuoco a Saro Manuzza.

7. La lunga notte del massacro.

Palermo, viale Lazio, 10 dicembre 1969.

Il commando era costituito dai corleonesi Saro, Calogero, suo futuro cognato e Piddu u Tignusu. I tre erano assistiti da Damiano Camastra della famiglia di Giuseppe Di Clemente, da Gaetano Grado ed Emanuele Dal Grande, messi a disposizione da Stefano Bont e infine da Turi, della famiglia Russo. Il commando era una sorta di Onu della cupola mafiosa palermitana.
La soffiata di un amico li aveva avvertiti che quel mercoled Cavaterra e i suoi si sarebbero trattenuti pi a lungo negli uffici della ditta per chiudere i resoconti annuali, prima delle feste natalizie.
Il commando, formato dai sette uomini, usc dal covo dei corleonesi, alla periferia di Palermo. Quattro erano in borghese e presero posto su un'Alfa Romeo bianca, mentre i tre corleonesi, in divisa da finanzieri, salirono su un'Alfa blu.
Saro prima di partire per la spedizione, raccomand agli uomini che avrebbero dovuto iniziare a sparare soltanto dopo il suo comando. Il primo colpo dev'essere il mio, intesi? Finch non do l'ordine, nessuno deve prendere l'iniziativa. L'elemento sorpresa  la nostra carta vincente, non possiamo perderla. Ricordate che Cavaterra viene chiamato il Cobra non soltanto perch ha la lingua biforcuta, ma anche perch  scaltro e rappresenta un pericolo mortale, finch non gli tagliamo la testa.
Era notte di luna nuova e soltanto le fioche luci dei lampioni stradali illuminavano le strade di Palermo.
Michele Cavaterra aveva la sua base operativa negli uffici dell'amico Maccari, un imprenditore edile amministratore unico di una ditta che si occupava di appalti e costruzioni immobiliari, in viale Lazio. Le due Giuliette entrarono nel cortile del cantiere, fermandosi sotto le finestre degli uffici posti al primo piano.
All'arrivo delle auto, un impiegato si affacci da una delle finestre. Vide i finanzieri e rientr rapidamente nell'ufficio richiudendo la finestra.
Giovanni Dom, l'ignaro custode del cantiere, and incontro agli agenti, ma venne immediatamente bloccato da u Tignusu.
Guardia di Finanza! Portaci da Cavaterra! Iamuninni!, gli url spingendolo verso l'entrata degli uffici.
Il commando, con in testa Piddu u Tignusu che spintonava il custode, entr negli uffici della ditta.
Erano costituiti da un lungo corridoio, con alcune porte a destra e sinistra e in fondo una doppia porta a vetri socchiusa che dava nel salone dove in quel momento si trovavano Cavaterra con Michele Talarico, il suo guardaspalle. Nell'ufficio c'erano ancora un paio di impiegati, un certo Salvatore Bevilacqua, un ignaro operaio che era andato a chiedere un anticipo sullo stipendio e due giovani: Angelo e Filippo Maccari, i figli del titolare del cantiere: Girolamo Maccari.
Tra tutti i componenti del commando, Damiano Camastra era quello pi nervoso. Sapeva che dovevano agire rapidamente per sfruttare al massimo l'elemento sorpresa e non dare modo a Cavaterra di chiudersi a difesa. Ma non riusc a mantenere il necessario autocontrollo. Quando il custode fece uno scarto per liberarsi dalla presa di Piddu, Damiano istintivamente gli spar da distanza ravvicinata. Il custode cadde fulminato, crollando al centro del corridoio con un lamento.
Damiano, che minchia fai!, gli grid u Tignusu.
Cavaterra, sentito il colpo di pistola usc dal salone e, vedendo il gruppo armato nel corridoio, rientr velocemente richiudendo la porta a vetri.
Erano stati scoperti. La sorpresa era stata giocata nel peggiore dei modi. Ora dovevano agire con velocit e sperare nella fortuna.
Piddu con il mitra spar contro le vetrate che si sgretolarono in mille schegge. Coperto alle spalle da Calogero, si avvicin alla porta. Le armi erano pronte a far fuoco. Cavaterra si era nascosto dietro un armadio. Non appena u Tignusu si sporse nel salone, Cavaterra spar alla cieca alcuni colpi di pistola che forarono il muro a un palmo dalla sua testa. Prima di ritirarsi per u Tignusu indirizz una sventagliata di mitra in direzione dell'armadio.
Ne approfitt Calogero per proiettarsi nella stanza. Scorse un movimento di Cavaterra e lo segu con la sua Beretta. Spara! Spara!, gli url Piddu che dal corridoio aveva seguito la scena.
Ma Calogero ebbe un inspiegabile attimo di incertezza e gli fu fatale perch Cavaterra ne approfitt per sparare a ripetizione contro di lui, ferendolo a morte. Poi rovesci una scrivania e vi si nascose dietro.
Contemporaneamente anche il suo guardaspalle, Michele Talarico aveva cominciato a sparare alla disperata. Un proiettile s'infranse su una scheggia della vetrata e colp Gaetano Grado ferendolo in un occhio.
I due giovani Maccari si ripararono dietro un classificatore metallico. L'operaio Salvatore Bevilacqua cerc scampo nascondendosi dietro un tavolo.
Ci fu un momento in cui le armi degli avversari tacquero e fu allora che i finti finanzieri ripresero a sparare con i fucili a pompa, con i mitra, con le pistole. Ferirono a morte i due impiegati. Anche l'operaio, Salvatore Bevilacqua fu colpito alla spalla e al petto. Michele Talarico, il guardaspalle di Cavaterra, cadde falciato da una sventagliata di mitra. Il giovane Filippo Maccari, con un braccio sanguinante si nascose nello sgabuzzino, mentre il fratello Angelo pi gravemente ferito s'infil dentro un armadio.
Seguirono quattro lunghissimi minuti di fuoco, un tempo interminabile. Poi le armi tacquero.
A terra c'erano sette cadaveri: Cavaterra, Talarico, i due impiegati, l'operaio, il portiere e Calogero.
Piddu, leggermente ferito a una mano, tra l'odore di cordite e il fumo delle esplosioni, stava riprendendosi dalla furia omicida che aveva sfogato su Cavaterra. Turi, anche lui ferito di striscio a un braccio, girava nell'ufficio a caccia di altri eventuali testimoni. Emanuele Dal Grande, ferito a un piede e Gaetano Grado che grondava sangue da un occhio, si trovavano al centro del salone. Saro e Damiano Camastra erano gli unici a essere usciti indenni dalla sparatoria.
Saro si chin sul corpo di Calogero. Il giovane non dava segni di vita. Il corleonese tratteneva a stento l'ira per come erano andate le cose. Sollev delicatamente la testa del cognato, nella speranza di vederlo ancora respirare. Ma il proiettile di Cavaterra l'aveva centrato in pieno petto.
Minchia! Calogero  fottuto!, l'esclamazione di Damiano ruppe il silenzio.
Saro lo fulmin con lo sguardo. Lo riteneva responsabile di quel disastro: Muto, gli disse con rabbia. Muto devi restare.
Andiamocene, fece Gaetano Grado. Tra un po' qui sar pieno di sbirri.
Piddu u Tignusu, l'unico ad aver mantenuto il controllo della situazione, gli rispose con calma: Non c' fretta... siamo venuti per la mappa di questo cornuto e con una mappa ce ne andremo.
Turi si avvicin all'armadio dietro al quale si nascondeva il giovane Angelo Maccari. Il ragazzo era ferito mortalmente e rantolava dal dolore. Turi gli punt il fucile contro la testa... stava per premere il grilletto. Oggi  il tuo giorno fortunato..., gli disse abbassando l'arma, per non andare a dire che siamo troppo buoni. Provava un divertimento sadico a incutere terrore ai propri avversari.
Nel frattempo Piddu, attento a non calpestare le pozze di sangue, si avvicin al corpo di Cavaterra, disteso immobile dietro la scrivania. Si chin per frugare nelle sue tasche.
Ma l'uomo era ancora in vita. Sebbene gravemente ferito, facendo onore al soprannome, il Cobra si volt di scatto. Impugnava una pistola. Girandosi la punt contro Piddu e premette il grilletto... ma il cane non trov alcun percussore da far esplodere. L'arma era scarica.
U Tignusu istintivamente si sollev e a sua volta tir il grilletto del mitra... ma l'otturatore s'incepp. Allora, come una furia irrefrenabile, colp l'uomo a terra pi e pi volte con il calcio metallico del mitra, frantumandogli prima il cranio e poi infierendo sul volto fino a sfigurarlo, trasformandolo in una poltiglia di sangue e materia cerebrale.
Non sazio di collera e violenza, estrasse dalla cinta dei calzoni l'automatica e scaric l'intero caricatore a distanza ravvicinata contro il corpo ormai inerme.
Iamuninni!, incit Turi.
Saro non si dava pace per la morte di Calogero. Era una tragedia per la sua famiglia. Quali parole avrebbe trovato per dirlo a sua moglie Ninetta? Per lei era il fratello pi amato. Ma avrebbe dovuto affrontare anche la sorella, Arcangela, la futura sposa di Calogero. Lei non gliel'avrebbe mai perdonato.
Ancora chino sul corpo inerte del cognato, tent di sollevarlo.
Aiutatemi. Non possiamo lasciarlo qui. Dobbiamo far sparire il suo corpo.
U Tignusu nel frattempo, frugando nel portafogli di Cavaterra, aveva trovato l'organigramma delle cosche. Eccolo. Ce l'aveva in tasca il cornuto.
Turi ed Emanuele Dal Grande si avvicinarono a Saro e lo aiutarono a trascinare fuori dall'ufficio il corpo ormai inerme di Calogero, lasciando dietro di loro una lunga scia di sangue.

8. Istituzioni allo sbando.

La scena della mattanza alla luce del giorno era ancor pi drammatica e truculenta. I cadaveri erano ancora distesi a terra, nella posizione in cui li aveva trovati la prima pattuglia di polizia accorsa poche ore dopo la strage, avvisata da una voce anonima. I poliziotti della Scientifica stavano facendo i rilevamenti d'ufficio, mentre il procuratore Pietro Scandurra, al fianco del vice questore Manfredi e del commissario Boris Galeffi osservava incredulo la scena del massacro.
A chi appartiene questa impresa?, domand il giudice Scandurra.
 l'ufficio del costruttore Girolamo Maccari. I due ragazzi feriti sono figli suoi, rispose Boris Galeffi.
Chiss perch li hanno risparmiati. Il procuratore si avvicin alla scrivania, sotto la quale c'era il cadavere di Cavaterra. Boris Galeffi si chin per osservarlo meglio. Raccolse il portafogli accanto al corpo. Lo pass al suo superiore. Il vice questore Manfredi estrasse la carta d'identit e svel il mistero.
Ecco chi cercavano.  Michele Cavaterra, disse il vice questore. Lo chiamavano il Cobra. Era uno abituato a colpire alle spalle.
Gli altri li avete riconosciuti?, chiese il procuratore avvicinandosi agli altri corpi.
Questo  Giovanni Dom, il custode del cantiere, intervenne il commissario Galeffi. Era una brava persona. Sono certo che non c'entra niente con tutto questo. Il commissario indic un altro cadavere. Anche lui era uno pulito. Si chiamava Salvatore Bevilacqua, era un operario del cantiere di Maccari. Non c'entra con la banda di Cavaterra. Quest'altro invece lo conosciamo bene.  Michele Talarico, il suo guardaspalle. Un pluripregiudicato.
Gli altri sono impiegati incensurati, concluse il vice questore Manfredi.
Il mistero  questa striscia di sangue, Galeffi indic la macchia che partiva dal salone e proseguiva nel corridoio.
I cadaveri qui sono sei, fece Manfredi. Ma i morti in totale sono stati sette. Il settimo  stato portato via e a quanto pare non se n' andato con le sue gambe.
Hanno trascinato via un uomo, ripet il commissario Boris Galeffi.
Avete avvisato gli ospedali e le cliniche private?, domand il procuratore.
Questa  gente che i suoi feriti li fa morire dissanguati pur di non tradirsi, rispose il commissario. Comunque stiamo visitando a tappeto tutti gli ospedali e le cliniche di Palermo.
Se troviamo quest'uomo possiamo arrivare a identificare il resto della banda, asser Manfredi.
Se  morto potrebbero incenerirlo o sotterrarlo chiss dove e allora sar davvero difficile trovarlo, ribatt Galeffi.
Commissario fermi questo Maccari, l'amministratore della ditta, ordin il procuratore, e interroghi i due ragazzi, appena saranno in grado di parlare. Voglio i nomi dei loro aggressori. Altrimenti saremo noi a finire sulla graticola del ministro.

Il cimitero di Corleone si trova poco fuori il paese, a duecento metri dalla Villa Comunale. Dopo il massacro le due Giuliette, con il commando al completo, si diressero a tutta velocit verso quella destinazione. Arrivarono a mezzanotte sotto l'abitazione di Tonio, il beccamorto. Lo tirarono gi dal letto e lo fecero salire sulla Giulietta condotta da Piddu, dove si trovava Saro e, sul divano posteriore, il cadavere di Calogero.
Il poveretto fu preso dall'angoscia. Tonio conosceva Calogero e non finiva di maledire il destino infame che l'aveva voluto morto.
Quando Saro ne ebbe abbastanza, interruppe le sue litanie: Tonio, ora finiscila! Devi darci una mano a sotterrarlo. Poi ti devi dimenticare di questa notte, mi hai capito bene?
Certo, come vuoi tu, Saro. Faccio quello che mi chiedi.
Apr il cancello del cimitero, deposit il corpo di Calogero su un carretto e lo portarono in una delle zone del campo ancora libere dalle sepolture. Tonio e Saro scavarono la buca. Misero il corpo in una delle bare usate, che presero dal deposito e la calarono nella fossa. Un frettoloso segno di croce fu la cerimonia funebre di Calogero Colicchia. Poi Saro con rabbia sradic dalla terra la croce di una tomba vicina e la piant sulla buca che conteneva il caro amico. Non gli uscirono lacrime dagli occhi, ma bava dalla bocca per quanto era furibondo. Ce l'aveva con Damiano Camastra che, con il suo comportamento, riteneva responsabile della mancata sorpresa e quindi della reazione di Cavaterra.
Allontanandosi dalla tomba di Calogero, gli pass davanti e sotto il viso gli sussurr con odio: La vita  un'ingiustizia, perch in quella buca ci dove stare tu. Sparisci, non farti pi vedere. Dei codardi non so che farmene.

Al Viminale le finestre del ministro degli Interni, a quell'ora tarda della notte, erano ancora illuminate. Aveva convocato con urgenza due deputati della Commissione antimafia: il questore di Palermo Zaccari e il procuratore capo di Palermo Pietro Scandurra. Il ministro gett sulla scrivania il Corriere di quella mattina dove campeggiava il titolo a nove colonne sulla fuga di Ninuzzu dalla clinica Villa Margherita di Roma, pochi minuti prima che i carabinieri facessero irruzione per arrestarlo.
La latitanza di Ninuzzo e di Saro aveva causato non pochi problemi al questore e al procuratore di Palermo. Il Consiglio superiore della magistratura e il ministro di Grazia e giustizia, volevano accertare se esistevano responsabilit da parte della Procura per quella fuga.
L'efferatezza della strage di viale Lazio poteva avere una sola matrice: i corleonesi.
I deputati della Commissione antimafia affermavano che, dopo il proscioglimento per insufficienza di prove nel processo di Bari, i due mafiosi dovevano essere tenuti in stato di fermo e portati al soggiorno obbligato. Se tutto questo non era avvenuto, certamente c'erano stati comportamenti illegittimi o quanto meno superficiali da parte di qualcuno. In pratica si ravvisavano responsabilit a carico del procuratore Scandurra.
Era compito delle forze dell'ordine eseguire lo stato di fermo del capo dei corleonesi, si difese il procuratore.
L'ordine era di fermarlo soltanto se tornava a Corleone, si giustific il questore.
Maledizione, Zaccari! La disposizione era riferita a tutto il territorio nazionale, non soltanto a Corleone, il magistrato stava perdendo la pazienza di fronte a quei sofismi machiavellici.
Insisto nel precisare che il mattinale arrivato dalla Procura alle questure diceva di fermare il corleonese soltanto se avesse tentato di tornare nel suo paese natale, si ostin a ripetere il questore.
La Procura non pu essere accusata di indulgenza. Sono stato il primo a mandare una donna siciliana al soggiorno obbligato, e quella donna  proprio la sorella di Ninuzzu. Non ho mai fatto sconti a nessuno, io!.
In effetti il procuratore Scandurra aveva infranto il codice d'onore dei mafiosi, coinvolgendo nelle indagini una donna, Maria Antonietta, la sorella nubile di Ninuzzu. La donna in vita sua non era mai uscita dal paese d'origine. L'accanimento di Scandurra contro la donna era un evidente messaggio a suo fratello Ninuzzu: la Procura avrebbe tentato di tutto pur di costringerlo a uscire allo scoperto. Pare evidente, che fu proprio quello sgarro a condannare a morte Scandurra...

A notte fonda il gruppo dei corleonesi usc dal camposanto. Saro ordin agli altri di tornare a Palermo. Lui si sarebbe trattenuto ancora per un po' l a Corleone. Aveva ancora un compito da svolgere. Pi difficile che ammazzare sei cristiani, bisbigli tra s. Piddu u Tignusu decise di non lasciarlo solo. Sapeva che voleva incontrare la sorella maggiore Arcangela.
Fermarono l'Alfa non lontano da via Rua del Piano e percorsero gli ultimi cento metri a piedi. Piddu rest fuori dall'abitazione a fare da palo. Ma a quell'ora tarda Corleone era animata soltanto dai cani randagi.
Saro entr in casa e si diresse verso la stanza di Arcangela. Le sorelle erano abituate alle sue sortite, a ogni ora della notte. La donna stava dormendo. Lui si chin sul letto e le mise delicatamente una mano sulla bocca per non spaventarla. Arcangela al primo contatto apr gli occhi, ma non si meravigli pi di tanto, nel vedere il fratello.
Sei tu?, disse mettendosi a sedere sul letto. Hai mangiato? Ti preparo qualcosa?. Dalla spalliera prese una scialle di lana e se lo gett sulle spalle.
Lui non aveva il coraggio di guardarla negli occhi. Rest a fissare il cuscino vuoto.
Che hai?, gli chiese la sorella avvicinandosi alle spalle.
Si sollev e la fronteggi. Il viso scuro e triste non lasciava presagire niente di buono. Arcangela conosceva bene suo fratello. Qualcosa di grave doveva essere successo.
Insomma, cosa mi devi dire? Sono brutte notizie, afferm scuotendolo.
Ma lui continuava a restare in silenzio. Poi finalmente Saro si fece coraggio. Si tratta di Calogero.
E allora?
Calogero  morto, si tolse quel macigno dal petto.
Morto? Ma che dici? Ci siamo sentiti ieri sera!, non poteva accettare quella verit.
Morto. Morto!
Arcangela si aggrapp alle sue spalle. L'idea s'insinu nella mente. Le torn in mente l'ultima volta che Calogero era andato a casa a salutarla. Quando comprese il vero significato di ci che il fratello le aveva detto, un grido animalesco le usc dalla gola.
Lui la sorresse, la strinse a s per non farla scivolare a terra e con la mano le chiuse la bocca per non svegliare tutto il paese.
Calogero, implor Arcangela con gli occhi al cielo. Pianse lacrime rabbiose inveendo contro il destino, contro il fratello, contro il mondo intero. Ramment i brevi momenti di felicit con il giovane innamorato. Il loro primo bacio nel vicolo davanti casa. Le parole che le aveva detto quando le aveva chiesto di diventare sua moglie. Era tutto finito, tutto svaniva nella memoria di un sogno. Non ci sarebbe stato pi nessun Calogero a scaldare le sue notti. Aveva sognate mille volte in quegli ultimi mesi il suo caldo corpo e ora gli venivano a dire Calogero  morto? La sua vita non poteva continuare senza di lui. Maledisse il momento in cui il fratello era entrato in quella stanza. Suo fratello... era lui il colpevole di tutto ci che stava accadendo. Lo schiaffeggi e lui la lasci fare. Perch non l'hai protetto? Dovevi impedirlo! Non dovevi farlo morire. Io ti odio. Mi hai dannato per sempre. Il pianto le strozzava la gola. Le parole uscivano a fatica. Si gett sul letto e affond il viso nel cuscino con la speranza di scomparire dalla faccia della terra.
Arcangela da quella notte non si fece avvicinare pi da alcun uomo e vest il lutto per il resto della sua vita. Questo  capace di fare una corleonese, quando ama.

9. La cupola s'interroga.

I vertici della Commissione erano stati convocati con urgenza da Tano Badaloni per discutere l'omicidio di Cavaterra e prendere i necessari provvedimenti. La riunione avvenne nella sua villa di Cinisi a poche centinaia di metri dal mare. Mancavano pochi giorni al Natale e i boss approfittarono dell'occasione per scambiarsi gli auguri.
Nel grande salone c'era Tommaso Buscemi, Stefano Bont, Giuseppe Caldera, Giuseppe Di Clemente, Ninuzzu con il suo luogotenente Saro, Salvatore Russo, detto Cicchiteddu della cosca di Ciaculli, Pietro La Torre dell'Uditore e Antonino Mastrocola della cosca di Resuttana, questi ultimi due erano stati alleati di Cavaterra. Michele Russo, il Papa, non era presente per precedenti improrogabili impegni.
Dopo aver offerto gli aperitivi, Tano Badaloni, diede la parola a Mastrocola per discutere del problema all'ordine del giorno.
Sono davvero infuriato perch tra noi c' qualcuno che se ne infischia delle decisioni della Commissione, esord, passeggiando nervosamente tra le poltrone l'amico di Cavaterra. Cosa abbiamo deciso nell'ultima riunione a Zurigo?  inutile ripeterlo. Ma qualcuno evidentemente non l'ha capito bene. Avevamo accettato a maggioranza di lasciare in vita Michele Cavaterra. Mi chiedo perch provocare tutta quella camurria! Non soltanto qualche fetuso ha disobbedito alle nostre decisioni. Ma con quell'apocalisse ha anche scatenato le forze di polizia, impedendoci di svolgere i nostri commerci in santa pace. Dovranno passare mesi, prima che tutto torni normale a Palermo. Sei cadaveri sono troppi anche per noi!.
Prese la parola Cicchiteddu. Il vero problema  che tra noi c' qualche infame che non porta rispetto alla Commissione e vuol fare di testa propria. Se si vuol rompere le corna, faccia pure, ma se le nostre famiglie vengono coinvolte nei suoi casini, allora io pretendo la sua testa su un piatto d'argento.
Non dobbiamo far scoppiare un'altra guerra per Cavaterra, intervenne Di Clemente. Michele era un buon diavolo. Tra l'altro un mio carissimo amico. Se trovo chi lo ha trucidato in quel modo, giuro che gli far soffrire le pene dell'inferno prima di ammazzarlo. Per evitiamo faide e vendette. Comunque se qualcuno sa qualcosa di quella spedizione punitiva, deve parlare. Di Clemente era un maestro della menzogna. Insieme a Michele Russo, Bont e Ninuzzu aveva deciso di eliminare il Cobra, tant' che proprio un suo uomo, Damiano Camastra, aveva preso parte al massacro.
Forse gli amici che vengono da fuori Palermo hanno notizie pi aggiornate di noi, insinu Giuseppe Caldera.
I presenti si volsero verso Ninuzzu e Saro, gli unici due non palermitani dell'assemblea. Perch noi di Corleone dovremmo esserne informati?, domand cascando dalle nuvole Ninuzzu. Non facciamo l'ufficio stampa di nessuno, noi.
Gli ultimi arrivati non tollerano mai le regole del gioco che quelli prima di loro hanno stabilito, comment Antonino Mastrocola, alleato di Cavaterra e Pietro La Torre.
Antonino, s'intromise Saro portandosi al centro del salone. Gli ultimi saranno beati se i primi si saranno comportati da galantuomini. Qui siamo tutta gente per bene, quindi non  il caso di spargere veleni.
Tommaso Buscemi tent di riportare tutti all'ordine. Lui ha ragione. Non  il caso di accendere micce. Cavaterra  morto e pace all'anima sua. I vivi sono vivi e hanno altri problemi. Come sapete soffro d'insonnia....
Hai mai pensato a una bella guagliona prima di addormentarti?, lo interruppe scherzando Giuseppe Caldera.
Gli altri sorrisero alla battuta e l'atmosfera immediatamente si fece pi rilassata.
Caldera, se ti sente mia moglie ti manda un killer!, ribatt pronto Masino Buscemi.
Tutti risero e Caldera incass la battuta: Basta guerre. Piuttosto finisci quello che stavi dicendo.
L'altra notte non dormivo..., continu Masino, ma ancora una volta venne interrotto.
Una guaglioncella, no?, continu nello scherzo Caldera.
Giuseppe vaffanculo, ribatt Buscemi sempre bonariamente.
Non dormivo e per due o tre ore ho pensato a come rendere pi agili le nostre direttive, riprese a ragionare Masino. Siamo troppo e ogni volta riunire la Commissione diventa un terno a lotto. Cosa ne dite a un supervertice? Un gruppo ristretto, scelto tra i pi saggi di noi, che possa prendere decisioni con pi celerit e autorit?
Non pi di tre o quattro capi famiglia?, intervenne Salvatore Russo, Cicchiteddu.
Hai in mente qualcuno, don Masino?, insinu Tano Badaloni.
Nessuno in particolare. Pensiamo tutti a tre nomi, tra quelli che pi stimiamo e la prossima volta che ci riuniremo, nomineremo questo triumvirato, se a voi sta bene. Magari potrebbe funzionare come accadde per un po' di tempo anche nell'antica Roma.
La proposta di Masino mi sembra sensata, approv Tano Badaloni, il capo della Commissione. Anche perch sapeva che uno dei tre sarebbe stato sicuramente lui e questo gli avrebbe dato un pi ampio margine di potere nell'ambito di Cosa Nostra. Anche perch  venuto il momento di cambiare le nostre aspettative. Dobbiamo pensare con una nuova mentalit. Gli affari che abbiamo fatto fino a questo momento sono poca cosa con quello che si sta preparando l fuori, indic la finestra. Intendo dire a Palermo. I politici hanno in mente grandi cose per la nostra citt e hanno bisogno di noi. Non possiamo farci trovare impreparati.
Le parole di Tano Badaloni colpirono la fantasia di quegli uomini, abituati a ragionare soltanto per risolvere problemi immediati, senza alcuna prospettiva.
Buscemi prese la parola. Tano ha ragione. Tano  arrivato prima di noi a certe conclusioni e io sono con lui. Ha ragione, non possiamo continuare con le nostre piccole beghe di bottega. Dobbiamo pensare in modo pi strategico. Per questo dobbiamo farci trovare forti e uniti. Il triumvirato potr esserci d'aiuto. Poche teste per prendere decisioni importanti e veloci, ecco cosa ci vuole. Altrimenti i politici di Roma ci ingoiano in un solo boccone.
Gli altri boss approvarono le parole di Buscemi.
Tano Badaloni riprese il filo del discorso: Allora siamo d'accordo. Nella prossima riunione nomineremo i tre boss che formeranno il triunvirato. E ora passiamo all'altro punto all'ordine del giorno. Dobbiamo decidere chi deve occuparsi del cornuto canterino.  stato rimesso in libert, ma sappiamo dove si trova, grazie al dottor Barbieri. Dobbiamo portare a termine quello che abbiamo iniziato e che purtroppo non  andato a buon fine.

Luciano Deriu, dopo essere scampato al tentativo di omicidio nel carcere dell'Ucciardone, per ordine del giudice Tamburini era stato trasferito nella Caserma Scianna di via Calatafimi a Palermo.
Malgrado a Bari la difesa avesse demolito la sua credibilit, il giudice Tamburini era convinto della sua buona fede. Deriu era un teste che poteva ancora fornirgli informazioni preziose sulla struttura di Cosa Nostra e sulle attivit dei corleonesi. Per questo aveva voluto proteggerlo rinchiudendolo al sicuro tra le mura di una caserma.
La Caserma Scianna era la base operativa del 46 Reggimento trasmissioni dell'Esercito italiano. Oltre ai militari di carriera, raggruppava un certo numero di giovani di leva che venivano addestrati per i ruoli trasmissione. Tra questi giovani uomini c'era Bartolo Orlando, figlio di quel Francesco Orlando, capo della famiglia di Vallelunga Pratameno. Il padre aveva fatto di tutto per avvicinarlo a casa nel periodo della naja e, grazie a conoscenze illustri, era riuscito a farlo trasferire alla Scianna.
Il ragazzo era portato per le materie scientifiche e in particolare per tutto ci che concerneva i circuiti elettronici e i transistor applicati alle trasmissioni radio e televisive. Al padre aveva gi annunciato che, dopo la leva, avrebbe voluto frequentare il Politecnico di Torino. Cosa che aveva afflitto la madre, che non avrebbe pi avuto il controllo del figlio.
Ma i desideri non sempre diventano realt e il destino distribu le carte dalla parte sbagliata facendo incrociare la vita di Bartolo con quella del pentito Luciano Deriu.
Ogni due domeniche Bartolo poteva raggiungere i suoi a pranzo a casa. Quel giorno era gran festa perch la famiglia si riuniva al completo nella bella villa con piscina sul promontorio orientale di Punta Raisi, proprio di fronte al mare.
Al termine del pranzo Francesco Orlando prese da parte il figlio Bartolo e insieme s'incamminarono verso la scogliera.
L'uomo lo prese sottobraccio, come si fa con un vecchio amico, e gli parl con quel tono determinato che Bartolo aveva imparato a riconoscere, quando il padre impartiva ordini ai suoi subalterni.
Ormai hai diciannove anni, Bartolo. A marzo ne compi venti.  finito il tempo dei sogni. Ora  il momento di dover affrontare la vita, gli disse. Dobbiamo fare delle scelte. La famiglia ha bisogno di te.
Ma pap, ti avevo gi detto che volevo iscrivermi al Politecnico, gli ricord Bartolo sciogliendosi dalla sua presa.
 a Torino. Vuol dire che non ti rivedremo mai pi perch alla fine troverai lavoro lass. Vuoi far morire di crepacuore tua madre?. Il ricatto morale in genere funzionava. Ma non per Bartolo che aveva un carattere simile a quello del padre.
Ma verr spesso a trovarvi. Torino  a un'ora e mezza d'aereo. Qual  il problema. Si lament il giovane.
Ma qui io ho bisogno di tutti voi. Stiamo entrando in grandi affari, il lavoro  qui, Bartolo.
Ma ci sono Fanu e Ninu che gi ti aiutano. E anche Carmelina che ti fa da segretaria. Tutti i miei fratelli gi lavorano per te. Io ti sar utile in un altro modo, quando finir il Politecnico.
Tu qua mi sei utile, si ostin a insistere il padre.
Pap, non farmi questo. Accontentami ti prego. Ho sempre sognato di diventare ingegnere elettrotecnico.
Non pregare mai nessuno nella vita, Bartolo. Neppure tuo padre!, lo rimprover con tono deciso. Si allontan di qualche passo pensieroso, come per trovare una soluzione. Ma Orlando la soluzione l'aveva pensata gi prima d'iniziare quella chiacchierata.
E va bene. Se  questo il tuo desiderio... Per in cambio mi farai un favore. E sar il tuo ingresso tra gli uomini della famiglia.
Grazie, pap. Far qualsiasi cosa, per farti piacere.

10. Mai fare promesse.

Da quel giorno Bartolo maled di essere nato in una famiglia di mafiosi. Sapeva che suo padre era uno dei boss di Vallelunga Pratameno. Da bambino ne andava orgoglioso perch gli amici lo guardavano con rispetto e gli davano una parte delle loro merendine. Ma da quando cominci a ragionare autonomamente, non fu pi tanto fiero di ci che si sussurrava sui misfatti del padre.
Con la leva militare sperava di allontanarsi dalla sua influenza, ma il genitore era riuscito a farlo trasferire a Palermo. L'idea del Politecnico era una scelta motivata anche dalla volont di iniziare una vita tutta sua, lontano dall'autorit familiare. Ma era stato incastrato dal padre con una promessa che gli avrebbe condizionato il resto della vita.
Il favore che gli aveva chiesto era quello di identificare in quale palazzina della caserma si trovasse un certo Luciano Deriu, un pentito sui cinquant'anni che un giudice aveva nascosto l per sottrarlo alla vendetta dei compagni che aveva tradito.
Deriu tutto il giorno era rinchiuso in una delle stanze della palazzina degli ufficiali. Ne usciva il pomeriggio, il tempo di fumare una sigaretta e la sera per passeggiare nel cortile, ma aveva ordine di non allontanarsi dall'edificio. Nel perimetro della caserma si trovavano sette strutture disposte a ferro di cavallo, pi i capannoni, i laboratori elettronici e l'autoparco con i mezzi stradali.
A Bartolo non fu difficile identificare la palazzina dov'era stato alloggiato il pentito. Un giorno, che era stato comandato di andare a portare un documento nell'appartamento di un colonnello, lo vide passeggiare nel cortile delle camerate. Lo riconobbe subito perch non era in divisa, ma anche per il suo comportamento poco militaresco.
Il giorno che comunic il risultato della ricerca al padre, sperava che il suo compito terminasse l.
Tano Badaloni in persona ha voluto parlare con me, gli disse il padre. Mi ha chiesto un grande favore, per togliere ad altri picciotti le fantasie che sono venute a quel vigliacco. Dobbiamo punirlo per la sua infamit. Tu solo hai l'opportunit di poter fare giustizia. Poi, quando avrai finito il militare, ti spedir a Torino, alla tua universit. Te l'ho promesso.
Ma pap non puoi chiedermi di ammazzare una persona. Non ne sono capace.
Non esiste gente che  capace e gente che non lo . Ma soltanto gente che deve farlo oppure no. Non ti puoi tirare indietro. Ho anche pensato a un modo pulito, cos non ti sporchi neppure le mani. Vedrai, sar come sorbire un gelato. Fidati di me.

Ninetta conduceva una vita ritirata. Dopo le ore dell'insegnamento al Sacro Cuore, tornava a casa e raramente ne usciva. Alle incombenze della famiglia provvedevano le sorelle Maria Matilde ed Emanuela. Ma di tanto in tanto a notte fonda riceveva la visita del suo futuro sposo.
Saro buss al portoncino ed Emanuela, che aveva la stanza accanto all'entrata, and ad aprire. Sapeva che era lui, il segnale di riconoscimento era sempre lo stesso. In un primo momento quelle sue visite notturne avevano innervosito la madre, Lucia Mondello, ma anche le altre sorelle, che le consideravano oltremodo sconvenienti. Poi per le preghiere di Ninetta, le promesse del corleonese e il fatto che avvenivano in ore in cui nessuno poteva testimoniare del misfatto, finirono per sbiadire i princpi della tradizione e le donne di casa accettarono loro malgrado quelle rare incursioni.
Emanuela, dallo sguardo cupo di Saro, cap che questa volta non era una semplice visita di piacere. Lo fece salire al piano superiore, dove si trovava la stanza di Ninetta.
Lei stava gi ad attenderlo sulla porta della stanza. Quando lo vide gli occhi le brillarono di felicit. Gli strinse le braccia al collo e lo baci, contenta per quella visita inaspettata. Ma lui non rispose al suo bacio. Ninetta si ritrasse e, vedendo il suo volto cos severo, lo interrog: Amore, hai notizie brutte?
Lui rest impassibile. Ninetta si copr gli occhi spaventata. Hanno arrestato Calogero?, domand.
No.
Ninetta si sent liberata. Madonnina mia, benedetta. Ma cos' che mi devi dire allora?
Saro non riusciva a trovare le parole giuste per mitigare ci che le doveva comunicare. Alla fine si decise con un diretto: Calogero...  morto.
Ninetta rest senza fiato. Barcoll e si sorresse al tavolo. Lui la strinse tra le braccia, ma lei lo allontan con decisione.
Calogero, ripet il suo nome come per sentirne il suono. Morto? E come?
Una disgrazia.  inutile che ti dica come. Ora riposa in pace.
Dov'? E ora come lo dico a mamma, pens immediatamente dopo. Dove si trova? Voglio vederlo, ordin con fermezza.
Ninetta, non puoi vederlo.  in pace. Questo ti deve consolare.
Consolare? E come mi pu consolare? Mi vieni a dire che mio fratello non c' pi e che non posso vedere neppure il suo corpo. Come mi consola questo?, alz la voce e Tot le si avvicin ponendole con delicatezza la mano sulla bocca.
Farai svegliare tutti.
Calogero mio. Finalmente scoppi a piangere e si gett tra le braccia di Saro, nascondendo il viso sulla sua spalla.
Piangi pure. Piangi anche per me. Calogero era pi di un fratello e non mi perdoner mai di non averlo protetto abbastanza.
Non ce la faccio pi di questa vita, l'implor Ninetta. Ti prego, sposiamoci e andiamocene via da qui. Ti seguir in capo al mondo. Ma andiamo via.
Hai ragione Ninetta. Ma ti prego, devi avere ancora un po' di pazienza.
Pazienza! Ogni volta mi fai promesse che poi non mantieni. In paese ormai sono sulla bocca di tutti.
E tu lasciali parlare quei bavosi. Noi ci vogliamo bene e tanto basta. Ninetta, guardami. Io ti sposer, te lo giuro sul mio onore. Ma non adesso. Devi pazientare ancora un po'. Ti fidi di me?.
Lo sai che con te andrei anche all'inferno.
Ma io ti porter in paradiso, Ninetta.

Quel gelato, a cui si riferiva il padre, per Bartolo si rivel pi amaro del fiele. Quel che gli aveva chiesto di fare si era trasformato in una specie di allucinazione. Ingenuamente sperava che prima o poi qualcuno venisse a dirgli che era tutto uno scherzo, che suo padre aveva voluto mettere alla prova la sua fedelt alla famiglia.
Bartolo aveva avuto la disgrazia di nascere nella cosca pi importante di Vallelunga Pratameno. Era mafioso suo nonno e mafioso anche suo padre. Sebbene in quegli anni i boss cercassero di tenere fuori dalla porta di casa i malaffari in cui erano coinvolti, tuttavia mogli e figli non  che fossero del tutto ignari dei loro racket. Ma un conto era sentirlo dire e un altro era dover eseguire personalmente certe azioni. Bartolo non si era mai posto il problema di dover ammazzare una persona. Lui proiettava il suo futuro in un laboratorio scientifico e non al seguito di una banda di criminali. E ora, all'improvviso, soltanto perch si trovava in quella caserma e non c'era nessun altro che lo potesse fare, ecco che si doveva trasformare in un killer.
Come poteva tornare indietro? Il padre s'aspettava da lui un'azione esemplare, dove anche il pi navigato dei suoi mafiosi avrebbe avuto problemi.
Il padre stesso gli aveva suggerito un modo... per non sporcarsi le mani, cos gli disse. Aveva uno strano modo di concepire il senso comune delle cose, suo padre.
Innanzitutto gli aveva suggerito di spiare per almeno due settimane i movimenti e le abitudini di Luciano Deriu. Doveva appuntare orari e spostamenti. Questo significava per lui assentarsi spesso dal laboratorio e dalle lezioni dei suoi docenti.
S'invent uno stato depressivo, con stati d'ansia, disturbi del sonno e agitazione per ottenere dal dottore del distretto una diagnosi di esaurimento nervoso. Marc visita e il medico gli prescrisse un po' di riposo e alcune pillole per aiutarlo a superare il momento di stress. Attribu quel suo stato all'affaticamento e al logorio determinato dall'addestramento troppo stressante. Lo esoner da alcuni servizi e cos Bartolo ebbe la possibilit di muoversi nei cortili della caserma con maggiore libert.
Di giorno gironzolava intorno alla palazzina degli ufficiali, dove si trovava l'appartamento del pentito. Una volta si avventur all'interno dell'edificio per scoprire la porta della sua camera. Incroci un capitano che gli chiese dove stava andando. Lui, scattando sull'attenti, s'invent che doveva ritirare una divisa per la lavanderia e l'ufficiale se la bevve.
Il quartierino di Luciano Deriu era al secondo piano, in fondo al corridoio. Fu fortunato perch il testimone stava uscendo proprio in quel momento dall'appartamento per la solita ora d'aria della mattina. S'incrociarono sul pianerottolo e Bartolo lo salut, come fosse un superiore. Deriu non gli rispose neppure, immerso com'era nei suoi pi lugubri pensieri.
Spesso Deriu si accompagnava a un giovane tenente. Il tenente era l'unico, insieme al comandante della caserma, a conoscere la sua vera identit. Ma dopo i primi giorni di controllo serrato, visto che il pentito era molto attento a non contravvenire alle disposizioni dei suoi controllori, il tenente gli aveva lasciato ampi margini di libert.
L'unica noiosa incombenza era quella di dover comunicare i propri spostamenti al piantone. Il militare doveva essere sempre a conoscenza di dove fosse, quando non si trovava nel suo alloggio o nei paraggi della palazzina.
Bartolo aveva iniziato ad annotare i suoi movimenti e aveva scoperto che l'uscita mattutina avveniva intorno alle dieci e mezza. Poi tornava nell'alloggio e vi rimaneva fino all'una, ora in cui usciva di nuovo per recarsi in mensa. Dopo pranzo rientrava nella stanza dove restava per il resto del pomeriggio. Con il far della sera, intorno alle sei, veniva fuori di nuovo, ma l'uscita era brevissima, il tempo necessario per fumare una sigaretta. A volte l'uscita si prolungava quando incontrava il suo tenente.
Era peggio che stare in galera, anche perch nella caserma Deriu non aveva alcun amico con cui parlare.
Bartolo decise che avrebbe agito all'ora di pranzo. Tra l'una e le due e mezza il cortile della caserma era deserto perch la maggioranza dei militari era in mensa. Nessuno si sarebbe accorto dei suoi movimenti.
Il piano era semplice: doveva trasportare una stufetta a gas nell'alloggio del pentito. Il resto sarebbe dovuto accadere senza il suo intervento. La stufa per non poteva chiederla al magazzino, perch sarebbe rimasta traccia della sua domanda. L'avrebbe trafugarla da uno dei laboratori di fisica. Lo aveva frequentato il trimestre precedente e da allora non ci era pi entrato. Non lo avrebbero collegato mai alla sparizione della stufa. Bartolo si meravigli di se stesso perch gi stava cominciando a pensare come un vero criminale.

11. Le coincidenze del destino.

Gli appartamenti degli ufficiali e i laboratori non avevano un sistema centralizzato di riscaldamento perch al tempo in cui la caserma fu costruita, la mentalit comune voleva che i militari fossero gente dura, che non temeva il freddo. Cos ogni gruppo s'ingegnava come poteva, con supporti di stufe elettriche o a gas, per non morire di freddo durante le lunghe permanenze negli spaziosi laboratori scientifici.
Bartolo aveva deciso di agire senza indugiare oltre. Aspett che i colleghi interrompessero le lezioni per recarsi in mensa. Si avvicin al laboratorio di fisica e aspett che si svuotasse. Ma c'erano due allievi che stavano terminando un compito assegnato loro da un capitano. Bartolo entr nell'aula e con disinvoltura, come fosse un assistente del capitano, si mise a passeggiare tra i banchi.
Il capitano mi ha detto di sorvegliarvi, rispose allo sguardo interrogativo di uno dei due.
Si avvicin e sbirci il foglio del problema. Conosceva quell'equazione. Quello lo devi elevare al quadrato, gli sussurr indicando un numero. Il giovane controll e un ampio sorriso comparve sulla sua faccia quando cap che aveva la soluzione a portata di mano. Grazie, gli disse.
Anche l'altro si era impantanato nello sviluppo di un'equazione. Con lui fu pi difficile ricondurlo sulla strada giusta, ma alla fine anche il secondo allievo complet il compito. I due ringraziarono e gli consegnarono i modelli. Quindi uscirono dall'aula felici di essere riusciti a risolvere gli elaborati.
Bartolo mise i due fogli nel cassetto del capitano, quindi si decise a prendere la stufetta e la bombola a gas. Quei due gli avevano fatto perdere troppo tempo e ora temeva di incrociare Luciano Deriu di ritorno dalla mensa. Affrett il passo, ma doveva stare attento a non dare nell'occhio. Costeggi i campi sportivi e arriv al cortile delimitato dagli edifici disposti a ferro di cavallo.
Mentre stava entrando nella palazzina, in lontananza vide arrivare, alcuni militari che parlavano animatamente tra loro di calcio. Riconobbe anche Luciano Deriu. Non ce l'avrebbe mai fatta a sistemare la bombola. Doveva rimandare l'operazione. Scese nel sottoscala, dove si trovavano i depositi delle cantine e nascose la stufa e la bombola del gas dietro alcune casse di legno. Risal le scale e usc all'aperto, mentre il gruppo degli ufficiali, insieme a Deriu, stava rientrando negli alloggi.
Salut i superiori, ma nessuno gli diede retta, quindi si allontan velocemente verso il suo laboratorio.
Quella notte Bartolo rest tra la veglia e il sonno. Si rigirava nel letto, veniva assalito da pensieri inquietanti che lo costringevano a spalancare gli occhi con l'anima a pezzi. Si domandava se quel contrattempo del giorno precedente non fosse un presagio per disubbidire al padre.
Finalmente arrivarono le prime luci dell'alba e i fatali pensieri cominciarono a dissolversi dalla mente. Quando la tromba suon la sveglia, non ricordava neppure pi di averli avuti ed era deciso pi che mai a portare a termine l'impresa.
Quella mattina scendeva una leggera pioggia. Bartolo si appost in vista della palazzina ufficiali e attese che Luciano Deriu uscisse dall'alloggio per recarsi in mensa.
Lo vide uscire frettolosamente, riparandosi dalla pioggia rasentando il muro delle palazzine. Quando scomparve alla vista, si diresse con decisione verso il portoncino. Scese nel sottoscala ed ebbe una sgradita sorpresa: le cassette di legno non c'erano pi. Con il cuore che gli batteva a mille cerc la stufetta con la bombola. Qualcuno l'aveva spostata in un corridoio che portava alle cantine. In un primo momento aveva temuto che se ne fosse impossessato qualche collega. In quella stagione c'era una vera e propria caccia a qualsiasi strumento che producesse calore.
Afferr la stufa e con l'altra mano la bombola e risal lentamente le scale arrivando al secondo piano senza incontrare nessuno. Entr nella stanza di Luciano Deriu senza problemi perch la porta non era chiusa a chiave. Si diresse verso il bagno e colloc stufa e bombola vicino alla porta. Si accert che tutte le finestre fossero ben chiuse, si leg un fazzoletto davanti al naso e cominci a svitare la valvola di sicurezza. Aspettava di sentire il sibilo del gas, fuoriuscire dall'impanatura, ma non accadde nulla. La svit di un altro mezzo giro, ma ancora niente. Il sangue gli afflu al cervello. Gli succedeva quando non riusciva a controllare gli eventi. Veniva assalito da vertigini e da una sorta di sudorazione gelata. Fu preso dal panico. Apr del tutto la chiavetta, stacc il tubo di gomma che entrava nella stufa, ma non usc neppure un alito di gas. Si sollev dalla bombola. Qualcuno l'aveva sostituita! Aveva preso la sua, che era quasi del tutto piena e ne aveva messa un'altra scarica. In caserma quei giochetti erano all'ordine del giorno! Ma non doveva capitare proprio a lui.
Si guard attorno smarrito. Doveva rinunciare. Ma non poteva abbandonare tutto l nel bagno. Sarebbero nati dei sospetti. Luciano Deriu non era un ospite normale. Se si trovava l era per proteggerlo da eventuali attentati. Doveva trovare una soluzione e anche alla svelta.
Il phon appoggiato alla specchiera gli diede l'idea. Mise in pratica le sue conoscenze di elettronica. Con il suo inseparabile coltellino svizzero apr l'apparecchio e sfil il cavo della sicurezza salvavita. Quindi invert i cavi elettrici collegandoli direttamente con il pulsante di attivazione. Premendolo sarebbe dovuta partire una scarica elettrica di tale intensit da ucciderlo all'istante. Fin di avvitare la calotta metallica e torn a posarlo sulla specchiera, dove lo aveva trovato.
Prese di nuovo stufetta e bombola e usc dalla stanza. Ripercorse velocemente il corridoio e scese le due rampe di scale.
Uscendo la pioggia lo invest. Era diventata pi fitta, un vero acquazzone. Di corsa si diresse verso il laboratorio di fisica. Fortunatamente la lezione doveva ancora iniziare. Abbandon stufa e bombola sulla soglia e si diresse verso la sua camerata, dove finalmente pot gettarsi sul letto. Non rimaneva che attendere...
Luciano Deriu nei giorni di permanenza nella caserma si era fatto qualche amico. Il giudice gli aveva suggerito di presentarsi come un ufficiale in attesa di destinazione e di non dire mai a nessuno, per alcun motivo il suo nome. Il gruppo degli amici ufficiali lo accompagn alla palazzina. Si spartirono un ombrello in quattro. Ma serv a poco perch arriv al portoncino con gli abiti completamente zuppi.
Deriu salut i compagni e sal al suo appartamento. Ma prima di aprire not alcune impronte di scarpe nel corridoio. Apr le porta e cap che qualcuno era entrato nell'alloggio in sua assenza. Le impronte si dirigevano verso il bagno. Deriu con circospezione si avvicin alla porta e la spalanc di colpo. Ma non c'era nessuno all'interno. Guard persino dietro la porta. Nessuno.
Per massima precauzione decise di avvisare il suo referente nella caserma. Se poi era necessario, avrebbe chiamato anche il magistrato.
Qualche ora pi tardi ci fu un insolito fermento alla caserma Scianna.
Bartolo guard l'orologio. Erano le cinque del pomeriggio ed era gi sceso il buio. Arriv un'ambulanza dal vicino ospedale Ingrassia. Percorse i viali dirigendosi verso le palazzine degli ufficiali.
A Bartolo sal un groppo nella gola. I suoi colleghi s'interrogavano cosa poteva essere successo.
Qualcuno si avvicin al portone davanti al quale l'ambulanza si era fermata.
I due paramedici scesero dal retro del furgone e si diressero di corsa portando la lettiga e la borsa del pronto intervento.
Cinque minuti dopo uscirono dal portoncino spingendo la lettiga su cui si trovava un corpo ricoperto da un lenzuolo. Lo introdussero nel vano, mentre uno dei due preparava il defibrillatore. Gridarono all'autista di partire. Una veloce retromarcia e a sirena spiegata l'ambulanza ripart fendendo il buio della sera con i due fari abbaglianti.
L'intervento era stato velocissimo, ma qualcuno aveva fatto in tempo a intravedere, sotto il lenzuolo, i pantaloni della persona soccorsa.
I commilitoni di Bartolo domandarono ai compagni di ritorno dalle palazzine, cos'era successo.
Il tenente Marchi  rimasto fulminato.  accaduto nell'appartamento dell'ufficiale che era in attesa di destinazione. Lui per fortuna si  salvato. Ma il tenente, poveretto, ci ha rimesso la pelle. Sembra che sia stato per un phon difettoso.
Bartolo fu preso dalle sue solite vertigini. Per fortuna era buio e nessuno s'accorse del suo pallore cadaverico.

12. Le manie di un boss.

In fuga dalla clinica romana dove per un soffio Ninuzzu era riuscito a sfuggire alla cattura dei carabinieri che erano andati ad arrestarlo, il boss dei corleonesi fu accolto nell'abitazione di Tano Badaloni a Palermo. L'ospitalit che l'ex capo della Commissione gli concedeva era un inequivocabile segnale di rispetto nei confronti dei corleonesi. Senza averlo mai palesato ad alcuno, Badaloni in cuor suo aveva sempre apprezzato l'audacia e la ferocia dei viddani nel risolvere il problema Cavaterra. Inoltre Saro e Piddu in quei mesi si erano guadagnati la simpatia di numerose famiglie per altri favori e operazioni portate brillantemente a termine.
Ma quella di Tano Badaloni non poteva essere una sistemazione definitiva, visto lo stato di latitante di Ninuzzo.
Un giorno il capo famiglia gli propose: Senti Ninuzzu, stavo pensando che per un po' di tempo ti dovresti allontanare da Palermo. Fai calmare le acque. A Catania c' Caldera che  disposto ad ospitarti. Lascia qui Saro. Ci penser lui a seguire i tuoi affari e a tenere i contatti con te. L'ho visto all'opera,  un picciotto in gamba, ti puoi fidare. In fondo Catania  soltanto a due ore e mezza di macchina, non  in capo al mondo. Fai passare un po' di tempo. Riposati e pensa a curare i tuoi dolori.
Ninuzzu e i suoi corleonesi per entrare nel giro grosso degli affari palermitani avevano puntato tutto su Vito Ciarlantini, assessore ai lavori pubblici del comune. Anche lui era un corleonese, sangue del loro sangue e Vito si faceva guidare soltanto da Ninuzzu e Saro nel distribuire appalti milionari ad amici e conoscenti che poi i viddani provvedevano a steccare con il loro compaesano. Ninuzzo non voleva allontanarsi dalla citt per timore di non poter pi controllare gli affari con Vito. Ma Saro lo tranquillizz. Ci avrebbe pensato lui a tenere Ciarlantini per la collottola, lo conosceva troppo bene, praticamente erano coetanei. Erano cresciuti insieme a Corleone, anche se Vito, pi ambizioso, aveva studiato e si era laureato a Palermo.
Ninuzzo comunque accett la raccomandazione dell'amico Badaloni. Accompagnato dagli inseparabili Saro e Piddu si trasfer a Catania da Pippo Caldera.
Tano Badaloni aveva parlato personalmente con Caldera. Al telefono gli aveva detto: Pippo, mi raccomando, trattami bene Ninuzzu. I viddani se la sono vista brutta. Prima hanno dovuto fare la guerra contro il dottor Nazzaro, poi si sono dati alla macchia, sempre su e gi per le montagne di Corleone per sfuggire agli sbirri, con la pistola nella cinta e il fucile in spalla. Non  stata una bella vita la loro. Non se la passano proprio bene, quindi diamogli una mano. Abbiamo bisogno che siano dalla nostra parte perch sono dei cagnacci duri come il marmo ed  meglio averli alleati. Quello che sanno fare con le armi loro, noi ce lo siamo dimenticati.
Il catanese era chiamato ugola d'argento per via di un amplificatore che portava alla gola e che lo aiutava a parlare in seguito a un'operazione alla laringe. Caldera con voce metallica lo tranquillizz: Non ti preoccupare Tano. Lo tratter come un fratello.
Pippo Caldera in effetti accolse il corleonese con tutti gli onori: Considerati a casa tua, Ninuzzu. Qui potrai disporre a tuo piacimento della casa e dei miei uomini, almeno fin quando non ti avr trovato una sistemazione degna di te.
Alla famiglia di Caldera fece impressione l'autorevolezza di Ninuzzo. Si era presentato a bordo di una Mercedes guidata da Saro, insieme a u Tignusu, suo guardaspalle, con una scorta di quattro auto che avevano il compito di controllare che sulla strada non ci fossero posti di blocco della polizia. Aveva indossato un Litrico gessato a doppio petto. Con il bastone impreziosito da un pomello d'avorio e un sigaro perennemente stretto tra le dita, sembrava lo stereotipo del gangster americano.
Ninuzzo rest a Catania con Piddu che gli faceva praticamente da domestico. Saro e gli altri tornarono a Palermo per controllare gli affari della famiglia.
Ninuzzo per si dimostr presto un ospite troppo invadente. Costringeva Pippo Caldera ai servizi pi umilianti, per esempio gli chiedeva un tipo particolare di acqua oligominerale per via dei calcoli di cui soffriva. Poi si era fissato con una donna che aveva conosciuto in ospedale e voleva possederla a tutti i costi. Caldera riusc a farlo ragionare dicendogli che avrebbe potuto riconoscerlo e quindi denunciarlo. Cambi due volte abitazione perch erano o troppo umide o poco luminose. Alla fine Pippo gli trov una sistemazione alle pendici dell'Etna, in una villa nei pressi di San Giovanni La Punta, in zona Vaccarizzo e finalmente Ninuzzo sembr esserne soddisfatto.
In questo periodo il corleonese non cacci mai una lira, neppure per comprare i suoi sigari o per l'affitto della villa. In quei primi anni Settanta, i capi mafiosi economicamente non se la passavano un granch bene, perch per i processi avevano dovuto affrontare le ingenti spese degli avvocati oltre a garantire il mantenimento della famiglie dei mafiosi che si trovavano in galera. Mantenere un latitante era costosissimo e in particolare Ninuzzo a causa delle sue continue pretese. L'ultima richiesta fu quella di avere un picciotto armato a disposizione che lo scarrozzasse sulle strade intorno a Randazzo, sull'altro versante del vulcano. Ninuzzo sperava d'incontrare Angelo Manfredi, il commissario che l'aveva catturato anni prima. Voleva fargliela pagare. Al picciotto, che intanto guidava, raccontava per filo e per segno le torture che gli avrebbe fatto patire prima di ammazzarlo. Tanto che il giovane aveva cominciato ad averne paura e stava ben attento a infilare le parole giuste nel discorso perch non voleva alterarlo. Il picciotto era cos spaventato che rifer i discorsi deliranti di Ninuzzo al suo boss e gli chiese di dispensarlo da quell'incarico.
Pippo Caldera se ne lament con Tano Badaloni. Ninuzzo  un carattere pesante. Mi tocca girare per i paesi alla ricerca della sua acqua minerale preferita e mi terrorizza i picciotti con discorsi truculenti. Non tira fuori un soldo di tasca sua. Non ce la faccio a mantenere lui e u Tignusu, la sua guardia del corpo. Le famiglie di Palermo mi devono dare una mano. Quanto ancora devo tenerlo?
Tano lo esort ad avere pazienza ancora per un po'. E accolse le richieste dell'amico tassando se stesso e gli altri capi famiglia.

Com'era stato auspicato da Masino Buscemi si decise di formare il tanto auspicato triumvirato. I capi mafia erano tutti d'accordo sui primi due nomi, Tano Badaloni e Stefano Bont, mentre c'era dissenso sul terzo componente. Fu Tano a mettere tutti d'accordo.
Ho pensato a Ninuzzu, perch oggi con il suo gruppo di corleonesi, costituisce il pi potente gruppo di fuoco di cui possiamo disporre.  gente tosta, abituata alla sofferenza e credo che sia giusto riconoscergli questo primato.
Qualcuno dei boss mugugn. Non vedeva di buon occhio l'ascesa dei corleonesi perch era gente brutale, con la quale era difficile fare un ragionamento. Tra i mafiosi girava una battuta: I corleonesi prima ti sparano e poi, a te agonizzante, chiedono perch ti hanno dovuto sparare.
Speriamo di non dovercene pentire, comment Stefano Bont, il loro pi accanito avversario.
Ninuzzu, raggiunto dalla notizia della sua nomina nella villa di Vaccarizzu, ne fu lusingato. Ma non potendo partecipare alle decisioni del triumvirato, a causa del suo stato di latitante, decise di affidarne la responsabilit a uno dei luogotenenti.
Si fece raggiungere da Saro al quale confid: Per noi corleonesi questa nomina  un grande riconoscimento da parte delle famiglie.  un passaggio che ci porter nuove opportunit. Io non mi posso ancora muovere da qui. Ho pensato a te come mio sostituto. L'alternativa era u Tignusu. Lui spara da dio, ma ha il cervello di una gallina. Tu invece sai fare bene le due cose: sai ammazzare senza problemi, ma sai anche far funzionare bene il cervello.
Con quella decisione Ninuzzo spian a Saro la strada per la futura ascesa ai vertici di Cosa Nostra.

13. Il giudice e Ninetta.

L'investitura di Saro come vicer all'interno del triumvirato, fu guastata per dalle vicende giudiziarie in cui fu coinvolta la sua fidanzata Ninetta.
Il Procuratore capo di Palermo, Pietro Scandurra voleva a tutti i costi inchiodare il clan dei corleonesi alle sue responsabilit. Per costringerli a uscire allo scoperto aveva ideato una strategia che contravveniva al principio, non scritto, che da sempre regola il rapporto tra criminalit e forze dell'ordine: i familiari, dell'una e dell'altra parte, dovevano restare fuori dalle loro questioni.
Il magistrato diede ordine alla Questura della citt di perquisire a Corleone l'abitazione di Ninetta, perch sospettata di essere l'ufficiale di collegamento della cosca di Ninuzzo e Saro. L'anello di congiunzione tra i vari latitanti.
Ninetta fin sulle prime pagine di tutti i giornali dell'Isola. Le venne ritirato il passaporto e la direttrice dell'Istituto magistrale Sacro Cuore di Corleone, dove insegnava, la licenzi per manifesta incompatibilit con il ruolo che ricopriva. Infine venne proposta anche per il soggiorno obbligato.
Saro and su tutte le furie quando venne a sapere quello che il Procuratore Scandurra aveva escogitato per stanarlo. Ebbe la fermezza d'animo di non agire impulsivamente. Mantenne la calma imponendosi di aspettare con pazienza il momento opportuno per vendicarsi del troppo solerte magistrato.

Una vendetta che per non poteva pi essere rimandata era quella contro Luciano Deriu, l'usignolo. Il giudice Tamburini gli aveva annunciato che voleva ancora ascoltarlo su certi fatti accaduti l'anno precedente a Palermo riguardo alla morte di un costruttore edile. La voce arriv all'orecchio di Tano Badaloni che chiam Francesco Orlando, ordinando di accelerare le pratiche per la definizione dell'ordine che ben conosceva.
Francesco incontr il figlio la domenica successiva a pranzo. Questa volta fu pi diretto e gli disse: Bartolo, non c' pi tempo. Il giudice la settimana prossima andr a interrogare u curnutu. Dovrai fargli il servizietto prima dell'incontro. Gli diede una fune. Usa questa.
E cosa ci dovrei fare?, domand il ragazzo con un moto di ripulsa.
Lo tramortisci, poi gliela metti intorno al collo, ti posizioni dietro, cos non dovrai vedere i suoi occhi, quindi stringi con tutte le tue forze.
Ma pap sei pazzo a chiedermi una cosa del genere?
Sarebbe tutto pi semplice con un colpo di pistola, ma poi succederebbe un casino. Invece strangolandolo tu ne esci pulito. Gli fai un cappio e lo appendo alla maniglia di una finestra o di un armadio. Cerca un appiglio un po' alto. Penseranno che si  suicidato e l'affare  chiuso.
Ma non riuscir mai a strangolarlo. Ti sembra una cosa facile da fare?, si lament il ragazzo.
Ma  facilissimo. Anch'io la prima volta ho avuto problemi. Ma poi, imparata la tecnica,  un gioco da ragazzi.
Tu la fai sempre facile.
Te lo ripeto,  facile, ripet il padre. Guarda come devi fare. Pass la fune intorno al collo del figlio. Lui sar tramortito, quindi non opporr alcuna resistenza. La giri in questo modo, poi incroci le due cime e stringi, stringi sempre. Vedi com' semplice?
E come mi accorgo quando muore?.
L'uomo sorrise beffardo: Te le accorgerai, te l'assicuro, te ne accorgerai.
Ma non voglio farlo. Non puoi chiedermi questo
Dipende da te. Non volevi iscriverti al Politecnico?.
Il giovane Bartolo aveva orrore dell'incarico che il padre gli aveva imposto. Il tempo stringeva e avrebbe dovuto mettere in atto il piano il giorno dopo, luned.
Quella notte la pass completamente insonne, ripassando le operazioni che il genitore gli aveva suggerito di eseguire.
Doveva entrare in azione il pomeriggio. Bartolo si nascose nel sottoscala e aspett con pazienza che Deriu uscisse dal suo appartamento per la sigaretta che era solito fumare prima della cena. Appena sent richiudere il portoncino della palazzina, usc dal nascondiglio e sal velocemente le scale per raggiungere l'appartamento del pentito. Entr e and a staccare il fusibile dalla centralina del quadro elettrico. Dalla vita sciolse la corda e la poggi a terra. Poi dalla cinta estrasse il pesante tubo di piombo che aveva rubato in magazzino.
Il padre gli aveva detto che il colpo alla testa doveva essere deciso e secco. Un colpo solo, non numerosi. Uno soltanto. Gli aveva suggerito anche di chiudere gli occhi, in attesa dell'arrivo della vittima, per abituarli al buio. Non fece a tempo a concentrarsi su quel concetto, che sent la maniglia della porta aprirsi. Una lama di luce, proveniente dal corridoio, illumin una parte della stanza. Luciano Deriu pigi l'interruttore della luce, ma il lampadario non si accese.
Era venuto il momento di agire. Bartolo, nascosto dietro la porta, usc e vibr il colpo con tutte le sue forze. Deriu era alto almeno una spanna pi di Bartolo e il tubo colp non la testa, ma la spalla dell'uomo. Si pieg su se stesso per il dolore. Bartolo torn alla carica e questa volta centr in pieno la nuca dell'uomo. Aveva il fiato grosso per l'emozione. Vide il suo bersaglio scivolare a terra in un rantolo. Afferr la corda e gliel'avvolse intorno al collo, poi rigir le cime come gli aveva insegnato il padre. Gir e gir e gir stringendo contemporaneamente i due capi, facendo forza con lo scarpone dietro la schiena del poveretto. Istintivamente Luciano Deriu afferr la corda intorno al collo. Il corpo cominci a vibrare, si allung a terra, mentre Bartolo non finiva pi di stringere e l'uomo non finiva mai di vivere. Le gambe si agitavano come a voler sfuggire alla morte. Poi i pantaloni si bagnarono e un fetore di feci si propag da quel corpo straziato. Il giovane Bartolo cap che era alla fine della prova. Il padre gliel'aveva detto con un sorriso beffardo te ne accorgerai, quando arriver la morte... Corse in bagno in cerca del water dove rigett i pochi succhi gastrici che aveva nello stomaco, non avendo mangiato da un giorno intero. Torn nella stanza buia e si mise a cercare un appiglio abbastanza alto dove appendere il cadavere.

14. La mafia e il principe.

Saro, in quegli stessi mesi, come membro del triumvirato, dovette affrontare insieme a Badaloni e Bont una questione di capitale importanza. Un evento che avrebbe rivoluzionato l'esistenza stessa di Cosa Nostra.
Un personaggio, che tutti chiamavano il Principe Nero, per i suoi trascorsi politici, famoso comandante della X MAS e repubblichino convinto, stava organizzando un golpe contro il Parlamento repubblicano, sostenuto da una parte degli apparati dello Stato, della massoneria deviata e delle organizzazioni neofasciste. Chiedeva alle famiglie mafiose di sostenerlo in Sicilia nell'insurrezione. In cambio avrebbe concesso la revisione dei processi e una sanatoria per tutte le pendenze giudiziarie.
La discussione tra i capi famiglia fu molto serrata perch quell'opportunit stava a significare l'entrata ufficiale della mafia tra le pieghe dello Stato. Finalmente i mammasantissima avrebbero avuto una loro dignit sociale ed economica al riparo della legge.
Ninuzzu, dal suo rifugio etneo mand a dire, attraverso Saro, che era molto favorevole a una soluzione del genere. In quei giorni stava iniziando contro di lui il processo per l'omicidio del dottore Nazzaro e la sanatoria l'avrebbe salvato dall'ergastolo. Altri boss erano per interdetti, come Michele Russo e lo stesso Tano Badaloni. Gi una volta lo Stato aveva cercato accordi con la mafia, ma quando qualcuno di loro si era fatto riconoscere, le guardie del prefetto Mori si erano scatenate arrestando e mandando al confino plotoni di mafiosi.
La discussione comunque infiamm gli animi delle famiglie mafiose per molte settimane. La voce del prossimo golpe era diventata ormai una sorta di segreto di Pulcinella e arriv anche alle orecchie ben allenate di un giornalista dell'Ora, un segugio sempre alla ricerca dello scoop. Soltanto chi fa il reporter pu comprendere il sapore dolce amaro di quella parola.
Maurizio De Caro al giornale era stato confinato alla sezione sportiva per un conflitto con il suo caporedattore che ne voleva limitare il campo d'azione. Ma De Caro era il tipico giornalista come il cinema americano ci ha insegnato a immaginare: perennemente con la sigaretta in bocca, avvolto in una nuvola di fumo, sempre sulla notizia, un vero reporter che riusciva a leggere i fatti incrociandoli sapientemente con i contesti in cui avvenivano. Aveva poi la straordinaria abilit a saper dettare a braccio un articolo lungo e strutturato, comprese le virgole e i punti in un'epoca in cui i giornalisti si dividevano in due categorie: quelli che dettavano i pezzi al telefono e quelli che non lo avevano mai fatto. Insomma un vero reporter d'assalto, come non se ne incontrano pi.
Mentre svolgeva il suo lavoro di routine di argomento sportivo, continuava a indagare sullo scoop che da settimane lo impegnava. Aveva raccolto le voci di un colpo di Stato condotto dal Principe Nero con il sostegno di Cosa Nostra. Aveva bisogno di riscontri e di conferme, di almeno una fonte inoppugnabile. Maurizio sapeva dove poter andare a pescare le fonti di una notizia bomba come quella: il Circolo della Stampa di Palermo.
In quegli anni il Circolo si trovava alle spalle del Teatro Massimo. Era soprattutto una bisca dove la sera s'incontravano gli aristocratici, gli uomini d'onore e i professionisti pi in vista della citt. Si giocava a poker, si beveva, si discuteva di politica e di sport, si leggevano le ultime notizie delle ultime edizioni dei quotidiani serali.
Maurizio De Caro con la sua nota abilit lanciava qua e l qualche provocazione per capire se l'interlocutore era quello giusto.
Per ampliare le sue informazioni a volte doveva scoprirsi, non c'erano altre strade.
Masino Buscemi frequentava il Circolo, insieme a Tommaso Spada, il re del contrabbando e c'era anche il cognato di Stefano Bont. Forse fu proprio suo cognato a riportare l'informazione che Maurizio De Caro sapeva dell'affare romano.
L'incontro a Roma con il Principe Nero era stato programmato da una settimana. Per incontrarlo e valutare la veridicit delle sue proposte, il triumvirato aveva deciso di spedire nella capitale Pippo Caldera, Giuseppe Di Clemente, lo stesso Saro e un avvocato palermitano che aveva fatto da tramite tra il Principe e le famiglie mafiose.
Nello studio di un commercialista i quattro siciliani incontrarono il Principe. Erano con lui anche due generali dei servizi segreti militari. L'incontro si prolung per ore perch le domande da fare erano tante e le promesse che i mafiosi si aspettavano altrettanto numerose.
Il Principe ribad l'impegno di cancellare le condanne inflitte ai mafiosi con la revisione dei processi, anche le condanne all'ergastolo. Nessuno poi sarebbe pi andato al soggiorno obbligato, n avrebbe pi subito la sorveglianza speciale. Insomma il suo governo avrebbe cancellato il loro passato con un colpo di spugna. Naturalmente, concluse il Principe, quando saremo al governo della nazione, se commetterete degli omicidi la polizia e la magistratura dovr perseguirvi. Non ci potremo voltare dall'altra parte, lo capite.
Importante, sottoline Caldera con la sua voce metallica  che non ci facciate scherzi, come  accaduto con Mussolini e il prefetto Mori.
Per noi la parola  sacra. Cos ho detto e cos sar fatto.
Le argomentazioni del Principe sembravano aver convinto la delegazione mafiosa.
Poi per, entrando nel dettaglio dell'operazione, l'ex gerarca specific i loro compiti: La notte del golpe sar vostro compito neutralizzare il capo della polizia a Roma. Lui ha un grande ascendente sui suoi uomini e non possiamo permetterci di lasciarlo in vita. Ha una scorta di due poliziotti sotto casa. Sar sufficiente l'intervento di un paio di vostri killer. Invece in Sicilia il vostro compito principale sar quello di arrestare chiunque si opponga al colpo di Stato. Inoltre....
Saro, che fino a quel momento era rimasto in silenzio ad ascoltare, intervenne, interrompendo il loro ospite: Un momento signor Principe, se ho capito bene noi dovremmo arrestare chi si oppone al colpo di Stato? Cio ci chiede di sostituirci agli sbirri?.
Il Principe allarg le braccia: Qual  il problema?.
Saro sorrise beffardamente: Se dobbiamo ammazzare qualcuno non abbiamo problemi, ma sostituirci alla polizia questo proprio no. Non fa per noi, afferm risoluto.
D'accordo, non scaldiamoci per cos poco. Il problema sono gli ufficiali. Qualcuno di loro potrebbe rifiutare di obbedire agli ordini.
Le assicuro, Principe, che sar sufficiente dare un esempio per fare cambiare idea a tutti, sostenne Saro sibillino.
Un esempio tipo Gestapo?, domand il Principe che aveva visto molte volte applicare con successo quella soluzione.
Se l'esempio non la ripugna, direi: s....
Credo che lei abbia ragione. Ammazzare uno per educarne mille. Funziona sempre.
Di Clemente riprese la parola: Bene. Principe, cos'altro dobbiamo dirci?
Vorrei una lista di nomi della vostra gente per sapere, terminato il colpo di Stato, chi premiare e chi deve beneficiare dello sconto di pena. Sarebbe poi opportuno che durante l'azione i vostri uomini siano contraddistinti con una fascia verde al braccio, per non incorrere in deprecabili disguidi.
Saro era indignato e affront il Principe, anche se era pi alto di lui di un paio di spanne. Signor Principe, lei non ci pu trattare come tanti..., si trattenne dal dire la parola. Insomma non siamo degli sprovveduti. La lista di uomini d'onore e la fascia se le pu scordare.
Il Principe lanci un'occhiata ai due generali che alzarono le spalle, come per dire: Ti avevamo avvisato!.
Va bene. Troveremo un altro sistema. Non saranno questi dettagli a fermare la nostra operazione.
Un'ultima cosa, continu Saro con voce grave. Prima di salire su a Roma, abbiamo scoperto che un giornalista dell'Ora  venuto a sapere del golpe e sta facendo domande imbarazzanti in giro per la citt.
Quella notizia sconvolse il Principe e i due generali. E lo dite adesso?.
Il generale pi anziano intervenne: Sapete il suo nome?
Si chiama Maurizio De Caro. Lavora all'Ora di Palermo, l'inform Giuseppe Di Clemente.  un tipo tosto.  peggio di uno sbirro quando si mette sulle tracce di una notizia.
Il Principe barcoll per la sorpresa. Balbett il nome: Maurizio De Caro. Sembr inseguire antichi ricordi.  un tipo alto, cammina un po' claudicante?
S, rispose Di Clemente.
La moglie si chiama Elide?
S, credo. Ma lo conosce, Principe?
Lei sa come ha chiamato la sua seconda figlia?
Come l'ha chiamata?.
Con il mio nome. Sono stato il suo comandante alla Decima Mas..., la voce era incrinata dall'emozione, anche se uno come lui raramente nel corso della sua vita si era mai emozionato.  un camerata. Almeno lo era. Poi si  gettato anima e cuore a rincorrere la verit. Era un compagno fidato... S, lo conosco bene. Se addenta un osso non lo molla. O frantuma l'osso o crepa lui.
 necessario fermarlo immediatamente. Bisogna chiudergli la bocca, sentenzi il generale anziano. Prima che mandi all'aria tutta l'operazione.
La condanna per il valoroso reporter era stata emessa.

15. Morte di un reporter d'assalto.

Quella sera di settembre a Palermo spirava uno scirocco che toglieva il fiato. Maurizio termin di scrivere il pezzo sul mediano Alberto Malavasi, un giocatore di calcio ingaggiato dal Palermo per diciotto milioni. Consegn le cartelle al linotipista e usc.
Affront il vento di scirocco boccheggiando e si rifugi in un bar di via Pirandello. Si fece macinare un pacchetto di caff, compr una stecca di Nazionali e una bottiglia di whisky. Incontr alcuni colleghi che gli fecero gli auguri perch all'indomani sua figlia Franca si sarebbe sposata. Sal sulla sua BMW blu e si diresse verso casa.
Sua figlia Franca lo precedette di pochi minuti. Insieme al fidanzato si erano attardati a casa dei futuri suoceri per gli ultimi preparati. Il ragazzo, dopo averla lasciata davanti al portone di casa, la salut con un ultimo bacio e si allontan. Franca stava aprendo il portoncino, quando vide arrivare la BMW del padre. Lui, dopo aver parcheggiato, scese e da lontano le fece cenno di andare avanti e di non aspettarlo. Franca lo vide mentre si avvicinava a tre uomini che lo stavano aspettando. Conosceva il carattere del padre, che tanto irritava la madre. Sapeva che per lui sopra ogni cosa c'era la notizia. Non staccava mai dal suo lavoro. Se il giorno delle sue nozze fosse accaduto qualche evento straordinario, sarebbe stato capace di abbandonare la cerimonia per andare a rincorrere un pezzo della sua verit.
Prima di scomparire dentro il portone, Franca si gir per l'ultima volta e per l'ultima volta lo vide allontanarsi nella sua stessa BMW in compagnia degli altri tre sconosciuti.
Maurizio De Caro diresse la BMW verso via Sciuti, come gli aveva ordinato quello che dei tre sembrava il capo. Poi imbocc via Terrasanta e svolt per entrare in piazza Diodoro Siculo. Ancora un po' e in via Pietro D'Asaro i quattro abbandonarono la BMW e salirono su un'altra vettura.
Questa volta al volante si mise il capo dei tre uomini misteriosi. Si diresse verso una masseria di Santa Maria del Ges, una borgata di Palermo sorta nei pressi delle rovine di un antico monastero, nel regno di Stefano Bont.
I tre mafiosi lo legarono a una sedia e lo torturano per conoscere da chi aveva saputo del colpo di Stato e chi altri conosceva la notizia. Ma Maurizio era davvero un duro. Non fece il nome del suo informatore e fin per essere strangolato. Portarono il corpo nei pressi della foce del fiume Oreto e lo seppellirono maledicendo la sua testardaggine.
Com' la regola, nei fatti di mafia, nei primi mesi della sua scomparsa circolarono le voci pi controverse e calunniose sulle ragioni di quella sparizione. Si pens innanzitutto a un sequestro a scopo intimidatorio. Ma l'interminabile silenzio seguito alla sua scomparsa, fece cadere questa ipotesi.
De Caro stava collaborando alla sceneggiatura di un film sulla morte di Enrico Mattei. Qualcuno sugger che poteva essere stata la CIA a far precipitare l'aereo su cui volava, per ricambiare un favore alle Sette sorelle del petrolio, visto che Mattei stava trattando le forniture di greggio per l'Italia direttamente con gli arabi. Si pens persino a una storia di ricatti di non ben definita natura. Ma, come sentenzi lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia: In Sicilia di ricatto non si muore, ma ci si campa, e anche questa congettura fu scartata.
In definitiva il corpo dell'eroico giornalista non fu pi restituito alla famiglia e ancora oggi non ha una tomba dove riposare.
Intanto la magistratura continuava a fare il suo corso e a dicembre del 1970 Ninuzzu fu condannato in contumacia, dalla Corte d'Appello di Bari, al suo primo ergastolo per l'omicidio del dottore Michele Nazzaro.
Questa sentenza scaten la rabbia di Saro e u Tignusu. I due luogotenenti della banda dei corleonesi accusavano Pietro Scandurra, il procuratore di Palermo, di persecuzione. Giurarono che quello che stava per arrivare sarebbe stato il suo ultimo Natale.

16. Tanti soldi e subito.

La notizia della condanna all'ergastolo raggiunse Ninuzzu nella tranquillit dei limoneti che circondavano la villetta alle falde dell'Etna. Pippo Caldera, il boss catanese che lo stava ospitando, fu molto accorto nello scegliere le parole giuste per non farlo irritare. Ninuzzu era famoso per le sue incontenibili collere.
Curiosamente quella volta incass il colpo con molta serenit. Era come se l'ergastolo non fosse stato inflitto a lui. Caldera ne approfitt per riferirgli le raccomandazioni di Tano Badaloni.
Manda a dirti di restare tranquillo qui a Catania ancora per un po', rifer Caldera spingendo il microfono sulla laringe. Dice di non preoccuparti per Saro. Ha tutta la loro fiducia e dice che segue i tuoi affari come meglio non potrebbe.
Gli affari si fanno quando sono i soldi degli altri, consider con amarezza Ninuzzu.
Caldera pens che i corleonesi diffidavano anche tra loro. Erano persone davvero singolari quei viddani. Non avrebbe voluto averli come nemici neppure in cambio di tutta l'eroina del mondo.
Giuseppe, ti sono riconoscente per l'ospitalit, gli disse all'improvviso Ninuzzu. Ma penso che sia arrivato il momento cambiare aria.
Quella dichiarazione fu melodia per le orecchie di Caldera. Ma con faccia contrita gli rispose: Ma Tano ha detto che devi restare nascosto ancora per qualche tempo.
 un po' di giorni che ci penso. A nord ho un amico. Mi ha detto che circolano un sacco di quattrini e un sacco di donne disposte a spenderli con chi  generoso con loro. Me ne andr a Milano.
Ninuzzu aveva capito che l'aria dell'isola era diventata pesante per lui e non soltanto a causa della pena all'ergastolo, quanto per il fatto che i suoi stessi compagni volevano che restasse trincerato in quella specie di gabbia dorata. Ninuzzo non amava essere comandato e le rigide regole delle famiglie palermitane gli stavano troppo strette.
Lasci a Saro il compito di sostituirlo nel triumvirato e sal a Milano dove s'insedi in un grande appartamento del centro. Si fece passare per un importante uomo d'affari. Una volta recitava la parte del barone siciliano e un'altra quello di un ricco gioielliere. Frequentava i locali da ballo pi alla moda e le bische dell'alta borghesia milanese. Vestiva con abiti firmati e aveva una collezione di preziosi bastoni da passeggio con i quali si aiutava quando i dolori alla schiena lo tormentavano. Pagava sempre in contanti, cacciando dalla tasca dei pantaloni mazzette di banconote da far invidia a uno sceicco. Le donne si lasciavano sedurre senza opporre troppa resistenza. E non erano soltanto prostitute d'alto bordo, ma la leggenda parla anche di nobildonne dell'aristocrazia e della borghesia industriale lombarda, perdutamente attratte dai modi violenti e a volte odiosi del barone siciliano.
Mentre Ninuzzu se la spassava a Milano, Saro a Palermo era diventato il solo interlocutore dei corleonesi con Tano Badaloni e Stefano Bont.
Saro pi volte si era lamentato con Tano di sentirsi confinato ai margini delle attivit delle altre famiglie. I corleonesi non avevano un loro territorio a Palermo su cui esercitare un controllo dei traffici leciti o illeciti che fossero. Dovevano accontentarsi delle briciole delle altre cosche.
Ma soprattutto, espose al temibile capo mafia con tono rispettoso, noi corleonesi siamo stati emarginati dal businisse pi redditizio. Che  quello della droga. Ho saputo che Stefano Bont non vuole spartire con noi un po' di quel ben di Dio. Ma, parlando rispettosamente, non potete trattare i corleonesi soltanto come stracci sporchi, buoni soltanto quando c' da pulire il sangue che spargiamo a beneficio di tutte le famiglie.
Tano Badalloni ascolt in silenzio la critica neppure tanto velata di Saro. Ravvis un sentimento di rivalsa e la cosa non gli piacque.
Le famiglie sono gelose dei loro affari. Comunque parler con Bont di questo vostro problema. Nel frattempo atteniamoci alle regole e al rispetto che dobbiamo avere l'uno per l'altro, tent di contenerlo Badaloni.
Ma le parole di Tano non avevano calmato Saro e tanto meno tranquillizzato. Qualche giorno dopo il corleonese s'imbarc sul primo aereo per Milano, insieme all'inseparabile Piddu, per raggiungere il loro boss.
Ninuzzu gestiva i suoi affari nel retrobottega di una enoteca nei pressi dei Bastioni di Porta Venezia. Qui si riuniva con i suoi picciotti milanesi. Per la verit era tutta gente emigrata dalla Sicilia in cerca di fortuna o inviata al confino nella provincia lombarda. Non facevano nulla per tentare di nascondere le origini meridionali e Ninuzzo con il loro aiuto aveva organizzato estorsioni e avviato un lucroso traffico di droga, grazie anche alle conoscenze di un paesano che si era trasferito nella citt della Madunina sin dagli anni Sessanta. Insomma gli affari per lui andavano a gonfie vele.
Saro e Piddu invece avevano da lamentarsi delle faccende palermitane e stavano pensando seriamente di trasferirsi anche loro a nord e creare l un grande businisse.
Non  questa la soluzione, li ferm subito il boss. Qui siamo stranieri in un territorio che non ci appartiene. Qui la mentalit  tutta particolare, pontific Ninuzzu. Qui i criminali girano con macchinoni, hanno catene d'oro al collo, si fanno vedere con certi stacchi di donne, che soltanto di cosce sono pi alte di te, Saro.
Ma che minchia dici, Ninuzzu, si ombr Manuzza che non voleva sentir parlare della sua altezza.
Di, non te la prendere, Ninuzzu gli diede un buffetto paterno sulla guancia. Ma ci pensate andare in giro conciati in quel modo qui a Milano? Vedete come siete conciati?. Tutti scoppiarono a ridere all'immagine bizzarra.
Tu sei da molto tempo assente da Palermo, intervenne u Tignusu, che in genere se ne stava silenzioso in disparte. Guarda che a Palermo i malavitosi si sono tutti ripuliti. Non  pi come una volta. La coppola la portiamo noi viddani e pochi altri. Ora per riconoscere un mafioso, basta che gli guardi che macchina ha ed  sempre una Mercedes nera. Tutti indossano camicie di seta, vestiti su misura, cravatte italiane e alle dita hanno certi brillocchi da abbagliare la vista e tutti portano al polso un Rolex d'oro. Che soltanto quello costa pi di tutti i vini di questa enoteca. I tempi sono cambiati, caro Ninuzzu.
Dobbiamo crearci un nostro traffico per la droga, intervenne Saro. Ma per fare questo abbiamo bisogno di un mucchio di soldi. Dobbiamo trovare qualcuno che ci finanzi. Non sono sufficienti quei quattro spicci che rimediamo dalle estorsioni.
Ninuzzo si vers del vino. Sembrava inseguire un pensiero. Rest in silenzio per qualche istante. Un modo ci sarebbe per fare tanti soldi in fretta.
E quale?, interrog Saro.
In Sardegna c' un'Anonima sequestri efficientissima, li inform Ninuzzu. Perch non ne inauguriamo una simile anche gi da noi?
Sequestri?, intervenne Piddu. Ma la Commissione  stata chiara a questo riguardo. N Bont n Badaloni ne vogliono sentir parlare. Dicono che un sequestro scatena le forze di polizia perch  uno dei crimini che fa pi ribrezzo all'opinione pubblica. Con i posti di blocco a ogni incrocio, tutti i traffici sono destinati a fermarsi. Sono stati chiari a questo riguardo.
Ebbene? E chi se ne fotte dei traffici, tanto sono i loro, rispose Saro che trovava l'idea per niente da scartare. Ma in Sardegna ho letto di riscatti miliardari.  proprio quello di cui avremmo bisogno.
Ma cos le altre famiglie finiranno per farci la guerra. Non aspettano altro per disfarsi di noi, continu u Tignusu, fermo nel suo dissenso.
Piddu, sai che ti dico?, Saro sembr riprendere in mano le redini della situazione. Se vogliono la guerra, che guerra sia. Noi non abbiamo bisogno di loro. Possiamo farne a meno. Siamo di Corleone e per abbattere uno di noi ce ne vogliono almeno venti di palermitani.
Saro ha ragione, approv Ninuzzu. Possiamo fottercene delle famiglie e della Commissione. Tanto pi che ora c' un triumvirato dove noi abbiamo voce in capitolo. Datemi il tempo per raccogliere qualche informazione. Vi dir io il nome della vittima. Poi per per il piano e l'organizzazione del rapimento dovrete provvedere voi. Saro, pensi di esserne all'altezza?
Ninuzzu, tu dimmi il nome e al resto penseremo io e Piddu. In culo a tutti i Bont e i Badaloni di questo mondo, concluse Saro.

17. Non giurare mai sui santi.

Ninuzzu, durante la latitanza catanese, nella tenuta di Vaccarizzo, nelle lunghe ore a non far niente aveva stilato una lista di possibili persone da sequestrare. I nomi comprendevano sia invidivui della provincia catanese, sia persone facoltose della Sicilia occidentale. Tra le tante, una in particolare poteva essere la pi papabile: Antonino Cammarota, figlio di Francesco, un ricco commerciante di marmi pregiati. L'idea per rest sulla carta. Ma ora era venuto il momento di mettere in pratica i suoi esercizi di stile.
Ninuzzu aveva deciso di scegliere lui per tre buoni motivi: il primo perch il padre era imparentato con Pietro La Torre dell'Uditore, uno dei loro pi acerrimi nemici. Il secondo perch il padre era un intimo amico del procuratore Pietro Scandurra, altro personaggio che prima o poi avrebbero dovuto incontrare e infine perch il ragazzo era il protetto di un importante ministro della Repubblica che gli aveva fatto da padrino. Il suo sequestro avrebbe fatto scalpore a Roma e di conseguenza avrebbe avuto una risonanza nazionale.
Fino a quel momento la Sicilia era rimasta immune dal fenomeno dei sequestri. I vertici di Cosa Nostra avevano promulgato una legge non scritta che vietava qualsiasi sequestro di persona. Un sequestro provocava troppo allarme sociale, troppi sbirri in giro per le campagne e le strade. L'unico episodio risaliva a sei anni prima, nel 1965, avvenuto ad Alcamo, quando una ragazza fu sequestrata da un giovane mafioso, con l'aiuto di una mezza dozzina di suoi compari, perch si era invaghito di lei.
Ma non era la tipica fuitina, dove due innamorati, di comune accordo, ma contro i voleri delle famiglie, decidevano di fuggire, consumare il rapporto amoroso e conseguentemente convolare a giuste nozze riparatrici, secondo le antiche leggi tribali della comunit.
In questo caso, la giovane fu sequestrata contro la sua volont. Venne tenuta prigioniera per alcuni giorni e il giovanotto approfitt di lei, nella speranza, dopo averla compromessa, di poterla sposare, come conveniva. Ma la giovane rifiut il matrimonio riparatore. Lo denunci e il ragazzo, nipote di un potente mafioso della zona, fu arrestato, processato e condannato. La giovane si spos poi con un onesto ragioniere e qualche tempo dopo il regista Damiano Damiani in quegli stessi luoghi gir un film sulla sua ribellione di giovane donna. Il film, interpretato da Ornella Muti, era intitolato La sposa bella.
Il giovane mafioso, qualche anno pi tardi fu scarcerato e spedito al soggiorno obbligato in un paesino nei pressi di Modena. Ma non sfugg alla lunga mano della mafia che doveva punirlo per aver infranto le regole della Commissione e fu trovato strangolato in un pollaio.
Ninuzzo se ne infischiava delle regole dei palermitani e decise il grande passo. Per uno strano gioco del destino la famiglia Cammarota viveva a Salemi, una cittadina feudo di alcune cosche mafiose, non molto distante da Alcamo, il paese dove si era consumato il primo caso di rapimento siciliano.
Ma i sequestri in Sicilia non debbono essere considerati alla stregua di quelli sardi o calabresi che mirano a un obiettivo soltanto: fare soldi, molti e velocemente.
In Sicilia si rapisce per vendicarsi di qualche torto, per lanciare avvertimenti, per stroncare la carriera di un amministratore politico, per sputtanare gli avversari, mostrando la loro impotenza e di tanto in tanto anche per soldi.
L'abilit di Ninuzzu, nei suoi numerosi rapimenti, fu quella di far confluire alcuni di questi obiettivi in un unico sequestro. Come fu ad esempio il caso di Antonino Cammarota.
Il giovane era un diligente studente universitario. Durante l'anno viveva a Palermo, dove si era scritto a giurisprudenza. Ma quando non aveva obbligo di frequentare le lezioni, per due o tre settimane tornava dalla sua famiglia a Salemi.
Saro scart l'idea di sequestrare il giovane in citt, a Palermo. C'era troppa polizia in giro e rischiavano di incappare in qualche posto di blocco che il questore aveva ripristinato in seguito alla condanna all'ergastolo di Ninuzzu, considerato il latitante pi pericoloso. Decise quindi di rapirlo nelle deserte campagne di Salemi. Il gruppo di fuoco era formato oltre che da Saro e Piddu, da picciotti provenienti da cosche amiche, tutta gente fidata e imparentata tra loro. In questo genere di operazioni era di fondamentale importanza potersi fidare ciecamente dei propri collaboratori. Tra i sei del commando c'era anche Bartolo Orlando, il giovane figlio di Francesco Orlando boss di Vallelunga Pratameno. L'uccisione dell'usignolo lo aveva trasformato in una piccola star nel firmamento dei mafiosi. I capo famiglia della Sicilia occidentale si erano tassati per fargli un regalo per la vendetta che cos brillantemente aveva portato a termine in nome di tutti loro.
Il ragazzo in una sola serata aveva incassato una decina di milioni di lire extra e la cosa gli aveva fatto rivedere i piani del proprio futuro.
Saro era felice di averlo con s e la cosa riemp di orgoglio il giovane Bartolo che aveva dimenticato le sue aspirazioni di ingegnere elettrotecnico e l'iscrizione al Politecnico di Torino.
I corleonesi avevano scelto come nascondiglio dell'ostaggio una masseria abbandonata nei pressi del bacino artificiale Rubino. Alle spalle si ergeva un rilievo e di fronte la vista spaziava fino all'orizzonte sui campi dell'antico feudo di Salemi.
Protetti da un lato dal laghetto e dietro dall'altura, la polizia poteva avvicinarsi soltanto dalla zona frontale, quindi avrebbero avuto tutto il tempo di avvistarla e dileguarsi negli anfratti del monte.
La masseria, un cumulo di muretti sbrecciati, era costituita da un grande edificio centrale e intorno da altre capanne che un tempo dovevano aver dato riparo ai contadini e agli animali. In un angolo dell'edificio Saro aveva fatto scavare una buca profonda tre metri. La larghezza era di due metri e mezzo e la lunghezza di altri tre metri, una vera e propria tomba. L'ostaggio avrebbe trascorso la sua prigionia in quel nascondiglio. Avevano portato un materasso che gettarono sul terreno umido e un bugliolo dove avrebbe dovuto raccogliere i bisogni corporali.
I veri problemi, essendo febbraio, erano il freddo e la pioggia. Piddu fece preparare dei grandi teli di plastica da disporre in posizione inclinata sopra il pannello di legno che avrebbe dovuto chiudere la tomba. Non volevano che, nel caso di un forte acquazzone, il ragazzo morisse affogato nel fango.
Tornato a casa per le festivit del carnevale, i corleonesi a turno iniziarono a seguirlo nei suoi spostamenti. Controllavano chi frequentava e dove andava ogni pomeriggio alle tre.
Antonino, malgrado fosse cresciuto in una famiglia mafiosa, era un ragazzo diligente. Frequentava l'universit con ottimi voti e non saltava giorno senza studiare almeno due o tre ore.
Si recava da un suo amico d'infanzia, Leonardo, che per tutti chiamavano Dinu. Si era iscritto alla sua stessa facolt e i loro studi procedevano in perfetto sincrono. La madre di Dinu, dopo la morte del padre, era stata costretta a cercarsi un lavoro e una conoscente l'aveva presa come shampista nel suo negozio di parrucchiera. Vivevano in una dignitosa casetta di un piano a ridosso del camposanto di Salemi, unica eredit lasciata dal padre prima di morire ammazzato per mano di un killer rimasto sconosciuto.
Ogni pomeriggio Antonino si recava con i libri universitari a casa dell'amico e qui restavano senza mai uscire per diverse ore.
Gaspare e Bartolo avevano avuto l'incarico di pedinarlo. Sostavano pazientemente nella Fiat Seicento per le ore in cui il ragazzo si tratteneva nella casa dell'amico a studiare, fumando e leggendo i fumetti di Diabolik.
Il pomeriggio del giorno delle Ceneri videro la madre di Dinu rientrare a casa prima del previsto. Era sempre stata molto osservante, ma dopo la morte del marito la religione era diventata una vera ossessione e non mancava mai a nessuna delle cerimonie della parrocchia. Quel giorno c'era poco lavoro e la proprietaria del negozio le aveva concesso di uscire prima dell'orario di chiusura per assistere alle funzioni serali.
Gaspare, il corleonese alla guida dell'auto, fece un apprezzamento irriguardoso vedendo una gamba della donna scoprirsi mentre saliva le scale che portavano all'abitazione. La madre di Dinu era ancora giovane e con un corpo attraente, anche se nascosto dai vestiti del lutto.
Entr e poco dopo Gaspare e Bartolo udirono la donna urlare e inveire minacce. Le grida proseguirono per parecchi di minuti. Si ud il pianto di uno dei due ragazzi che pregava e supplicava.
Poi la porta si spalanc e videro Antonino proiettato fuori dalla casa. La donna la sbatt con forza. Ma poco dopo la riapr e lanci libri e quaderni addosso al ragazzo che non fece niente per afferrarli. Antonino era rosso dalla vergogna, ma non apr bocca. Si ricompose, infil velocemente la camicia nei pantaloni. Si guard intorno circospetto. Nella strada non passava anima viva e non fece caso alla Seicento parcheggiata poco lontano. Raccolse libri e quaderni da terra e scese le scale, allontanandosi furtivo dall'abitazione del suo amico, mentre ancora si udivano le urla della donna che non finiva di disperarsi.
Gaspare fiss Bartolo. Entrambi ebbero lo stesso pensiero, ma lo tennero per s.
Vai a sentire cos' successo, gli ordin Gaspare. Io seguo lui. Ci rivediamo tra un'ora al solito posto.
Mise in moto, fece una rapida inversione e segu il ragazzo, superandolo poco dopo.
Bartolo invece si avvicin a una delle finestre al primo piano dell'abitazione di Dinu. Accese una sigaretta per darsi un contegno e affin l'udito nel tentativo di percepire le parole della donna.
Madre e figlio si trovavano nella cucina. Il ragazzo era seduto davanti al tavolo con la testa sprofondate tra le braccia e la madre andava avanti e indietro nervosamente alle sue spalle non finendo mai di sbraitare contro di lui. Quando gli passava accanto gli allungava una sberla sulla nuca. Bartolo riusc a percepire solo alcuni frammenti del lungo monologo della madre.
Maiale... all'inferno... disgrazia... perch proprio a me... il giorno delle Ceneri... ricchione!.
Quella parola lo fece sobbalzare. Il pensiero che aveva attraversato la sua mente e quella di Gaspare e che non avevano avuto il coraggio di confessare l'uno all'altro, era dunque legittimo!  proprio vero che, come diceva sua nonna, si fa peccato a pensare sempre male, ma quasi sempre ci si azzecca!
Bartolo non aveva pi niente da fare l. Aveva saputo quello che doveva sapere. Ora doveva riferirlo a Gaspare e poi a Saro, il loro boss.

18. C' sempre una prima volta.

Antonino torn a casa, si chiuse nella sua stanza e per quel giorno non volle vedere nessuno. Alla madre disse che aveva la sua solita emicrania e si gett disperato sul letto. Erano stati imprudenti. Avrebbero dovuto chiudere la porta di casa con il paletto e ora c'era il pericolo che tutto il paese lo venisse a sapere. Pens anche al suicidio. Sarebbe stata una soluzione a tutti i suoi problemi. Ma una cosa era pensare ad ammazzarsi e un'altra metterla in pratica. Non sapeva neppure da dove cominciare.  vero che era cresciuto in una famiglia mafiosa, ma a casa non aveva mai visto armi, e gli unici coltelli che venivano usati erano quelli che servivano per tagliare il pane e il formaggio. Da quando, poco pi che adolescente, aveva scoperto quella sua grave malattia, ogni notte precipitava in incubi spaventosi. Eppure lui non sentiva di essere malato. Come tutti i suoi amici aveva pulsioni d'amore. Soltanto che non erano indirizzati verso le ragazze, bens verso persone del suo stesso sesso. Ma i sentimenti erano identici. Non riusciva a spiegarsi perch doveva provare quei giganteschi sensi di colpa.
Qualche ora pi tardi sprofond in un sonno tormentato da visioni angoscianti. Si vedeva dondolante appeso al ramo di un albero rinsecchito e la gente inviperita che lo lapidava lanciandogli addosso pane rammollito e invettive.
Apr gli occhi con l'animo sofferente. Si meravigli nel vedere la luce del giorno. Dunque aveva dormito ininterrottamente dal pomeriggio del giorno prima. S'accorse che contro il vetro della finestra qualcuno lanciava dalla strada frammenti di ghiaia. Si affacci incuriosito e vide il suo Dinu che gli faceva cenno di scendere.
Si precipit gi in strada e dovettero imporsi un grande sforzo per non gettarsi tra le sue braccia.
Dinu aveva le lacrime agli occhi. Antonino pens che doveva amarlo sinceramente.
Dinu gli disse: Seguimi. Si gir e si mise a correre scendendo per il vicolo che portava a Piazza Libert, come gli era stato ordinato di fare. Antonino gli corse dietro, felice come quando s'insegue un sogno. Prima di arrivare allo slargo per, all'improvviso la portiera di una Seicento si spalanc. Due uomini lo bloccarono. Uno dei due gli gett sulla testa una mantella nera con il cappuccio e quello che l'aveva cinturato lo costrinse a entrare nell'auto. Subito dopo la macchina part e attravers la piazza a tutta velocit.
Due cittadini di Corleone videro la manovra e provarono a rincorrere l'auto, sbracciandosi per attirare l'attenzione delle persone che stazionavano nella piazza. Ma qualcuno li blocc. Questo qualcuno era conosciuto come un affiliato a una delle cosche della citt. Non vi compromettete, disse con calma. Sono problemi che non vi debbono interessare. Dare retta a me. Lasciate perdere, consigli con tono che non lasciava possibilit di replica.
Uno dei due onesti cittadini, ancora con il fiato grosso, rispose con insofferenza: S, hai ragione, non sono affari nostri... ora. Ma quando accadr la stessa cosa a uno di noi? Non saranno mai affari nostri?.
Dinu, all'ombra di un portone, vide i tre della Seicento sequestrare l'amico del cuore. Piangeva senza ritegno. Ma gli avevano detto che lo avrebbero squagliato nell'acido da vivo se non faceva come gli avevano chiesto. Aveva dovuto tradire Antonino e ora lui l'avrebbe odiato per il resto della vita.
Antonino al contrario, aveva pensato da subito che fosse stata la madre di Dinu a organizzare quell'oltraggio, per allontanarlo dal figlio. Sotto il pesante mantello, disteso sul pavimento dell'auto, schiacciato dagli scarponi dell'uomo che l'aveva catturato, decise di assecondare i suoi aguzzini, per non subire le loro violenze. Sperava prima o poi di uscirne. Non pensava mai di essere oggetto di un vero e proprio sequestro, anche perch sapeva che in Sicilia i rapimenti erano stati vietati dalla mafia.
La Seicento, uscendo dal paese, imbocc la Statale 188 e si diresse a velocit moderata verso la masseria diroccata. In localit Ulmi deviarono verso la Provinciale e dopo un po' arrivarono in vista delle rovine della fattoria, dov'erano ad attenderli Saro, u Tignusu e gli altri tre della banda.
Il giovane Antonino, con il volto coperto dalla mantella, fu condotto verso l'interno diroccato della masseria. Perch mi fate questo?  stata la madre di Leonardo a ordinarlo, lo so. Le giuro che non lo rivedr pi, se  questo che vuole. Diteglielo. Ma ora lasciatemi andare, vi prego, implor con la voce rotta dalla paura.
Nessuno dei corleonesi parl. Gaspare e Lollo lo aiutarono a scendere la scaletta di legno appoggiata alle pareti della buca. La tirarono su e chiusero la tomba con il grande pannello di legno su cui poi distesero i fogli di plastica.
Antonino pens che lo avevano portato in una cantina, a causa del forte odore di terra e umidit. Si strapp il mantello dalla testa, ma continu a essere immerso nel buio pi completo. Ebbe la percezione di cosa volesse significare essere ciechi. Tocc gli occhi per appurare che fossero spalancati e quando ne fu certo si sent travolto dal panico, gli manc il fiato, come preso da un improvviso attacco di claustrofobia. Allung le braccia per capire dove si trovata. Tocc con le dita la nuda terra e fu preso dal terrore quando cap che la larghezza della sua cella era pi stretta delle sue due braccia spalancate. A tentoni prov a camminare, ma dopo pochi passi tocc il terzo lato della buca. Torn indietro e tocc qualcosa di morbido. Era un materasso gettato a terra. Quattro passi in tutto per toccare il quarto lato della fossa. Era la larghezza di una tomba!
Grid con tutte le forze la sua disperazione. Url fino a lacerarsi le crode vocali, ma nessuno gli rispose. Sollevando la testa, nel buio pesto di quella lurida buca, vide un debolissimo, soffuso chiarore. Fu come la terra ferma per un naufrago. Ci si aggrapp per non impazzire. Continu a fissare quel bagliore, come fosse un sole africano. Si chin e tast il materasso, senza mai distogliere lo sguardo dal tenue chiarore, l'unica testimonianza che non era ancora morto.
La sera spalancarono la fossa e, grazie al riverbero della luna, pot finalmente rendersi conto di dove si trovava. Implor i suoi carcerieri di farlo uscire di l. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non rimanere ancora sotto terra. Aveva necessit del bagno. Vide un secchio in un angolo della fossa e cap che quello era la sua toilette. Con una corda gli calarono in un paniere del formaggio e delle mele. Poi recuperarono il cesto e richiusero l'imboccatura. Quando la luce livida della luna scomparve fu travolto ancora una volta dalla claustrofobia e dal panico. Si accovacci sul materasso e cerc con la mente di immaginare i suoi pomeriggi con Leonardo, con Dinu, l'unico bel ricordo della sua giovane vita.
Aveva perduto il senso dei giorni che passavano. La sua permanenza sotto terra gli sembr un lungo interminabile giorno. Poi una sera, per la seconda volta da quando si trovava l, i suoi carcerieri calarono una scaletta nella buca e uno di loro, con un cappuccio sulla testa, scese costringendolo a coprire gli occhi con il mantello. Lo aiut a tirarsi su dal materasso. Ma il giovane si reggeva a mala pena in piedi. Aveva perso venti chili. Lo avevano ridotto a uno scheletro che faceva impressione a vederlo, ma era vivo. Lo aiutarono a risalire in superficie e ad entrare nell'auto. Era in stato confusionale e non comprese neppure che lo stavano liberando.
Per il tempo in cui viaggiarono nessuno pronunci mai una parola. Saro aveva ordinato loro di non rispondere a nessuna domanda e di non far sentire la loro voce per non essere riconosciuti. Ma non ce ne fu bisogno perch Antonino emetteva dei suoni disarticolati.
L'auto si ferm alla periferia di Salemi. Fecero scendere il ragazzo, poi la Seicento fece una lunga retromarcia, una veloce conversione e si allontan dal paese.
Antonino Cammarota visse in quella buca fino al giorno di Pasqua. Quaranta giorni esatti che lo ridussero quasi in fin di vita, senza considerare il fatto che per recuperare un po' del suo dissestato equilibrio psichico, fu sottoposto a molti anni di psicoterapia. Il padre aveva sborsato trecento milioni di lire per la sua liberazione.
I corleonesi ora avevano finalmente i soldi per entrare nel business della droga.
Ma la vicenda ebbe un drammatico strascico. Quando infatti il ministro che lo aveva tenuto a battesimo fu raggiunto a Montecitorio dalla notizia del suo rilascio e gli comunicarono le condizioni in cui era stato trovato, venne colpito da un malore e qualche ora dopo mor probabilmente di crepacuore.

19. Requiem per un procuratore.

Proprio in quei giorni Ninetta fu chiamata in tribunale per il dibattimento che avrebbe dovuto stabilire tempi e modi del suo soggiorno obbligato.
Nel suo covo alla periferia di Palermo, Saro venne a sapere della convocazione di Ninetta. La sua furia contro il procuratore Scadurra scoppi irrefrenabile. Lo copr d'insulti. I suoi uomini preferirono allontanarsi dal nascondiglio. Saro, quando perdeva il lume della ragione era imprevedibile. Accadeva raramente, ma quando avveniva era meglio restare alla larga. Solo u Tignusu riusciva a contenerlo e infatti, con la sua solita flemma, dopo la notizia che Gaspare gli aveva portato con un pizzino proveniente direttamente dalla cancelleria del tribunale, era rimasto seduto accanto al tavolo della cucina a rigirare lentamente il cucchiaino nel caff.
Quel cornuto non ha scrupoli a prendersela con una ragazza innocente. Ma io giuro che gliela far pagare all'infame. Non si toccano le donne e i bambini,  la regola. Oppure cominceremo anche noi a sparare contro i figli degli sbirri e alle loro mogli.
L'idea che Ninetta dovesse affrontare da sola una corte di giustizia per causa sua lo faceva imbestialire.
Non riesce a mettere le mani su di me e se la prende con la mia fidanzata. Dovr bruciare all'inferno!. La sua ira non si placava. Voglio ammazzarlo con le mie mani. Ninuzzu lo voleva gi fare per ringraziarlo dell'ergastolo che gli ha affibbiato.
Non  mai stato ucciso un giudice, gli ricord Piddu. Non cominceremo proprio noi.
E perch no? C' sempre una prima volta. Ne parler con Ninuzzu. Quell'idea si trasform ben presto in un tarlo che cominci a rodergli il cervello e si quiet soltanto il giorno in cui Saropot vendicarsi.

Pietro Scandurra ogni mattina, prima di recarsi in Procura, aveva preso l'abitudine di portare un fiore sulla tomba della moglie, l'amata Cettina, scomparsa sei anni prima. Anche quel mercoled non volle mancare all'appuntamento. Il suo fedele e affezionato autista, Antonio De Lucia, che lo serviva ormai da oltre vent'anni, lo aspettava fuori dal cimitero, passando il tempo a lucidare l'auto di servizio.
Pietro Scaglione negli anni trascorsi in Procura, prima come semplice sostituto e poi come Procuratore capo di Palermo si era fatto numerosi nemici. Ne era consapevole, ma fino a quel giorno mai alcun magistrato era stato ucciso dalla mafia in Sicilia. L'ultimo delitto eccellente risaliva al 1893 con l'omicidio dell'ex sindaco Emanuele Notarbartolo.
Scandurra aveva molti nemici perch, in anni in cui molti ancora negavano l'esistenza della mafia, lui era stato un implacabile persecutore dei mafiosi e dei corleonesi in particolare. Inoltre negli anni aveva elaborato una personale teoria. Si era convinto che Cosa Nostra aveva appoggi politici e che molti cosiddetti uomini d'onore bisognava cercarli nei pubblici uffici. Questa Teoria Scandurra port a numerosi procedimenti nei confronti di amministratori comunali e funzionari di enti pubblici... Insomma, mezza Palermo lo avrebbe voluto morto...
La vicenda professionale del giudice Scandurra lo aveva visto protagonista dei fatti pi clamorosi accaduti nell'isola a partire dal secondo dopoguerra. Nel 1951 aveva istruito il processo per la strage di Portella della Ginestra contro la banda Giuliano. Aveva poi raccolto l'ultima confessione di Gaspare Pisciotta, prima che il luogotenente del bandito Giuliano fosse avvelenato. Nel 1955 si era occupato dell'omicidio del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso durante le lotte tra latifondisti e contadini per il possesso delle terre incolte. L'ultimo caso ancora aperto a cui stava lavorando, era la scomparsa del giornalista Maurizio De Caro, avvenuta meno di un anno prima.
In quegli anni erano ancora in molti a sostenere che la mafia non esisteva, che la criminalit in Sicilia poteva essere equiparata alla delinquenza presente in una qualsiasi periferia di una citt italiana. Il giudice Pietro Scandurra fu il primo a considerare la mafia come una grande associazione ramificata sul territorio, coordinata da padrini intoccabili, organizzati verticalmente in famiglie e orizzontalmente in mandamenti.
Malgrado avesse combattuto per tutta la sua vita professionale la criminalit, tuttavia un'ombra di sospetto sulla sua correttezza fu ipotizzata da alcuni suoi colleghi invidiosi o fiancheggiatori dei boss mafiosi. La fuga di Ninuzzu dalla clinica romana, poco prima dell'intervento dei carabinieri e altre indagini che restavano aperte senza risultati, suscitarono polemiche tra gli apparati investigativi e causarono una spaccatura che venne immediatamente recepita dai boss di Cosa Nostra come un momento di debolezza delle istituzioni. Come ebbe a sottolineare pi di una volta il giudice Falcone, quando i servitori dello Stato vengono abbandonati da chi dovrebbe proteggerli,  in quel momento che diventano pi vulnerabili. La costante di ogni delitto eccellente della mafia  quella di accompagnarsi sempre a un'opera di delegittimazione, volta a demolire la figura morale della personalit uccisa.
Lo stesso avvenne con il procuratore Scandurra. Anche se il Consiglio superiore della magistratura, lo aveva ampiamente assolto con una sentenza che toglieva ogni dubbio sulla sua condotta irreprensibile, Scandurra avvertiva netta la sensazione di essere stato abbandonato dalle istituzioni.
Fu destinato a dirigere la procura di Lecce, ma quella promozione era un elegante espediente per allontanarlo da Palermo.
Ma sulla testa del magistrato pendeva un'altra ben pi pesante condanna: aveva infranto il codice d'onore dei mafiosi, coinvolgendo negli affari di mafia una donna. L'accanimento di Scaglione contro la giovane Ninetta era un evidente messaggio al suo fidanzato. Pare evidente, che fu proprio quello sgarro a condannarlo a morte...
Pietro Scandurra ebbe questi tristi pensieri sulla tomba di Cettina. Presto si sarebbe dovuto trasferire a Lecce e quella era una delle ultime visite che avrebbe fatto alla sua amata sposa.
Scandurra usc dal cimitero e si avvi alla Fiat 1100 nera, lucidata come uno specchio dalla sua fedele guardia del corpo. Antonio De Lucia lo stava aspettando con la portiera aperta. L'autista part lentamente immettendosi nello stretto vicolo dei Cappuccini che costeggiava il cimitero. Nessuno dei due si accorse di una Fiat 850 con tre figuri a bordo che inizi a seguirli...
In prossimit di uno slargo la Fiat 850 super l'auto del procuratore mettendosi di traverso alla strada. L'uomo seduto sul sedile posteriore balz fuori dalla macchina, mentre quello accanto all'autista, sporgendo il braccio dal finestrino, fece fuoco con una pistola automatica. Saro si avvicin alla Fiat 1100 ed esplose da distanza ravvicinata alcuni colpi che finirono il procuratore e poi l'autista.
Ninuzzu abbandon la sua pistola ancora fumante nel portaoggetti, raccolse il bastone con il pono d'avorio e ordin all'autista di andar via. Malgrado non potesse muoversi per i dolori alla schiena non aveva voluto rinunciare alla sua vendetta.
Pietro Scandurra fu il primo giudice siciliano a essere ucciso dalla mafia.
Era il segno che qualcosa stava cambiando. Quell'omicidio rompeva tutti gli schemi fino a quel momento tollerati. Era un attacco che non poteva passare sotto silenzio.
Era anche il segno che qualcosa all'interno dell'organizzazione mafiosa stava modificandosi.
Gli assassini del procuratore della Repubblica Pietro Scandurra e della sua guardia del corpo Antonio De Lucia, non furono mai assicurati alla legge. Nessuno pag per la loro morte.
Dopo il duplice omicidio, i magistrati della Sicilia, riuniti in assemblea, approvarono un documento in cui tra l'altro si legge: I magistrati, profondamente costernati per l'infame assassinio, dichiarano che la temeraria sfida del procuratore Pietro Scandurra non si attenuer, n rallenter l'opera di prevenzione e di repressione della criminalit e del fenomeno mafioso....
Soltanto belle parole...

20. L'orgoglio delle donne siciliane.

La ragazza di ventisette anni che quella mattina d'estate si present davanti ai giudici, non celebrava l'immagine convenzionale della donna di mafia: gonna lunga, golfino nero e testa fasciata da un fazzoletto anch'esso nero. Ma nell'aula immersa nel silenzio, rotto soltanto dal ticchettio dei tacchi alti di una scarpa all'ultima moda, si present una giovane alla moda, con i capelli cotonati, un leggero trucco sulle labbra e con un allegro abitino bianco a fiori e la gonna sopra il ginocchio che mostrava due belle gambe nude e abbronzate. Si sedette accanto all'avvocato difensore e rest in silenzio ad ascoltare il presidente della corte che lesse il dispositivo a suo carico. Poi il giudice depose le carte processuali e le chiese: Signorina, ha qualcosa da dichiarare a suo discarico?.
Ninetta si alz dalla sedia e a testa alta, fissandolo negli occhi rispose: S, signor giudice.
Allora si avvicini e parli pure. Cancelliere prenda nota della dichiarazione della signorina.
Ninetta si accost al banco della corte, raccolse le idee e cominci a parlare: Signori, io sono laureata ed ero una brava insegnante al Sacro Cuore di Corleone, a detta degli alunni e delle loro famiglie. Appena si  saputo che ero stata convocata per essere inviata al soggiorno obbligato, le suore mi hanno licenziata in tronco. Ora sono senza lavoro. In famiglia siamo rimaste solo donne. Dobbiamo sostenerci come possiamo. Questa faccenda mi sta rovinando la vita. Sono vittima di una persecuzione. Mi si addebita di essere innamorata di Saro. Ebbene  vero. Sono innamorata di lui e non me ne vergogno. Lo amo da quando avevo tredici anni e lui ventisette...  forse un delitto essere innamorati di un latitante?
Signorina, Saro, il suo fidanzato, precis il presidente, non  quello che si definisce una mammoletta.  ricercato perch ha commesso degli omicidi. Lo capisce questo?
Io per conto mio lo giudico onesto e buono. E non sono soltanto io a dirlo, ma anche i giudici di Bari che lo mandarono assolto da infamanti accuse.
 accusato di far parte della banda del pluriomicida Ninuzzu, prosegu il giudice.
Ma io neppure lo conosco questo Ninuzzu. Mai lo vidi. L'unica cosa che io desidero  sposare Saro. Non voglio che il nostro amore rimanga platonico. Ma da tanto tempo non lo vedo, non so nulla di lui, non so neppure se mi ama ancora, signor giudice. Se sar considerata colpevole per questa mia debolezza, accetter la vostra decisione e andr via da Corleone e dalla mia famiglia. Ma se voi siete onesti e giusti non permetterete che venga separata dai miei familiari soltanto per aver commesso il delitto di amare. Se sarete onesti e giusti consentirete che io viva ancora con mia madre e le mie sorelle, perch hanno bisogno di me e io di loro. Grazie signori della corte.
La dichiarazione cos accorata di Ninetta colp la sensibilit dei giudici, ma non li convinse del tutto. Dopo una breve camera di consiglio il presidente lesse la sentenza: In nome del popolo italiano, la corte di Palermo dispone che la richiesta del confino per l'imputata venga rigettata per mancanza di elementi probatori. La corte dispone altres che la suddetta sia sottoposta per mesi trenta alla sorveglianza speciale da scontare nel suo domicilio di residenza. In questo periodo di tempo non potr uscire di casa tra le 19,30 e le sette del mattino. Inoltre dovr recarsi una volta a settimana in questura per firmare il registro dei sorvegliati speciali.
Con quella sentenza Saro consider definitivamente chiuso il contenzioso con il procuratore Pietro Scandurra.

L'agguato mortale al procuratore di Palermo e il sequestro del figlio di Cammarota, l'industriale dei marmi, eseguiti senza che il triumvirato ne sapesse niente, furono ritenuti uno sgarbo gravissimo dall'intera comunit mafiosa dell'isola. Le regole andavano rispettate. Non si ammazza un giudice soltanto per vendetta personale. Inoltre la Commissione aveva stabilito pi di una volta che nell'isola i sequestri erano banditi, per non dover subire il reazione delle forza dell'ordine. Quel duplice affronto doveva essere pagato con la vita. Tano Badaloni e Stefano Bont sapevano perfettamente che quell'infamia era opera di Ninuzzu e dei suoi corleonesi. Stefano Bont in particolare, che era il loro pi strenuo nemico, insisteva per cacciarli da Palermo e rispedirli al loro paese.
Non potendo convocare Ninuzzu, ormai considerato irraggiungibile nel suo nascondiglio della metropoli milanese, chiamarono Saro a presenziare alla riunione. Tano gli diede appuntamento nella sua elegante villa di Cinisi.
Quando Saro arriv, scortato dall'inseparabile Piddu, nella sala da pranzo c'era gi Stefano Bont, il terzo capo mafia del triumvirato.
Bont senza troppi giri di parole affront di petto il corleonese: In fondo, voi corleonesi, anche con le camicie di seta e i brillanti al dito, restate contadini. Lo dico senza offesa. Avete una mentalit che non potrete mai cambiare.
Ma guarda, caro Bont, che ti sbagli di grosso. Questa camicia non  di seta e come vedi, Saro gli mostr le due mani, nelle mie dita non ci sono brillanti. E allora non capisco di chi stai parlando.
Parlo di voi corleonesi. Siete scesi gi dalle montagne con la vostra mentalit e non volete adattarvi alle regole che regnano qui da noi, disse Stefano Bont, alzando la voce. Dovete rispettare le leggi di Cosa Nostra. Se la regola  che per uccidere una persona importante o un capo, bisogna chiedere il permesso alla Commissione, questo dev'essere fatto. Se abbiamo deciso che non vogliamo sequestri sull'isola. Questo dev'essere fatto. Ma voi no! Voi siete anarchici! Pensate soltanto a voi, mi sbaglio?
Siamo stati costretti ad agire con quella tempistica perch il cornuto qualche giorno dopo sarebbe partito per la procura di Lecce. Era la nostra ultima occasione.
E Antonino Cammarota? Non avevamo stabilito tutti insieme di bandire i sequestri?, continu implacabile Stefano Bont.
Insomma, qualche concessione dovete pur farcela. Altrimenti cosa ci stiamo a fare noi di Corleone, qui a Palermo?.
Ecco, bravo, cosa ci state a fare qui?, ripet provocatoriamente Stefano Bont.
Saro mantenne la calma e rispose soppesando le parole: Ma come? Io e i corleonesi abbiamo dato il sangue per Cosa Nostra. Non ci siamo fatti indietro, quando si  trattato di affrontare il Cobra. Io ho perso un caro amico, un fratello era per me Calogero. E ora tu, Stefano, mi tratti in questo modo, mi metti tutti contro e mi chiedi di ritornare a Corleone con le pezze al culo?.
Era il momento d'intervenire, per Tano Badaloni. In effetti Saro e i suoi amici hanno ragione, disse rivolto a Stefano Bont. La loro presenza qui  un dato ormai acquisito, perci dobbiamo concedergli spazi pi ampi da utilizzare per i loro mercati.
Quel discorso del capo del triumvirato era conclusivo. Badaloni si fece promettere che avrebbero rinunciato al business dei sequestri in cambio di quote di territorio destinate allo spaccio della droga. Saro accett, ben sapendo che tanto loro corleonesi avrebbero continuato a fare di testa loro.

21. La stagione dei sequestri.

Infatti Ninuzzu se ne infischi delle decisioni di Tano Badaloni e dei suoi amici e dal covo milanese continu imperterrito a organizzare sequestri.
I viddani rapirono il nipote di uno degli uomini pi ricchi della terra. Per convincere il nonno, un vecchio miliardario avaro e riluttante a sottomettersi ai ricatti, i corleonesi gli spedirono per posta un orecchio del caro nipotino. Quel macabro avvertimento fu pi che convincente per il vecchio a fargli sborsare un miliardo e settecento milioni di lire.
Fu poi la volta del figlio di un importante imprenditore palermitano, intimo amico di Stefano Bont. Anche in quest'occasione Saro aveva scelto, d'accordo con il suo boss, una preda che oltre al riscatto avrebbe portato prestigio ai corleonesi e discredito al potente boss della Commissione.
Bont infatti per tutto il tempo del sequestro cerc di trovare una soluzione indolore per il suo amico, ma i corleonesi furono irremovibili e per far tornare a casa il figlio, l'industriale fu costretto a sganciare sull'unghia un miliardo e trecento milioni.
Finalmente anche tra i corleonesi cominciavano a girare i piccioli. Fu questo uno dei motivi che convinse Saro a prendere la grande decisione: sposare Ninetta.
La donna, dopo la sentenza del tribunale di Palermo, per due anni e mezzo aveva mantenuto fede agli impegni imposti dalla sorveglianza speciale. Ma allo scadere della pena scomparve da Corleone. A chi chiedeva sue notizie, i familiari riferivano che era andata a lavorare in Germania.
In realt Ninetta fu prelevata da Saro e con lui inizi una nuova vita... da latitante. Due mesi e mezzo dopo essere scomparsa da Corleone, diventarono marito e moglie. A officiare il matrimonio nel salone di una villa, nascosta tra i pini di Cinisi, fu Don Gambino, il parroco di Carini, nipote del mafioso Frank Gambino, uno dei primi trafficanti italo americani di stupefacenti.
Finalmente Saro e Ninetta avevano coronato il loro sogno d'amore, durato ben diciannove anni di fidanzamento. Lui aveva 44 anni e lei 31. Queste nozze restarono segrete per qualche mese. Finch un giorno d'estate il maggiore dei carabinieri Giuseppe Rizzo, che da mesi era sulle tracce dei super latitanti corleonesi, fece irruzione in un appartamento alla periferia di Palermo. Nell'appartamento abitava Leoluca, il fratello di Ninetta, anche lui latitante. Qui il maggiore trov in un com un biglietto d'invito a un matrimonio, scritto a mano con una bella calligrafia femminile. Il matrimonio a cui faceva riferimento il cartoncino era proprio quello di Saro e Ninetta.
Giuseppe Rizzo, attraverso le societ edilizie proprietarie dell'immobile, i nomi degli amministratori, i costruttori del palazzo, i proprietari dei vari appartamenti e quelli del terreno su cui sorgeva la struttura, scopr una fitta ragnatela di parentele tra boss mafiosi palermitani e viddani di Corleone. Ebbe l'intuizione che la banda dei corleonesi era riuscita in qualche modo a mettere radici a Palermo e che sicuramente qualcuno delle cosche palermitane prima o poi avrebbe reclamato per l'invasione dei pecorai.
Non si sbagliava il maggiore Giuseppe Rizzo. Infatti le azioni di Stefano Bont, dopo lo sgarbo che gli era stato fatto sequestrando il figlio di un suo protetto, precipitarono vertiginosamente.
Le altre famiglie, considerata l'impotenza del triumvirato a far rispettare le regole, decisero di scioglierlo e di nominare un Commissione costituita da una dozzina di capi famiglia.
Ancora una volta la presidenza dell'apparato fu concessa a Tano Badaloni. Per l'ennesima volta i boss s'impegnarono al rispetto dei principi che avevano da sempre regolato la loro onorata societ: regolare le dispute secondo criteri di equit; prendere le decisioni di comune accordo, con votazione a maggioranza; vietare in modo assoluto i sequestri; concordare con la Commissione l'eliminazione di un uomo d'onore; chiedere al capo mandamento il permesso di poter agire nel suo territorio.
Ninuzzu fu l'unico tra tutti i partecipanti a rifiutare queste regole. Non riconosco questa Commissione!, grid alzandosi in piedi con l'aiuto del bastone. Voi l'avete voluta e io ve la lascio volentieri. Non voglio essere sottomesso ad alcuna legge, io! Non riconosco quelle dello Stato, figuriamoci se posso accettare le vostre!, e cos dicendo Ninuzzu abbandon la riunione lasciando tutti ammutoliti.
Tano Badaloni propose che a prendere il posto di Ninuzzu, a capo dei corleonesi, fosse Saro, il suo luogotenente. Tutti approvarono e cos Saro rimpiazz il boss storico dei corleonesi divenendo di fatto e di diritto il loro nuovo capo.

Il maggiore Giuseppe Rizzo, testardo come un segugio, non aveva cessato un istante la caccia ai latitanti corleonesi. Aveva interrogato tutti i testimoni dei vari sequestri. Aveva ispezionato i luoghi dei ritrovamenti e parlato con la gente del posto. Qualcuno si dimostrava collaborativo, altri, per timore di rappresaglie, preferivano restare in silenzio. Avvicin anche i sacerdoti delle parrocchie dei comuni limitrofi per sapere se avessero avuto notizia della celebrazione di un matrimonio molto particolare, avvenuto nel segreto di un'abitazione. Avrebbero dovuto sapere, almeno per sentito dire, quale confratello poteva essere stato coinvolto in quella cerimonia cos atipica... finalmente qualcuno dei preti ammise di essere venuto a conoscenza dello sposalizio.
Il maggiore arriv cos alla canonica della parrocchia di Carini, tenuta dal parroco don Gambino. Giuseppe Rizzo sapeva che era il nipote di un noto mafioso americano, arrivato in Italia in seguito al decreto del Congresso americano sugli Indesiderabili, lo stesso che aveva rispedito Lucky Luciano al suo paese d'origine.
Don Gambino neg di conoscere quel Saro e sua moglie Ninetta, ma l'istinto del maggiore gli fece intuire che il prete non stava dicendo la verit. Fece perquisire la canonica dai suoi uomini e in una cassapanca della sacrestia trov banconote per decine di milioni di lire. Erano i riscatti degli ultimi due sequestri della banda dei corleonesi.
Mentre il maggiore portava in prigione il prete mafioso, in Lombardia la guardia di Finanza di Milano nel giro di quaranta giorni metteva a segno alcune importanti imprese, liberando due ostaggi dalle mani dell'Anonima sequestri.
A febbraio, in una fattoria abbandonata nei pressi di Moncalieri, gli inquirenti trovarono la prigione di Pietro Vitale, sequestrato una settimana prima di Natale. L'uomo era ancora in buone condizioni fisiche e psichiche tanto da poter fornire agli inquirenti una traccia che si riveler fondamentale per la prosecuzione delle indagini.
Ho sentito parlare di un certo ingegnere Antonio dagli uomini che mi tenevano prigioniero, rivel l'uomo. Ne parlavano con un certo rispetto, anche eccessivo. Secondo me  lui il capo dell'Anonima sequestri, concluse l'industriale.
Poco pi di un mese dopo fu ritrovato Luigi Rossi di Privitera, discendente di un'antica famiglia aristocratica meneghina. Era stato rapito prima della fine dell'anno e aveva trascorso quei tre mesi all'interno di una cella sotterranea in una cascina di propriet dei fratelli Lombardo, a Treviglio.
Immediatamente gli investigatori misero sotto controllo l'attivit dei tre fratelli Taormina e scoprirono che la loro societ era solita acquistare partite di vino presso l'azienda vinicola di propriet di un certo Giuseppe Fiolippelli.
Messi sotto controllo i telefoni dei sospettati, gli inquirenti ebbero la certezza che al vertice dell'organizzazione criminosa, responsabile dei sequestri, era un certo zio Antonio. Un siciliano che a Milano conviveva con una donna nata a Fiume da cui aveva avuto un bambino. L'uomo frequentava spesso l'enoteca di via del Giambellino.
Furono avviate indagini discrete nei locali dell'enoteca e gli inquirenti scoprirono che da qui erano partite molto spesso telefonate verso l'utenza telefonica di una certa Lucia Magon, nata a Fiume e domiciliata a Milano in via Ripamonti. La donna era nubile e madre di un bambino di due anni.
Le coincidenze erano sufficienti per organizzare un blitz nell'appartamento di via Ripamonti.
All'alba del 14 maggio un poliziotto suon il campanello dell'appartamento di Lucia Magon. Alle sue spalle un'intera squadra era pronta a entrare in azione con pistole e mitra.
Si ud il pianto di un bambino e poco dopo uno strascicare incerto di ciabatte. Un uomo apr la porta. Era Ninuzzu, ancora in pigiama e con il suo inseparabile bastone dal pomello d'avorio.
Il poliziotto stava per chiedergli:  lei....
Ma Ninuzzu lo interruppe: S, sono io, non c' bisogno di dirlo ad alta voce... la signora non sa nulle di certe mie attivit. E dica ai suoi amici di abbassare tutta quella ferraglia, non ce n' bisogno. Sono armato solo di questo bastone.
Poco dopo comparve la compagna con il bambino assonnato tra le braccia. Davvero la donna non sapeva niente delle sue attivit criminose.
Devo andare a fare un salto in questura, Lucia. Ma tu non ti preoccupare ch aggiusto tutto io, tent di tranquillizzare la donna.
La casa era stata invasa da decine di poliziotti che iniziarono a perquisire ogni cassetto e ogni angolo dell'appartamento.
Ma Antonio, cosa vogliono? Cos'hai fatto?.
Il poliziotto rispose al posto del mafioso. Signora, il suo nome non  Antonio, poi si rivolse a Ninuzzu. Sei in arresto per il reato di associazione a delinquere, il concorso in due sequestri di persona e per reati minori che potrai leggere ai capi da cinque a dieci della rubrica. Ora andiamo Ninuzzu. Gli infil le manette e lo condusse in prigione. La carriera del primo boss dei corleonesi si concludeva in quel modesto appartamento in via Rigamonti a Milano.

22. Sul trono di Corleone.

Saro eredit il bastone del comando di Ninuzzu. I corleonesi non s'accorsero neppure del passaggio di consegne perch i due erano molto simili tra loro. Come Ninuzzu, Saro era vendicativo, sanguinario, aggressivo, ma possedeva una grande dote, rispetto all'altro: la pazienza. Dallo sciancato, che a causa della sua menomazione ci teneva a fare il duro, a mostrarsi sempre inflessibile, anche con le sue donne, Saro si differenziava anche nei modi, esteriormente cordiali, con il sorriso sempre pronto, le battute ironiche, le pacche sulle spalle, insomma amava essere popolare, voleva piacere a tutti i costi, convincere l'interlocutore con la sua parlantina veloce e sarcastica. La stessa pretesa di farsi chiamare Zu' Saro serviva a creargli consenso tra il popolo mafioso.
Saro infine aveva una dote importante per un capo: sapeva costruire strategie a lungo termine. Una decisione, che oggi poteva non aver alcun significato per i suoi compagni, dopo qualche mese si rivelava perfettamente logica.  quel che avvenne con uno dei sequestri di persona che impression non soltanto la Sicilia, ma la nazione intera.
Un giorno a Piddu confid: Ho deciso di allearmi con i cugini Grasso.
Impossibile. Sono amici di Stefano Bont. Non passeranno mai dalla nostra parte, gli rispose scettico u Tignusu.
Ho in mente una soluzione. Hai mai sentito parlare di Luigi Amaddeo?
Chi non lo conosce in Sicilia?  il titolare di una societ che raccoglie le tasse. So anche che lo Stato gli riconosce un aggio del 10 percento.
Il triplo di quanto viene concesso alle ricevitorie nel resto d'Italia, sottoline Saro.  proprio vero che la Sicilia  una regione speciale..., disse sorridendo al suo stesso sarcasmo, che per Piddu non seppe cogliere.
Perch vuoi che i Grasso passino dalla nostra parte?
Piddu, me lo chiedi? Ignazio e Nino Grasso, con Amaddeo sono i padroni della Sicilia, insieme ad altre due o tre famiglie.
Bont e Badaloni non permetteranno mai che si allontanino dalla loro protezione. Sono galline dalle uova d'oro, disse u Tignusu.
E allora noi faremo come le volpi, insinu enigmatico Saro. Entreremo nel loro pollaio e ci fotteremo la gallina.
Parla chiaro, cos'hai in mente?, Piddu conosceva bene l'amico e sapeva che quando parlava in quel modo, aveva gi studiato il piano in ogni dettaglio.
Lo sai che Amaddeo  il suocero di uno dei cugini? Sua figlia ha sposato Nino Grasso. Ho pensato che potremmo sequestrarlo e chiedere un riscatto di 20 miliardi, tanto per cominciare.
La freddezza con cui espresse quel pensiero, fece rabbrividire lo stesso Piddu.
Ma ti vuoi tirare addosso tutta la Sicilia?  la volta che la polizia si allea con la mafia, pur di trovare i responsabili. I Grasso sono protetti dai politici romani. Non faranno mai passare impunito un crimine contro coloro che finanziano la democrazia cristiana e sono depositari di un bel pacchetto di voti, l'analisi di Piddu era molto realistica.
Faremo in modo di convogliare i sospetti su qualche elemento della banda di Vito Gibilisco. Coinvolgeremo un paio di loro e poi faremo in modo che i poliziotti vadano a frugare nelle loro case dove gli faremo trovare qualche traccia del sequestro. Poi, per rendere la faccenda pi veritiera, cominceremo a far fuori i componenti della banda. Cos sar ben chiara la loro responsabilit.
U Tignusu pens che nella sua vita non sarebbe mai arrivato a una tale efferatezza. Saro era davvero un capo. Ma cosa ci guadagniamo con questa ecatombe?.
Saro sorrise all'ingenuit di Piddu. Luigi Amaddeo ha pi di settant'anni e non dovr uscire vivo da questa prova. Anzi, dovremo farlo sparire per sempre, come abbiamo fatto con il giornalista. Quel cornuto di Stefano Bont, che alle spalle mi chiama il pecoraio, e il suo amico Tano Badaloni, perderanno la loro autorit davanti a tutti noi mafiosi perch si daranno da fare per salvare il suocero di Nino Grasso, ma non faranno uscire un ragno dal buco. Noi porteremo i presunti responsabili allo scoperto. Convinceremo tutti che a eseguire il sequestro  stato Vito Gibilisco e la sua banda d'irregolari. Tra l'altro non sono estranei a operazioni del genere, ben sapendo che la Cupola ha proibito i rapimenti in Sicilia. Per fare un favore ai Grasso, ammazzeremo qualcuno di loro. I cugini ci saranno grati per tutta la vita esserci messi dalla loro parte, mentre di sicuro ripudieranno la loro alleanza con Bont e Badaloni, visto che non sono riusciti a evitare un simile oltraggio sul loro territorio.
L'anziano Luigi Amaddeo fu sequestrato nell'estate del 1975. Amaddeo era un osso duro. Grazie alla sua indomabile forza di volont era riuscito a laurearsi in giurisprudenza all'et di 66 anni. Poteva dirsi soddisfatto della sua vita perch aveva salito tutti i gradini della scala sociale, fino a diventare uno degli uomini pi ricchi della Sicilia. Aveva iniziato nel dopoguerra, quando aveva gi 42 anni, come uomo di fiducia degli americani che si servivano di lui per contattare gli uomini d'onore della Sicilia occidentale. La sua fortuna era stata quella di emigrare anni prima con i genitori in America e aver imparato perfettamente l'inglese. Tornato in Italia, poco prima dell'inizio della guerra, era riuscito a evitare la chiamata alle armi, nascondendosi tra i boschi e i monti intorno a Salemi.
Alto, imponente, con la testa completamente calva, la voce possente, era diventato indispensabile per il comando americano di stanza a Palermo.
Grazie a questa protezione, quando ci fu il passaggio dal regime militare alleato alle istituzioni repubblicane, riusc a ottenere per i suoi meriti e la sua affidabilit alcune esattorie comunali per la raccolta delle tasse.
Con il tempo si alle con i cugini Grasso, Ignazio e Nino. Quest'ultimo poi che divenne suo genero sposando una delle sue figlie. Il suo patrimonio aument a dismisura fino all'attuale gestione di ben 76 esattorie, tra cui quelle di Palermo, Messina, Caltanissetta, Siracusa, che gli fruttavano molti miliardi di lire all'anno, ottenendo per s una percentuale tre volte superiore a quella concessa agli esattori nel resto d'Italia.
Quel pomeriggio di luglio stava tornando al paese per il pranzo, alla guida della sua Alfa 2000 quando, all'altezza di un distributore di benzina, in contrada San Ciro, due Alfa Romeo Giulietta, con una spericolata manovra, interruppero al sua corsa sbarrandogli la strada davanti e dietro.
Sei uomini saltarono fuori dalle auto imbracciando mitra, fucili e pistole. Aprirono la portiera e cercarono di tirarlo fuori dall'abitacolo. Amaddeo si difese con la forza della disperazione. Aggrappandosi alla spalliera del sedile cercava di resistere alla violenza degli uomini che lo volevano sequestrare.
In quel mentre arriv una corriera piena di pendolari diretta a Salemi. I banditi costrinsero l'autista a fermarsi, ponendosi al centro della strada e mettendo bene in vista i mitra. L'autista fren e istintivamente alz le mani, anche se nessuno gliel'aveva imposto. Uno dei criminali si avvicin al finestrino chiedendogli la chiave della messa in moto. Quello gliela diede senza fare storie e l'uomo la lanci lontano tra i cespugli. Poi prese di mira i copertoni e spar una raffica di mitra afflosciando le quattro gomme. La gente all'interno del pullman url, travolta dalla paura di morire e si accovacci sotto i sedili.
Il bus era immobilizzato. L'allarme in paese sarebbe giunto con molto ritardo, concedendo ai banditi un vantaggio sufficiente per potersi allontanare dalla zona del rapimento.
Amaddeo continuava a opporre una strenua resistenza. Per farla finita, uno dei banditi lo colp alla testa con il calcio del fucile e lo tramort. Riuscirono finalmente a strapparlo dalla sua Alfa e lo caricarono di peso su una delle Giuliette. Le due auto ripartirono, seguite dall'Alfa 2000 del miliardario alla cui guida si era messo uno dei criminali.
Qualche giorno dopo, alla villa della famiglia di Luigi Ameddeo, poco fuori Salemi, arriv la prima telefonata dei sequestratori. Per la sua liberazione chiedevano una cifra iperbolica per quei tempi: 20 miliardi di lire.
Il coinvolgimento del suocero di Nino Grasso in un sequestro ebbe un'eco deprimente per tutta la gente onesta dell'isola. I cugini Grasso erano considerati intoccabili. Anche perch erano amici intimi di Stefano Bont e Tano Badaloni. Nessuno avrebbe pensato mai che un loro congiunto potesse essere preso di mira dall'Anonima sequestri. Tutti pensarono che dovevano essere criminali scesi dal nord: dalla Calabria o dalla Lombardia. In quel momento in Italia c'erano ancora tredici ostaggi in mano ai banditi. In Sicilia non c'era mai stato un sequestro a scopo di estorsione. Amaddeo era il primo.
Per molti giorni Stefano Bont e Tano Badaloni attivarono tutte le loro conoscenze per cercare un contatto con i banditi.
Nino e il cugino Ignazio parlarono direttamente con i due capi mafia, rinfacciandogli di non avere pi alcuna autorit, se nel loro territorio era potuto accadere un sequestro cos grave.
Tano si rivolse anche a Saro e a Piddu, chiedendo loro se avessero qualche sospetto sui responsabili del sequestro. Ma Saro cadde letteralmente dalle nuvole.
Alla richiesta di un riscatto cos esagerato, la famiglia rispose che non disponeva di una tale somma. Per tutta risposta i sequestratori spedirono ai giornali un numero. Quel numero corrispondeva al conto corrente, intestato alla societ di Amaddeo, di un'agenzia del Banco di Napoli. Nel conto era depositato in titoli proprio quel quantitativo di lire. I sequestratori dimostrarono cos di essere molto ben informati sulle disponibilit economiche degli Amaddeo.
Comunque, disse al telefono la voce anonima alla moglie del miliardario, siamo disposti a venirvi incontro facendovi un piccolo sconto. Ci accontenteremo di 15 miliardi per la libert di vostro marito. Se seguirete esattamente le nostre indicazioni, il due settembre potrete riabbracciarlo.
Il maggiore Giuseppe Rizzo con la scusa delle indagini sul sequestro, entr in confidenza con Nino Grasso. Il mafioso, sconvolto dalla vicenda, pressato dalla moglie, inerme di fronte all'incapacit di Badaloni e Bont di offrirgli risposte, si aggrapp alla speranza che le forze dell'ordine gli offrivano. Rizzo gli fece credere che aveva bisogno di informazioni pi dettagliate per chiudere il cerchio intorno ai responsabili e Nino Grasso cominci a rivelargli com'erano strutturate le famiglie di quella zona dell'isola. In particolare parl dei corleonesi e di come si erano inseriti nel tessuto della criminalit palermitana.
I corleonesi non sono estranei ai sequestri, confid Grasso al carabiniere. Avevano bisogno di soldi per inserirsi nell'affare degli appalti pubblici. Dopo il terremoto del Belice, per la ricostruzione sono arrivati un mare di soldi. C'era da costruire la fondovalle a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Erano stati stanziati i primi 20 miliardi per la diga Garcia e altri 25 per gli espropri dei terreni. La Regione Sicilia aveva destinato 200 miliardi per le opere idriche e viarie del Belice. Una vera manna per tanti imprenditori.
Le indagini procedevano a rilento. Si decise di pagare una parte del riscatto per mostrare ai banditi la buona volont di arrivare alla liberazione dell'ostaggio. Si aspettava la comunicazione promessa del due settembre. Ma la telefonata non arriv n il due, n mai pi. I sequestratori scomparvero nel nulla. Probabilmente l'ostaggio era morto per le sevizie subite oppure perch il cuore non aveva retto ai disagi della prigionia.
Stefano Bont era certo che fossero stati i corleonesi di Saro Manuzza a mettere in atto il crimine, ma non aveva una sola prova a comprovare quella teoria.
Al contrario Saro cominci a ventilare l'ipotesi che la banda di Vito Gibilisco dovesse essere ritenuta responsabile del sequestro. Era un gruppo di criminali comuni che agiva al di fuori dell'organizzazione mafiosa. Uno degli uomini di Gibilisco infatti era stato arrestato dalla polizia grazie a una soffiata che l'accusava di essere il telefonista della banda.
Da quel momento scatt la vendetta dei corleonesi che volevano dimostrare ai due cugini Grasso di essere pi affidabili e decisi di Tano Badaloni e Stefano Bont.

23. Troppi cadaveri per caso.

Qualche giorno dopo l'arresto del luogotenente di Vito Gibilisco, il maggiore Giuseppe Rizzo fu chiamato da una pattuglia dei carabinieri che sulla Provinciale per Partanna, a otto chilometri dal paese, aveva scoperto il cadavere sfigurato di una persona.
Il maggiore Rizzo accorse sul posto e trov il corpo dell'uomo riverso in una cunetta della strada. Non avendo altro, i carabinieri avevano ricoperto la testa con fogli di giornale che svolazzavano al vento, trattenuti da alcuni sassi.
Il maggiore lo scopr. Alla vista dello scempio ebbe l'impulso di chiudere gli occhi. Ma non volle mostrarsi debole di fronte ai suoi uomini.
Attorno al collo era ancora legato il fil di ferro con cui lo avevano strangolato. Il volto non esisteva pi. Dopo morto gli avevano sparato quattro pallottole sulla fronte e due agli occhi, sfigurandolo crudelmente.
Il maggiore si sollev e al maresciallo Esposito, un napoletano sagace e integerrimo come lui, disse: Il fatto che gli assassini l'abbiano abbandonato in un luogo cos visibile,  un chiaro messaggio. I colpi sparati a un uomo gi morto, se l'autopsia lo confermer, hanno un preciso significato nel rituale mafioso. Il morto ha pensato troppo e visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.
Nei giorni successivi si scopr che il cadavere apparteneva a un criminale di Castelvetrano, padre di due figli. In passato aveva avuto a che fare con Vito Gibilisco e la sua batteria di criminali.
Non passarono pi di quattro giorni che nella zona della Valle del Belice furono trovati altri componenti della banda di Gibilisco. Era stati tutti giustiziati con un colpo alla testa: un certo Aldo Ingrassia, Peppino Garofano, Vincenzo Luppino, mentre altri semplicemente scomparvero e non furono pi ritrovati.
Era quello l'omaggio che Saro aveva voluto offrire alla memoria del miliardario siciliano e indirettamente a Nino Grasso, suo inconsolabile genero.
La partita del sequestro Amaddeo, con quelle vendette, sembrava conclusa. Ma non per il maggiore Rizzo e il suo maresciallo Esposito che non credettero un istante al coinvolgimento della banda di Vito Gibilisco nel sequestro. Non ne avevano la statura e l'organizzazione. Nel frattempo Gibilisco, vista la cattiva aria che tirava, aveva preferito espatriare e si era rifugiato a Rotenburg, in Germania, da un parente proprietario di un bar e di lui non si seppe pi niente.
Il maggiore Rizzo seguiva le tracce dei soldi. Era la sola pista che lo poteva portare a scoprire gli artefici del sequestro. Con l'aiuto di Esposito vision con pazienza certosina tutte le societ che nell'ultimo anno avevano aperto, in provincia di Palermo e Trapani, un'attivit immobiliare. Confrontando i nominativi dei consigli d'amministrazione e quelli degli amministratori delegati, scopr che un certo Antonio Maddaloni compariva in numerose societ.
La commissione parlamentare antimafia convoc il maggiore per avere ragguagli sulle sue indagini. Il maggiore Rizzo espose chiaramente i suoi sospetti: Gli stessi nominativi compaiono in molti consigli di amministrazione. Questi stessi nominativi s'incrociano con quello di Antonio Maddaloni, un calabrese Gran maestro di 33 grado della massoneria. Questo Maddaloni  legato a doppio filo con i corleonesi, in particolare con Saro Manuzza il quale, ora che Ninuzzu si  trasferito a Milano,  diventato di fatto il loro capo. Secondo me  lui che dobbiamo cercare. Saro  conosciuto come un boss spietato. Chi lo ha visto all'opera racconta che non ha paura di niente e di nessuno. Abbiamo a che fare con un mafioso che non rispetta nessun codice d'onore.
Quelle parole, grazie ai soliti corvi che svolazzano nelle procure e negli uffici istituzionali, arrivarono alle orecchie di Saro.
Il maggiore trascorreva le vacanze in una casa di Ficuzza, nei pressi della Rocca Busambra. L'aveva presa in affitto da un conoscente, un certo professore Filippo che amava trascorrere con lui molte ore del pomeriggio a chiacchierare di ogni argomento sulla piazzetta di fronte all'imponente Regia casina di caccia.
Il professore conosceva ogni pietra antica della Sicilia e sapeva spiegare da dove arrivava e perch si chiamava in quel modo. Il maggiore Rizzo era affascinato dai suoi racconti e trascorreva piacevoli ore in sua compagnia.
Un pomeriggio un'auto con tre killer a bordo arriv a Ficuzza. Conoscevano bene le abitudini dei due amici perch si diressero senza indugi verso il grande spiazzo della Casina di Caccia.
La Giulia scavalc il marciapiede e invase il prato. Il maggiore Rizzo si volt e vide l'auto puntare dritta nella loro direzione. C'era solo l'autista al volante. Estrasse la pistola da dietro i pantaloni e aspett una manciata di secondi per comprendere le intenzioni di quella improvvisa manovra.
Quando la Giulia arriv a qualche metro dai bersagli, l'autista diede una voce ai due sicari che emersero da sotto i sedili. Bartolo e il collega cominciarono a sparare raffiche continue contro il carabiniere e l'innocente amico.
Il professore cadde tra i piedi di Rizzo. Questi tent di premere il grilletto dell'automatica, ma una seconda sventagliata lo colp in pieno petto e cadde riverso sopra l'amico. La Giulia con una derapata si gir di 180 gradi e si avvicin ai due bersagli. Il giovane Bartolo, che si trovava sul sedile posteriore scese. Spar un'ultima raffica contro i corpi immobili, poi risal a bordo e l'auto si allontan indisturbata.
L'omicidio dell'ufficiale dei carabinieri scaten la solita baraonda, non soltanto tra le forze dell'ordine, ma soprattutto tra la comunit mafiosa.
Gli inquirenti scandagliarono la vita professionale e privata del maggiore. Si scopr che il professore Filippo, che gli aveva affittato la casa per le vacanze, era il parente di un boss mafioso.
Il ruolino personale del maggiore Rizzo era di tutto rispetto. L'ufficiale in quegli ultimi anni aveva indagato sui pi importanti casi dell'isola: la morte del procuratore Pietro Scandurra, la sparizione del giornalista dell'Ora, il sequestro di Luigi Amaddeo, le mazzette della diga Garcia. Inoltre in tasca gli trovarono la chiave del cancello della villa di Michele Russo alla Favarella. Perch un maggiore dei carabinieri aveva la chiave della villa di un boss mafioso? Come in ogni delitto di mafia si ripet il solito giro di valzer delle malelingue e delle calunnie.
Ma alla fine tutto fu messo a tacere.
Tra le cosche mafiose della provincia i sospetti al veleno furono causa di altrettanti furibondi confronti tra i capi famiglia.
In particolare Giuseppe Di Clemente si avvent contro i corleonesi e in particolare contro Saro, il loro capo. In un mini vertice tra lui, Bont, Badaloni, Pippo Caldera e Michele Russo, il Papa, Di Clemente ebbe da recriminare sul suo comportamento.
Quel pecoraio disprezza le nostre regole, esord rabbiosamente Di Clemente. Avevamo detto di non toccare gli ufficiali dell'Arma. E comunque, se doveva essere fatto, l'ordine doveva essere deliberato dalla Cupola. Invece lui ancora una volta ha agito senza alcun preavviso e molti di noi sono stati arrestati non avendo avuto il tempo di nascondersi o di crearsi un alibi.
Stefano Bont rincar la dose. Il contadino va fermato. L'omicidio del maggiore Rizzo si ripercuoter negativamente sulla conduzione dei nostri affari. Dobbiamo metterlo in condizione di non nuocere pi all'organizzazione.
Io sono d'accordo con Bont, ribad Di Clemente. Questa  l'ultima che ci combina. Io non sono pi disposto ad assecondarlo.
Pippo Caldera si rivolse a Michele Russo, che ascoltava in silenzio con gli occhi fissi sul pavimento. Michele, tu sapevi che i corleonesi avevano deciso di ammazzare il maggiore Rizzo?.
Il Papa alz lo sguardo. Lo avevano soprannominato in quel modo per il suo portamento austero, appunto simile a quello di un papa. Ho chiesto a Saro perch hanno ucciso il maggiore dei carabinieri senza prima aspettare la delibera della Cupola. Lui mi ha risposto che quando si ammazza uno sbirro non si fanno domande.
Di Clemente, il Giaguaro, ringhi dall'ira, come spesso gli capitava. Ma insomma Michele, tutto quello che fanno i corleonesi, per te va bene? Ti fai tirare i fili da quel pecoraio come un puparo fa con le marionette?.
Il Papa prefer non raccogliere la provocazione. Ma quel pomeriggio stesso rifer a Saro quanto odio Di Clemente avesse nei suoi confronti.
Alcuni giorni dopo due guardaspalle di Giuseppe Di Clemente andarono a prelevarlo a casa per condurlo, come facevano tutte le mattine, alla societ mineraria di cui era socio. L'uomo seduto accanto a chi guidava, aveva la medesima corporatura di Di Clemente, la stessa conformazione del cranio e la stessa coppola blu sulla testa.
Ma quella mattina Di Clemente doveva sbrigare prima alcune pratiche al Palazzo della Provincia di Palermo. Ordin loro di tenersi a disposizione per la fine della mattinata.
I due mafiosi si diressero allora verso l'ufficio e non s'accorsero di essere seguiti da una Giulia metallizzata.
Arrivati allo stradone di via Ammiraglio Thaon di Revel, furono affiancati dalla Giulia metallizzata. Il killer dal finestrino della Giulia spar una raffica contro l'uomo con il berretto blu, ma colp anche l'uomo al volante che perse il controllo dell'auto andando a sbattere contro un palo della luce.
Il traffico era intenso. I due killer reputarono opportuno non fermarsi per il colpo di grazia e proseguirono scomparendo poco dopo negli ingorghi di quell'ora mattutina.
Appena Giuseppe Di Clemente venne a sapere dell'agguato si precipit da Tano Badaloni.
I corleonesi mi vogliono morto.  un miracolo che sia ancora in vita. Ma ci ha rimesso la pelle Armando che non c'entrava niente. Aveva soltanto il torto di somigliarmi e forse anche perch aveva una coppola simile alla mia. Ma si pu morire per questo? Qualcuno mi pu dire perch sono stato condannato a morte?
Non so risponderti, confess Tano Badalamenti.  evidente che tra te e i corleonesi non corra buon sangue.
Ma Tano!, url con gli occhi fuori dalle orbite il Giaguaro. Non mi puoi rispondere con queste cazzate!. Cap di essersi spinto troppo oltre con il capo della Cupola. Scusami non ti volevo offendere. Non c' nessuno che ci ascolta. Ma dobbiamo prendere una decisione. Non possiamo pi subire le prepotenze di questi viddani puzzolenti. Devi riunire la Cupola.
Ok. Ci riuniremo e decideremo a maggioranza cosa fare di quei pecorai.

24. Fine di un boss.

Alle spalle della zona industriale di Brancaccio si estende la tenuta della Favarella. Una zona verdeggiante di aranceti e limoneti, al centro della quale si trovava la casa di campagna di Michele Russo. I capi famiglia avevano deciso di riunirsi dal Papa e non nella villa di Tano Badaloni a Montagnalonga o nel baglio di Stefano Bont nel fondo Magliocco, per non essere intercettati da occhi e orecchie indiscreti. Quella mattina c'erano i boss di tutte le principali provincie siciliane.
Giuseppe Di Clemente, il capo mandamento di Riesi, parl per primo con la sua ben conosciuta veemenza. Ho chiesto io all'amico Badaloni di convocare questa riunione, perch  venuto il tempo di prendere provvedimenti contro i viddani di Corleone. Questi pecorai non rispettano Cosa Nostra e le sue regole. Quando decidono di uccidere, uccidono, quando decidono di sequestrare persone, anche contro il volere della Commissione, le sequestrano. Ammazzano i loro nemici in territori di altri capi famiglia, facendo invadere dagli sbirri le loro strade. Ha cercato anche di ammazzarmi, ma i suoi killer hanno sbagliato bersaglio, facendo fuori due dei miei uomini.  venuto il momento di fermarli!.
L'inconfondibile voce artificiale di Pippo Caldera, attir l'attenzione dei presenti. Voi mi conoscete, non ho in corpo la rabbia di Giuseppe. Io poi ho anche ospitato per molti mesi in una villa di Catania, Ninuzzu, quand'era latitante, intervenne in sostegno dell'amico. L'ho aiutato. Non mi sono mai fatto dare un picciolo per il disturbo, e s che il signorino beveva soltanto un certo tipo di acqua minerale, che non vi dico dove dovevo andarla a comprare. E tutto il giorno uno dei miei uomini doveva scorrazzarlo per le strade della provincia perch si era messo in testa di trovare il poliziotto che l'aveva fatto arrestare. Ma  acqua passata. Ora c' questo Saro che la sta facendo fuori dal vasetto. Si sente il padrone di Cosa Nostra. Qualcuno dovr dirgli che non  cos.
Il Papa chiese la parola. Amici, esord rivolgendosi a Di Clemente e Caldera. Devo confessare che questa vostra animosit, sembra dettata pi da rancori personali che da situazioni oggettive di cattiva volont da parte dei corleonesi.
Ma come parli, Russo!, esplose adirato Giuseppe Di Clemente. Ti ho detto che hanno tentato di ammazzarmi a colpi di mitra!.
Di Clemente non m'interrompere, quando parlo io!, replic severamente il Papa con la sua solita flemma. Volevo dire che mai come in questo periodo abbiamo vissuto cos tranquilli. Gli affari vanno a gonfie vele, i giudici sono dalla nostra parte, gli sbirri non ci perseguitano pi e i latitanti possono dormire a casa con le loro mogli. Lo Stato  troppo impegnato a sconfiggere il terrorismo delle Br e non pu certo pensare a Cosa Nostra. Io francamente non andrei oggi a scatenare una guerra contro i corleonesi.
Salvatore Russo, suo fratello, aveva rapporti diretti con alcuni senatori del Parlamento, per questo veniva chiamato il Senatore. Mostrando i fogli di un dossier, rincar la dose. Un amico senatore mi ha fatto recapitare proprio questa mattina questi atti della Camera.  uno stralcio della relazione della commissione antimafia. Non ci crederete, ma qui c' scritto che la mafia, com'era strutturata un tempo, non esiste pi. Scrivono: Ora  formata da tante famiglie dedite ognuna singolarmente ai propri traffici criminali. Non c' pi un'associazione articolata e strutturata come si  sempre pensato. Insomma siamo diventati tanti scassapagghiari e non facciamo pi paura come una volta. Vista cos la faccenda, mio fratello ha ragione, Non svegliamo il can che dorme.
I presenti si fecero una grassa risata a tanta ingenuit da parte degli investigatori dell'antimafia.
Se solo i corleonesi riuscissero a capirlo, fece Tano Badaloni.
I corleonesi non lo capiranno mai, intervenne con la solita irruenza il Giaguaro. Capiscono una sola lingua. Quella delle armi. Dobbiamo ammazzare Saro e soltanto allora potremo dormire sonni tranquilli, concluse Giuseppe Di Clemente.
Quelle parole gelarono l'uditorio. A togliere tutti dall'imbarazzo fu Mario Di Maggio, un anziano mafioso, prossimo a lasciare la reggenza della sua cosca al nipote preferito. Amici, non dobbiamo avere paura di quel corleonese, se saremo tutti uniti. Appena prover a fare un'azione senza aver chiesto il consenso della Commissione, gli daremo un calcio in culo e lo spediremo dritto dritto al suo paese.
La battuta fece sorridere i capi famiglia che approvarono l'ironia del vecchio mafioso e chiusero in questo modo il contenzioso con Saro e i suoi corleonesi.
Chi invece rest insoddisfatto fu proprio Di Clemente. Aveva sfiorato la morte e, conoscendo Saro, sapeva che non si sarebbe arreso finch non l'avesse ammazzato. Si sent perduto. Senza l'appoggio degli altri mafiosi a chi poteva rivolgersi? Doveva agire da solo, se voleva salvarsi la vita.
Nei giorni successivi fece cercare Saro e a chi lo conosceva faceva dire che voleva incontrarlo per un chiarimento e una pacificazione.
Ma Saro aveva saputo da Michele Russo ci che Di Clemente aveva chiesto all'assemblea e se ne guard bene dal mostrarsi.
Giuseppe Di Clemente allora gioc la sua ultima carta: i carabinieri. Contatt un brigadiere dell'Arma, Vincenzo Lopez, un pugliese trasferito al comando di Palermo da quattro anni.
Il brigadiere rest senza parole, quando l'uomo dall'altra parte del telefono gli disse il suo nome e che voleva parlare confidenzialmente con lui.
Lopez avvert immediatamente il suo capitano dell'appuntamento. Ottenne il consenso e una notte, s'incontr viso a viso con uno dei boss pi in vista della mafia in una fattoria alla periferia di Trapani.
L'incontr dur meno di un'ora, ma lo Stato conobbe pi segreti di Cosa Nostra in quella manciata di minuti che nel corso di dieci anni d'indagini.
Il vostro maggiore Rizzo  stato ucciso da tre sicari corleonesi, inizi a raccontare Di Clemente, strabuzzando i suoi grandi occhi.
 stato Ninuzzo dal carcere a dare l'ordine?, domand il brigadiere.
No, ormai Ninuzzu dal carcere comanda poco, confid il mafioso. Ora chi comanda veramente  Saro e il suo braccio destro  Piddu u Tignusu. Non ascoltano nessuno. Tano Badaloni gli aveva proibito di uccidere il maggiore Rizzo, ma Saro ha fatto di testa sua.
Tano Badaloni, quindi  il capo di Cosa Nostra?, domand ancora il brigadiere.
Ma Di Clemente non rispose direttamente alla domanda e continu: Il prossimo bersaglio grosso sar il giudice Cesare Tamburini, quello che ha portato alla sbarra i corleonesi. Prima o poi l'ammazzeranno, come fanno di tutti quelli che si mettono in mezzo alla loro strada. Saro avr sulla coscienza non meno di quaranta omicidi. Anche l'assassinio del procuratore Pietro Scandurra  opera sua, cos come quello del giornalista Maurizio De Caro. Brigadiere, dovete fermarlo.
Ha minacciato anche voi?
Io sono un uomo morto, se qualcuno non lo ammazza prima. Ora si nasconde e non so dirvi dove. Ma appena avr notizie pi precise, vi telefoner.
Saro era riuscito a creare una rete di amicizie, spalmata sull'intero territorio siciliano, e per questo era difficile riuscire a localizzarlo e a incastrarlo, perch il corleonese cambiava letto e sede dei suoi affari quasi ogni notte.
I carabinieri intensificarono le ricerche del latitante, ma con poca fortuna.
Giuseppe Di Clemente si sentiva sempre pi isolato. Neppure nel suo mandamento era al sicuro. Infatti da qualche anno spartiva il territorio con un altro mafioso residente a Vallelunga Pratameno. Questo capo famiglia, Francesco Orlando, faceva affari proprio con Saro e i corleonesi. Non soltanto era un loro alleato, ma aveva voluto che il figlio Bartolo andasse a lavorare con Saro perch lo riteneva un grande esempio di capo famiglia.
Di Clemente, il boss di Riesi, decise di affrontare Orlando per tentare di convincerlo a tornare dalla sua parte.
S'incontrarono in zona neutra, a Caltanissetta, in una sala riservata di un elegante bar del centro. Giuseppe Di Clemente gli disse chiaramente che, trovandosi nello stesso mandamento, dovevano stringere le loro famiglie con i legami di un'amicizia pi solida.
Non abbiamo mai fatto affari insieme, gli disse Di Clemente. Per mostrarti la mia buona volont ti propongo di entrare nel mio business dell'eroina. Sulle spiagge tra Gela e Licata approdano i motoscafi che portano a riva i pacchi della droga turca. Quello  territorio di Riesi, territorio mio. Ma potremmo gestirlo di comune accordo.
L'offerta era troppo allettante. Orlando non capiva perch Di Clemente gliel'offrisse su quel piatto d'argento. In cambio, cosa ti aspetti da me?, gli domand tagliente.
Di Clemente colse dal tono una certa aggressivit. Calma, Orlando.  una proposta, che ti faccio. Non ti sto minacciando.
Di Clemente, non si regalano piccioli per niente. Allora?
Voglio semplicemente la tua alleanza e magari anche la tua amicizia. Ma sar franco con te.  un po' di tempo che Saro e i suoi corleonesi mi stanno con il fiato sul collo. Non mi piace il loro modo di agire.
Ma non sar il contrario? Non sei tu, Di Clemente, a dire ai quattro venti che bisogna ammazzare Saro e i suoi?, rispose gelido Francesco Orlando.
Lo dico perch sono diventati un pericolo per tutti noi. Vanno a sparare a carabinieri e magistrati senza chiedere il permesso a nessuno di noi.
Avranno i loro buoni motivi.
Ti senti tranquillo perch Saro manovra anche te come un puparo.
Non sono il pupazzo di nessuno, io sbrait risentito Orlando alzandosi dalla sedia.
Io dico di s, invece. Giuseppe Di Clemente, restando seduto estrasse la pistola che aveva nascosta nella cavigliera e spar da sotto il tavolo colpendo alle gambe il mafioso.
Orlando croll sul pavimento con un urlo.
Temendo che estraesse il suo revolver, Di Clemente fu rapidissimo a gettarsi da una parte e a scaricargli contro il resto del caricatore.

25. L'elogio funebre del giaguaro.

Giuseppe Di Clemente aveva commesso un grave errore a uccidere un capo famiglia. La sua richiesta di parlamentare con lui sembrava una vera e propria imboscata, tanto pi che Orlando non aveva portato alcuna arma con s, commettendo un grave errore per un malavitoso navigato come lui.
Saro chiese la testa di Di Clemente. In un incontro con il Papa, Michele Russo, puntualizz: Le regole valgono per tutti. Di Clemente ha ucciso un capo famiglia senza chiedere il permesso alla Commissione. Per questo dev'essere punito. Ma dev'essere punito due volte perch sappiamo con certezza che ha parlato con un carabiniere, denunciando i fatti di Cosa Nostra. Giuseppe Di Clemente deve morire.
Michele rifer a Stefano Bont quella grave fuga di notizie e le legittime richieste del corleonese.
Ma ha aggiunto anche dell'altro, gli disse con tono afflitto, il Papa.
Cosa ha detto ancora?, domand infastidito Bont.
Tano Badaloni dev'essere considerato corresponsabile, perch sapeva quello che Di Clemente stava tramando.
Non creder mai che Tano fosse al corrente del fatto che quel curnutu andava a parlare con uno sbirro, disse con forza Bont.
Che ci tradiva forse no. Ma che voleva uccidere Francesco Orlando, l'alleato di Saro, per provocarlo, questo s. Questo lo sapeva.
E allora, cosa vuole?
E allora vuole che Tano sia posato.
Bont ebbe un moto di stizza: Ma che minchia dici?.
Essere posato per un mafioso stava a significare essere espulso non soltanto dalla famiglia, ma dall'organizzazione. A volte poteva equivalere a una condanna a morte.
Tano non pu essere ammazzato.
Nessuno vuole la sua morte, ha fatto tanto per Cosa Nostra. Ma dev'essere espulso dalla Commissione perch nessuno pu andare contro le nostre stesse regole.
Il Papa aveva ragione. Le regole andavano rispettate, pens Bont, perch altrimenti i corleonesi avrebbero trasformato Cosa Nostra in una giungla d'infami.
Gli promise di parlarne agli altri capi famiglia. Nella stessa riunione avrebbero anche deciso la sorte di Giuseppe Di Clemente.
Uscendo dal baglio di Stefano Bont, Michele Russo pens che Saro, ancora una volta aveva vinto la sua battaglia. In una sola volta si era liberato di Tano Badaloni e di Giuseppe Di Clemente.

Un pomeriggio Di Clemente usc dal portoncino privato di una donna con cui s'incontrava per fare sesso. Non era una prostituta, ma una signora della buona borghesia, sposata e con due figli.
Ad aspettarlo nel cortile c'erano due killer. Uno dei due era Bartolo Orlando, il figlio di Francesco. Aveva insistito per essere lui a vendicare l'onta dell'omicidio del padre.
Di Clemente cap immediatamente che stavano aspettando lui. Senza dargli il tempo di estrarre da sotto i soprabiti le armi, impugn la pistola e fece fuoco alla cieca. Fer alla gamba il secondo sicario. Ma Bartolo non ebbe esitazioni e gli spar colpendolo alla spalla sinistra. Di Clemente cadde in ginocchio, ma non abbandon la partita. Alz l'arma e riprese a sparare. Bartolo aiut il collega a mettersi al riparo. Erano rimasti sorpresi dalla sua risolutezza. Bartolo si sottrasse alle pallottole riparandosi dietro una macchina. Con l'amico ferito aveva i movimenti rallentati e stava decidendo di allontanarsi dalla linea di fuoco, quando vide che l'uomo stava tentando di scarrellare l'otturatore, perch evidentemente un colpo si era inceppato nel congegno. Allora prese coraggio e torn indietro. Cammin rapidamente, avvicinandosi a Di Clemente. A distanza ravvicinata mir con tutta calma tra gli occhi e gli spar sei colpi in pieno viso.
L'esecuzione era avvenuta sul territorio di Salvatore Pipitone, un intimo amico e alleato di Stefano Bont. La polizia si scaten per giorni interi sul rione e Pipitone e Bont chiesero a Michele Russo spiegazione sul comportamento degli assassini. Ma Russo seppe calmarli con un ragionamento molto logico: Amici, disse ai due, Di Clemente era un confidente dei carabinieri ed  stato eliminato per motivi interni alla sua famiglia. I suoi l'hanno voluto punire per aver sputtanato la loro cosca dinnanzi a tutta Cosa Nostra. Lasciamoli tranquilli nel loro dolore.
Ancora una volta i corleonesi erano riusciti a farla franca, addossando colpe e sospetti delle loro azioni su altre famiglie.
Non trascorsero due mesi dall'esecuzione di De Clemente che anche Giuseppe Caldera ebbe la sua dose di piombo marcata Corleone.
Saro alla prima riunione della Cupola pretese di recitare lui l'orazione funebre del caro amico Caldera.
 stato il primo ad aprirci le porte della sua casa. Il primo ad accoglierci qui a Palermo. A lui noi corleonesi dobbiamo tutto quello che siamo oggi. Era un galantuomo, generoso e sempre disponibile a spartire quello che possedeva.
Tutti sapevano perfettamente che erano stati i sicari corleonesi ad ammazzarlo. Ma tutti restarono in silenzio ad ascoltare le parole dell'infame traditore. Se un errore nella sua vita ha commesso,  stato quello di fidarsi di Giuseppe Di Clemente. Ma fu un errore commesso in assoluta buona fede. Amici, se oggi Peppino Caldera potesse parlare, ci direbbe che  venuto il momento di lasciare il passato dietro alle spalle, di dimenticare i piccoli contrasti che ci possono essere stati tra noi e di rinsaldare la nostra amicizia.
Il capolavoro del corleonese era compiuto. In pochi ben assestati colpi aveva messo fuori gioco Tano Badaloni, il pi potente mammasantissima di Cosa Nostra, che infatti prefer scomparire dalla scena per sempre. Aveva tolto di mezzo i suoi due pi grandi nemici: Giuseppe De Clemente innanzitutto e Peppino Caldera poi, eliminando con la loro morte i due pi forti alleati dei boss palermitani.
In seno alla Commissione li aveva messi in netta minoranza, anche se Stefano Bont, venuto meno Badaloni, continuava a considerarsi il capo di Cosa Nostra. Era l'ultimo ostacolo che doveva superare, il pi difficile e pericoloso, se voleva diventare il padrone di Cosa Nostra.
Ma Saro aveva in serbo per lui una sorpresa che avrebbe sbalordito i suoi stessi amici corleonesi.
Sarebbe riuscito a vincere la partita contro Stefano Bont, il pi pericoloso dei palermitani?
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FINE Parte 1.